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addio ad un architetto delle parole in musica, cantautore e poeta, artista magistrale che ha fatto conoscere le emozioni dei sentimenti a tutto il mondo

di Emanuele Mariani

Ci sono artisti che, essendo divenuti leggendari in vita, nel momento dell’addio da questo mondo, non solo non muoiono, ma restano e resteranno per sempre eterni, immortali, indimenticabili. E questo è certamente per Gino Paoli che, con capolavori come “Il cielo in una stanza” e “Sapore di sale”, ha rivoluzionato la musica italiana, introducendo un linguaggio intimo e modernissimo che ha saputo dar voce all'anima più che alla tecnica vocale.

 "Questa notte ci ha lasciato in serenità e circondato dall'affetto dei suoi cari", dichiara la famiglia Paoli in una nota in cui chiede la massima riservatezza.

Secondo quanto appreso, Paoli è morto nella sua casa genovese dopo un breve ricovero in una clinica privata. Il cantautore era nato il 23 settembre 1934 e aveva 91 anni. Con la sua scomparsa, avvenuta questa notte, l’Italia perde il suo ultimo grande cantastorie esistenzialista.

Originario di Monfalcone (Gorizia), nella Venezia Giulia, era figlio di Aldo Paoli, un ingegnere navale originario di Campiglia Marittima (Livorno), e di Caterina (Rina) Rossi, casalinga giuliana. I genitori si erano trasferiti a Pegli, in Liguria, quartiere del ponente genovese (che fu comune autonomo fino al 1926), all'inizio degli anni trenta ma, verso la fine della gravidanza, la madre volle tornare a Monfalcone per partorire nella sua casa di origine, come era consuetudine. Sebbene Genova sia stata la sua patria d'adozione (dove fin da bambino aveva vissuto e che ha sempre sentito come sua autentica città), Paoli si sentiva orgogliosamente friulano, portando nel DNA quella tempra di frontiera, schietta e malinconica che ha segnato la sua intera produzione.

Poco incline agli studi, non terminerà il liceo scientifico e preferirà andare a lavorare. Il padre gli trova un lavoro prima come disegnatore meccanico, poi come grafico in un'agenzia pubblicitaria, dove può coltivare la sua passione per la pittura partecipando anche a mostre collettive e concorsi. L'amore per la musica lo riceve dalla madre pianista, ascolta Nat King Cole, Bud Powell e Billie Holiday da cui impara l'emozione nel cantare.

Il tragitto che lo ha portato al successo è quello classico degli artisti degli anni '50: studente appassionato di pittura e di jazz, ai libri preferiva una boheme fatta di pochi soldi, notti infinite e amici come Luigi Tenco (con il quale forma il gruppo "I Diavoli del Rock" con cui si esibisce nei pomeriggi studenteschi), Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Giorgio Calabrese, i fratelli Reverberi, insomma i nomi dei fondatori di quella "Scuola Genovese" che, nutrendosi delle canzoni di Brassens e Jacques Brel, ha di fatto fondato la canzone d'autore italiana. E' proprio Gianfranco Reverberi ad aprirgli la strada per Milano, dove entra in contatto con l'industria musicale ma anche con Giorgio Gaber e Mina (alla quale, uscendo questo articolo il 25 marzo 2026, facciamo i migliori auguri di buon compleanno) che incide "Il cielo in una stanza", ottenendo un grande successo.

Nel 1954, conosce Anna Fabbri, sedicenne studentessa di ragioneria, che sposerà tre anni dopo. La coppia andrà ad abitare in una soffitta vicino al mare di Boccadasse, quartiere di Genova, luogo che darà spunto a Paoli, per un capolavoro come “La gatta”.

I due fratelli Reverberi, musicisti professionisti, fanno convocare a Milano, Paoli e i suoi amici Bindi e Tenco per un'audizione presso la Dischi Ricordi, da poco costituitasi come casa discografica. Sotto la direzione artistica di Nanni Ricordi, Gino realizza i suoi primi 45 giri, nel 1959, (“La tua mano”, “Non occupatemi il telefono”, “Senza parole”, “Sassi”) senza ottenere alcun successo, tanto che aspetta il 1962 per dimettersi dall'agenzia pubblicitaria presso la quale lavora.

Stesso destino sembra toccare al successivo “La gatta”, brano autobiografico pubblicato nel 1960, che nei primi tre mesi vende poco più di cento copie. Un incessante passaparola, però, fa sì che più tardi il brano arrivi in classifica, calamitando l'attenzione degli addetti ai lavori e l'interesse del paroliere Mogol, che fa da prestanome al giovane Paoli, non ancora iscritto alla SIAE.

Mogol propone a Mina, cantante che iniziava ad affermarsi, di incidere “Il cielo in una stanza”, scritta da Paoli, come testo e musica, ma non essendo Paoli iscritto alla SIAE, porta la firma del maestro Renato Angiolini (con lo pseudonimo di Toang) come compositore.

L'enorme successo di vendite di questo brano, ispirato a Paoli da un bordello dove si trovava un giorno e che rimane in classifica per più di sei mesi, sancisce la definitiva affermazione di Gino Paoli come cantautore.

Nel 1961, Gino conosce Ornella Vanoni (anche lei recentemente scomparsa) e intreccia con lei una relazione sentimentale, che ispira alcune delle sue canzoni d'amore più famose: “Anche se”, “Me in tutto il mondo”.

Il successo precedente viene però bissato da un altro brano, un 3/4 quasi jazzistico: "Senza fine", interpretata proprio da Ornella Vanoni, che all'epoca era ancora "la cantante della mala" e che vivrà con lui una lunga relazione. Il brano ha fatto il giro del mondo ma soprattutto ha segnato l'inizio di un sodalizio durata tutta la vita e celebrato qualche decennio più tardi quando, dopo un lungo periodo di crisi, Paoli e la Vanoni fecero una tournée insieme dal titolo allusivo: “Ti ricordi? Non, non mi ricordo”, ottenendo un successo strepitoso.

 Del 1961, è anche la sua prima partecipazione al Festival di Sanremo con “Un uomo vivo”, presentata in coppia con il vincitore dell'anno precedente, Tony Dallara.

Nello stesso anno scrive per Sergio Endrigo la canzone “Gli innamorati sono sempre soli”, con cui il cantautore istriano partecipa ad aprile al Festival di Diano Marina; in seguito Paoli inciderà il brano, che nella versione di Endrigo resterà inedito.

Sempre nel 1961, iniziano i suoi problemi con l'alcol, nati quasi per gioco dopo una sfida con Sergio Bernardini, proprietario della Bussola di Le Focette, frazione di Pietrasanta, e che andranno avanti per 15 anni, fino al 1976. Dopo la morte del fratello, avvenuta in quel periodo e causata dall'abuso di alcolici, Paoli deciderà di disintossicarsi dal whisky.

Nel 1962, in occasione di una lunga tournée nei locali italiani, incontra Stefania Sandrelli, allora giovanissima attrice, e se ne innamora. Dal loro legame, giudicato scandaloso dalla stampa e dall'opinione pubblica (Paoli era sposato e in attesa di un figlio dalla moglie legittima, mentre la Sandrelli era ancora minorenne), nascerà Amanda Sandrelli, nata nel 1964 e diventata attrice. La vita di Paoli è stata certamente un intreccio indissolubile di arte e passione, per cui non possono essere dimenticati gli amori, come quelli per Ornella Vanoni e Stefania Sandrelli, fonte di ispirazione per l’artista, fino all’ultima moglie, Paola Penzo che gli è stata vicino fino all’ultimo istante.

Dalla prima moglie, Anna Fabbri, Paoli ha avuto, Giovanni (1964-2025), figlio della cui prematura dipartita, Paoli – ebbe a dire di recente in alcune interviste – non si era mai del tutto ripreso.

Sposato dal 1991 con la modenese Paola Penzo, autrice di alcuni suoi brani, con la quale ha avuto altri due figli: Nicolò (1980) e Tommaso (1992), mentre di un quinto figlio, Francesco (2000), lo stesso artista ha smentito l'esistenza.

Gino Paoli ha avuto quattro nipoti: Olivia, figlia di Giovanni, Rocco (1997) e Francisco (2004), figli di Amanda, e Leone, figlio di Nicolò.

Tornando al 1963, Nanni Ricordi esce dall'omonima casa discografica e approda alla RCA Italiana. Paoli lo segue e in quell’anno, in pieno boom economico, incide quello che si rivelerà il 45 giri di maggior successo di tutta la sua carriera: “Sapore di sale”, arrangiato da Ennio Morricone e Gato Barbieri al sassofono, e che parteciperà al Cantagiro e con il quale avrà in questa occasione l'impatto con il grande pubblico. Paoli ha negato le voci secondo cui Stefania Sandrelli avrebbe ispirato il testo canoro.

In realtà, la canzone fu composta guardando la spiaggia siciliana di Capo d'Orlando (Messina). Paoli raggiunse la cittadina per un concerto e si fermò con dei pescatori in una casupola sull'arenile. Un'esperienza semplice ma altamente toccante per il cantante che poco dopo, tornato a Genova, si mise al piano e di getto scrisse i versi di una delle canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana.

 “Sapore di sale”, è una canzone che appare leggera all’apparenza, eppure attraversata da una malinconia sottile, quella che col tempo impariamo a riconoscere sempre meglio.

Riporta a immagini precise: i primi amori estivi, i baci rubati sulla rotonda dello stabilimento balneare mentre la voce di Paoli usciva dal jukebox nell’aria della sera con il vento caldo dell’estate.

Oppure le feste in casa del sabato pomeriggio, quando a un certo punto qualcuno spegneva le luci e si continuava a ballare al buio.
Erano i favolosi anni Sessanta, che vorremmo forse ancora rivivere.

Poi l'11 luglio 1963 un gesto ancora oggi dai contorni misteriosi: Paoli tenta il suicidio sparandosi all'altezza del cuore. Il proiettile però non colpisce zone vitali e resta conficcato nella zona del pericardio, da dove non è mai stato estratto, un “ospite” che lo ha accompagnato per tutti questi decenni.

 Un'altra hit di successo, “Che cosa c'è”, del medesimo periodo, diventerà negli anni un classico del repertorio di Paoli. Bernardo Bertolucci, che aveva appena esordito come regista, gira “Prima della rivoluzione” e Paoli scrive alcune canzoni (“Vivere ancora” e “Ricordati”) per la colonna sonora, arrangiate ancora da Ennio Morricone. Di “Vivere ancora”, per non incorrere nella censura dell'epoca, è costretto a cambiare un verso: «stretti abbracciati in mezzo alle lenzuola» diventa «stretti abbracciati con gli occhi dentro agli occhi.»

Il grande successo non dura molto: nella seconda metà degli anni '60 comincia un lungo periodo di crisi professionale e umana, segnato anche da dipendenze e che culmina in un pauroso incidente stradale da cui esce senza serie conseguenze.

Per il suo ritorno da protagonista bisogna attendere gli anni '80 quando prima incide un bell'album-tributo al suo amico Piero Ciampi, "Ha tutte le carte in regola" e poi, nel 1985, riconquista le classifiche con "Una lunga storia d'amore". L'anno dopo è la volta di "Ti lascio una canzone", poi negli anni '90 c'è "Quattro amici al bar". Nel corso della sua carriera ha interpretato canzoni di Joan Manuel Serrat, Charles Aznavour, ha avuto un'intensa attività come autore, firmando per Zucchero "Come il sole all'improvviso".

Anche la politica lo ha visto protagonista; nel 1987 è stato eletto deputato nelle file del PCI

. Negli ultimi anni della sua lunghissima carriera ha suonato accanto ad alcuni dei migliori jazzisti italiani, in particolare Danilo Rea, pianista di livello mondiale, che lo ha accompagnato nelle sue più recenti tournée. Personaggio schivo, poco incline alle concessioni mediatiche, interprete dallo stile tutt'altro che tradizionale, Gino Paoli resta uno dei personaggi più amati e prestigiosi della canzone italiana, l'autore di brani che fanno parte della storia del nostro Paese.

         Figura centrale della Scuola Genovese, ha attraversato decenni di storia trasformando emozioni intime in brani senza tempo, ne analizziamo qui i più celebri per capirne la genesi ed ispirazione.

Il soffitto viola di “Il cielo in una stanza”

 

        "Il cielo in una stanza", con quel "soffitto viola", racconta un incontro intimo avvenuto in uno dei tanti bordelli presenti nel centro storico di Genova prima della legge Merlin nel 1958, uno dei più famosi, in "vico dei Castagna". In realtà Paoli dichiarò di essersi innamorato di quella ragazza, un amore che trasformò quello spazio limitato in un'esperienza immensa e sognante, annullando i confini fisici e temporali.

Il cielo in una stanza” non è stata solo una canzone: è stata un luogo.
Un modo per raccontare l’amore senza retorica, con quella semplicità che arriva dritta e resta.

Boccadasse e la gatta

Fu la sua prima canzone di successo, nel 1959: "La gatta" ed è indissolubilmente collegata al quartiere genovese di Boccadasse. Nel 1954 Paoli conobbe la studentessa Anna Fabbri, i due si sposarono tre anni dopo e andarono ad abitare in una soffitta vicino al mare a Boccadasse, straordinario quartiere di Genova. La gatta si chiamava "Ciacola" e, ammiccante e sorniona, abitava in quel borghetto sul mare.

Il bar dei "Quattro amici"

"Quattro amici al bar", che vinse il Festivalbar del 1991, è una ballata nostalgica sul passare del tempo e le illusioni giovanili. Racconta di quattro amici che sognavano di cambiare il mondo tra discussioni di libertà e ideali, ma che col tempo si adeguano alla vita borghese, restando soli mentre una nuova generazione prende il loro posto al bar. Ma dove era questo bar, chi erano questi quattro amici? In una intervista Gino Paoli dichiarò che quel bar si trovava a Genova in via Casaregis all'angolo con via Cecchi (poi rinominato "Roby Bar" e "Mini Mixing Bar"). Paoli dichiarò anche chi erano quei quattro amici: oltre all'autore, Giulio Frezza, suo amico dai tempi dell'Accademia delle Belle Arti, il giornalista Arnaldo Bagnasco e l'architetto Renzo Piano.

Al Festival di Sanremo

Come molti cantautori Gino Paoli non ebbe un grandissimo amore per il Festival di Sanremo, ma nel 1964 arrivò secondo con "Ieri ho incontrato mia madre" mentre nel 2002, nell'edizione n° 52, fece parte della straordinaria tripletta ligure che conquistò i primi tre posti: primi i genovesi Matia Bazar con “Messaggio d’amore”, seconda la spezzina Alexia, al debutto con “Dimmi come…”, terzo Gino Paoli con il brano “Un altro amore”.

Gino Paoli se ne va, lasciando un vuoto profondo nella musica leggera  d’autore italiana.

Poeta dell’amore e delle inquietudini, architetto della parola che sa dare emozioni, ha saputo raccontare i sentimenti più fragili con una sincerità disarmante, trasformandoli in canzoni senza tempo. Le sue parole hanno attraversato generazioni, restando impresse nella memoria collettiva come pagine di un grande romanzo musicale.

Con lui se ne va un pezzo importante della nostra cultura, ma restano le canzoni: da ascoltare, rileggere, sentire ancora.

E guardando indietro, queste melodie hanno attraversato la nostra vita, accompagnandola senza invadere, ma senza mai davvero andarsene.
Una lunga storia d’amore” — che già nel titolo contiene tutto — e “Ti lascio una canzone”, quasi un passaggio di testimone, un modo per restare anche quando il tempo va avanti

Oggi se ne va un uomo, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce, ma non se ne va ciò che ha lasciato.

Resta nelle parole che sappiamo a memoria senza averle mai studiate.
Resta in quelle canzoni che tornano, a distanza di anni, senza chiedere permesso. Resta nei ricordi che, ascoltandole, inevitabilmente riaffiorano.

Forse è questo il segno dei veri artisti: non appartenere solo al loro tempo, ma a quello di chi li ascolta.

E allora, al di là di ogni prevedibile addio, è anche il momento in cui ci accorgiamo di quanto Gino Paoli sia stato parte della nostra vita. E di quanto, in fondo, continuerà ad esserlo.

Con la sua scomparsa, non perdiamo soltanto un cantautore, ma uno degli ultimi grandi poeti del Novecento. Se la musica è stata il suo mezzo, la parola è stata la sua vera ossessione: una parola nuda, scabra, capace di squarciare il velo del quotidiano per rivelare l’immenso che si cela dietro le piccole cose.

Gino Paoli è stato il cardine della cosiddetta “Scuola Genovese”. Insieme ad amici e compagni di viaggio come Luigi Tenco, Fabrizio De André e Bruno Lauzi, ha operato una vera e propria rivoluzione letteraria all’interno della canzone italiana. Prima di lui, il testo musicale era spesso legato a rime prevedibili e sentimentalismi di maniera. Paoli ha introdotto il realismo esistenziale.

Nelle sue strofe non c’erano più “cuori” e “fiori” astratti, ma oggetti concreti: una gatta, un soffitto viola, il suono della pioggia, il sapore del sale. Come i poeti dell’ermetismo o i maestri del realismo francese, Paoli ha capito che per toccare l’universale bisognava passare attraverso il particolare. La sua scrittura era un esercizio di sottrazione: togliere l’inutile per lasciare l’essenziale.

Se dovessimo scegliere un testo da inserire in un’antologia di letteratura italiana, sarebbe senza dubbio “Il cielo in una stanza” (1960). In pochi versi, Paoli descrive l’esperienza mistica dell’amore:

“Quando sei qui con me / questa stanza non ha più pareti / ma alberi, / alberi infiniti…”

Qui la parola smette di descrivere una realtà fisica e diventa visione. È il trionfo dell’immaginazione sul limite materiale. Quella stanza, che nella realtà era un luogo di appuntamento in una casa d’appuntamenti a Genova, diventa grazie alla sua penna un luogo sacro, un tempio dove il tempo si ferma. È la stessa ricerca dell’infinito di Leopardi, ma vissuta tra le mura domestiche di un’Italia che stava cambiando pelle.

Un altro tema centrale della “letteratura” di Paoli è il tempo. In brani come “Senza fine” o “Una lunga storia d’amore”, il tempo non è una linea retta, ma un cerchio, un eterno ritorno. Paoli scriveva per restare, per fissare l’istante prima che svanisse. La sua capacità di descrivere l’assenza e la malinconia non era mai fine a se stessa; era un modo per celebrare la vita nella sua interezza, anche nei suoi lati più oscuri e difficili.

Il suo legame con la letteratura è sempre stato profondo, nutrito da letture e da una curiosità intellettuale che lo portava a dialogare con la bellezza in ogni sua forma. Non è un caso che molti scrittori contemporanei abbiano visto in lui un punto di riferimento: Paoli possedeva quel “ritmo interno” della frase che è tipico dei grandi narratori.

Non si può scrivere la biografia intellettuale di Gino Paoli senza dedicare un capitolo al suo legame con Ornella Vanoni, l’altra grande colonna della nostra musica, anch’essa scomparsa di recente. Il loro non è stato solo un amore travolgente e tormentato, ma un vero e proprio laboratorio creativo. Se Paoli era la penna, Ornella era la voce che rendeva tridimensionali le sue visioni.

Insieme hanno rappresentato il dualismo perfetto della canzone d’autore: la scrittura riflessiva di lui che si fondeva con l’interpretazione viscerale di lei. Brani come “Senza fine” furono scritti da Gino guardando proprio le mani di Ornella, trasformando un dettaglio fisico in un concetto filosofico sull’eternità del sentimento.

La loro collaborazione, culminata in tour storici che hanno segnato la memoria del Paese, è stata una lezione di stile e di libertà. Con la scomparsa di entrambi, si chiude definitivamente quel “cerchio senza fine” che ha definito l’eleganza della cultura popolare italiana, lasciandoci in eredità un dialogo artistico che continuerà a parlarci di passione, di scontri e di una ultima realtà immaginifica.

Gino Paoli è stato anche un uomo di rotture e di silenzi. Il suo carattere spigoloso, la sua onestà brutale e il suo rifiuto delle convenzioni lo hanno reso un intellettuale scomodo e, per questo, necessario. In un’epoca di rumore incessante e parole vuote, Paoli ha difeso il valore del silenzio e della riflessione.

La sua voce, che negli anni si era fatta più roca e vissuta, quasi un sussurro jazz, era lo specchio di un’anima che non aveva mai smesso di cercare. Anche nelle sue ultime apparizioni, c’era quella dignità di chi sa di aver scritto pagine indelebili nella storia di un Paese.

Oggi ci resta il suo immenso canzoniere, una biblioteca di sentimenti in cui intere generazioni hanno imparato a leggere il proprio cuore. Da “Sapore di sale” a “Quattro amici”, le sue parole continueranno a risuonare ovunque ci sia qualcuno capace di guardare un soffitto e vederci il cielo.

Gino Paoli ci ha insegnato che la poesia non è qualcosa di lontano o accademico, ma è la capacità di dare un nome ai nostri sogni e alle nostre fragilità. Se ne va un uomo, resta il mito. E restano quelle pareti che, grazie a lui, non esistono più.

Gino Paoli è uno dei personaggi chiave della scena musicale italiana, un personaggio dalla vicenda esistenziale tormentata e intensissima che ha dato un contributo decisivo all'evoluzione della canzone, un individualista spigoloso che ha anticipato le caratteristiche della figura del cantautore. Sono sue alcune delle canzoni più belle e famose mai scritte nel nostro Paese: titoli sufficienti a far rimanere ben impressi nella memoria collettiva il suo nome e la sua musica.

Oggi, nel salutarlo, lo immaginiamo tornare idealmente verso quel mare giuliano che lo ha visto nascere, lasciandoci in eredità una poetica della semplicità che resterà eterna.                               

                                                                    Emanuele Mariani

25-03-2026
Autore: Emanuele Mariani
saggista e scrittore
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