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di Sonia Rocca

Dalla costa di Maldonado ai teatri d’Europa e degli Stati Uniti, la soprano italo‑uruguaiana racconta la sua biografia musicale “Simplemente Luz”, il legame con l’Italia e una vita dedicata all’opera e all’impegno civile.

Nata nel dipartimento di Maldonado, tra Montevideo e Punta del Este, Luz de Alba Rubio è una soprano lirica di carriera internazionale che ha debuttato in Europa negli anni Novanta, dopo una tournée come membro dell’ensemble barocco “De Profundis” e gli studi al Conservatorio di Ginevra. Dalla Germania agli Stati Uniti, dove ha cantato alla Washington Opera con Plácido Domingo in “Parsifal” e poi in ruoli come Antonia e Giulietta ne “I racconti di Hoffmann” o Frasquita in “Carmen”, la sua voce ha attraversato teatri da Cleveland a Palm Beach, Varsavia,

 La Fenice di  Venezia, Roma, Napoli e oltre. Fondatrice del festival di musica lirica e della Fondazione PuntaClassic, con cui ha portato l’opera anche nell’interno dell’Uruguay, è stata protagonista di eventi simbolici come il concerto delle “3 Sopranos Mundiales” per l’ambiente nel Grande Salone del Popolo a Pechino, per la prima volta aperto a un evento culturale. Oggi torna ad abitare in Italia, dove è stata insignita anche del Maria Callas Tribute Prize 2026 alla Camera dei deputati, e porta in scena nel suo nativo Uruguay, ad Aprile, “Callas y Gardel, voce d’opera, cuore di tango”, uno spettacolo che unisce arie del grande repertorio lirico italiano a un dialogo culturale con il Rio de la Plata. L'obiettivo è rafforzare i legami culturali tra Italia e Uruguay attraverso la musica, nel segno della tradizione e dell'eccellenza.

Lei nasce a Maldonado e oggi è riconosciuta come una voce internazionale: quando ha capito che la sua vita sarebbe stata nella musica, e non solo in Uruguay?   

Fin da piccolissima ascoltavo la radio classica insieme a mio padre, che oltre ad essere un noto giornalista e scrittore, era anche deputato del Partito Colorado, e mi divertivo a inventare testi per le meravigliose sinfonie che ascoltavo. L'opera è entrata nella mia vita per caso, quando al cinema ho visto la produzione cinematografica dell'Otello di Franco Zeffirelli. Sono rimasta incantata da quel mondo magico in cui gli attori cantavano usando quel tipo di voce (impostazione operistica basata sul Bel Canto). A Maldonado, a Punta del Este, ancora oggi non abbiamo un teatro dove si possa rappresentare uno spettacolo di questo tipo. Non avevo mai ascoltato l'opera. Mi sono ripromessa che avrei trovato la mia strada e la mia felicità diventando una cantante lirica.

Cosa ha significato, umanamente e artisticamente, la decisione di restare in Europa dopo la tournée con l’ensemble “De Profundis”? 

Dopo la tournée europea con il gruppo barocco di cui facevo parte, nel 1992, quando arrivammo all’Expo Internazionale di Siviglia in rappresentanza dell’Uruguay, sapevo già che il mio cammino sarebbe proseguito in Europa. La stessa Europa che aveva visto partire i miei nonni verso nuove terre. Avevo ben chiaro che il mio impegno per raggiungere ciò che mi ero prefissato doveva essere in Europa. Non sapevo esattamente dove, mi sono lasciato guidare dalla saggezza della vita che tende la mano a quelle persone dallo spirito nobile e dalla voglia di migliorarsi che, insieme a tanto lavoro e un po' di incoscienza, raggiungono i propri obiettivi. Non avevo nulla da perdere, ero molto giovane, avevo un mondo da conquistare.

Ginevra, poi Perugia: come ricorda gli anni di studio in Svizzera e in Italia e l’incontro con i suoi maestri europei? 

Quel periodo di studi al Conservatorio di Ginevra, uno dei più prestigiosi d’Europa, rappresentava un’opportunità che ho apprezzato moltissimo; ogni giorno mi destreggiavo tra i miei cinque lavori, oltre agli studi, di cui avevo bisogno per pagarmi le lezioni e la vita in una delle città più care al mondo. Ho conosciuto persone meravigliose e ho avuto l’opportunità di imparare una nuova e affascinante lingua. L’Europa mi ha aperto le sue porte. La vita è saggia e al momento giusto ho conosciuto colei che è stata la mia mentore e che è diventata la mia madre artistica: Carmen Gonzales, mezzosoprano spagnola che per amore del suo amato Marcello di Terni e della sua carriera si è stabilita in Italia, a Perugia. Lì sono arrivata nel 1995 e ho iniziato il mio periodo di immersione nell'eccezionale cultura italiana e in tutto ciò che essa comporta. Poi, l'incontro con le dive Luciana Serra e Renata Scotto, che mi hanno accompagnato fino a New York, ha fatto di me una fedele rappresentante di ciò che significa portare la tradizione del canto lirico nel mondo.

In che modo l’Italia – la lingua, il repertorio, i teatri – è diventata per lei una seconda casa, fino a sentirsi “italianissima”?

Quando si decide con tutto il cuore di abbracciare una città, una cultura, uno stile di vita, capita naturalmente di ritrovarsi un giorno a sognare in italiano e a far conoscere l'Italia agli amici che vengono a trovarti dall'altra parte del mondo, proprio come un italiano qualsiasi e con quei dettagli che conosci perché hai condiviso esperienze e dedicato il tuo tempo a viverle. Lo spirito latinoamericano è molto vicino a quello italiano per il semplice motivo che siamo i discendenti di quegli stessi italiani che, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, decisero di stabilirsi in America. La voce riflette questo calore speciale che si trasmette quando si canta l'opera. È stato come ritrovare i miei simili, cantare insieme ai miei colleghi italiani. È stato come tornare a casa. Era ciò che andava bene e quindi, naturalmente, si è trasformato in perfezione per poter poi trasmettere in tutto il mondo.

Dal Festival estivo di Francoforte e Magonza al debutto alla Washington Opera con Plácido Domingo: quali sono le tappe che sente più decisive nel suo percorso?

I momenti più intensi, magici che ricordo e che mi hanno permesso di intraprendere la mia carriera artistica sono il debutto al Teatro Regio di Parma, quando ho vinto il Premio Città di Roma e ho potuto debuttare nell'opera Rigoletto, quando ho avuto l'opportunità di debuttare nella Traviata alla Fenice di Venezia, proprio il teatro per cui Verdi compose quell'opera, quando insieme a tutto il governo italiano ho rappresentato il Bel Canto in Cina nel 2006 e molti altri momenti ancora. Quando nel 2022 ho deciso di tornare a vivere in Italia e, con il sostegno dell’ambasciata uruguaiana, ho tenuto il concerto a Villa Torlonia a Roma, è stato un ritorno nella mia seconda patria con la consapevolezza e la serenità di chi ha già molto da offrire. 

Se dovesse scegliere tre ruoli che meglio raccontano la sua voce e la sua personalità – Antonia, Violetta, Lucia, la Regina della Notte o altri – quali sarebbero e perché?

Ho fatto miei tutti i ruoli che ho interpretato in un'opera. Imparo a calarmi in quel personaggio che è stato creato per poterlo trasmettere al pubblico nel modo più sincero possibile. Sono una semplice interprete, un tramite che unisce l'artista creatore e il pubblico. Devo ammettere che Violetta de *La Traviata* mi permette di esprimere appieno la mia personalità, il mio essere, il mio romanticismo, le mie paure e le mie gioie. Mi ha regalato immense soddisfazioni in tutto il mondo. Mi permette di volare con la mia voce proprio come la Lucia di Donizetti, dove nella scena della pazzia libera tutte le sue paure e aiuta l'interprete a liberarsi dalle rigidità di una tecnica vocale e, rafforzandosi, diventa il personaggio, davvero.

 “Simplemente Luz” è una biografia musicale che lei porta tra Uruguay, Italia ed Europa: com’è nata l’idea di raccontarsi in questo modo, tra opera, canzone e memoria personale?

Lo spettacolo «Simplemente Luz» nasce dal desiderio di condividere la mia vita sul palcoscenico in modo intimo e unico, riunendo tutti i momenti che ho vissuto fino ad oggi. Attraverso la musica, con i suoi diversi stili e generi, accompagnare il pubblico in un viaggio attraverso epoche e paesi. Uno spettacolo intimo che può prendere vita proprio perché ogni momento raccontato è stato realmente vissuto. 

Lei ha detto di voler “demistificare il concetto di diva”: cosa significa, oggi, per una soprano, salire sul palco rimanendo vicina alla vita quotidiana delle persone?

Sfatare il mito della Diva: per me significa proprio questo, smantellare lo stereotipo che nel corso degli anni si è costruito attorno a una professione e conferire una dimensione umana e quotidiana. La Diva, come lo era Callas, è una donna con le sue esperienze, i suoi sogni, le sue lotte, le sue perdite, i suoi tradimenti, i suoi desideri, i suoi sacrifici, dove il dono che Dio le ha concesso la salva ogni volta che ne fa uso ed eleva quella stessa donna al ruolo di Diva. Perché quel dono è sacro, appartiene a Dio, a tutti. Abbiamo bisogno di condividerlo, di avere un pubblico, di essere quel tramite che guarisce chi ci ascolta e noi stessi.

Con PuntaClassic e la Fondazione Amigos de PuntaClassic ha portato l’opera anche nelle zone interne dell’Uruguay: cosa la muove in questo lavoro di “democratizzazione” della musica? 

Sono nata a Maldonado, una provincia a 120 km da Montevideo. Un paese in cui la cultura e l'economia sono concentrate nella capitale. Sono nato in una famiglia con limitazioni economiche, ma con la mentalità che mi ha trasmesso mio padre: «Tutto è possibile se riusciamo a immaginarlo e ci mettiamo al lavoro». Quando la vita ti risponde e ti regala tanti momenti di felicità, la mia essenza è quella di condividere con chi non ha questa opportunità. Ho pensato immediatamente ai giovani della mia provincia che, come me, non avevano ancora avuto l’opportunità di mettere a frutto il talento ricevuto. Dal 2010, metto in campo la mia voglia di fare, il mio lavoro, invito i miei colleghi e realizziamo ciò che sappiamo fare: l’opera. Il veicolo perfetto affinché, nella produzione di un titolo d'opera, i giovani talenti imparino la lingua, la tecnica vocale, la musica, la storia dei compositori, tutto. Che possano fare esperienza reale con artisti esperti e con musicisti. Apro le porte affinché, se decidono, possano seguire la loro strada. Ho pensato di mettere in scena questi spettacoli d'opera in luoghi che solitamente non sono pensati per ospitare questo genere musicale. Innanzitutto perché non abbiamo ancora un teatro di tradizione italiana; ce ne sono a Montevideo e in altre città del Paese. In secondo luogo perché voglio sfatare l'idea che l'opera sia un genere musicale riservato all'élite. La rappresentiamo in un ambiente naturale, sotto le stelle, dove 2.000, 3.000 persone possono partecipare gratuitamente o a un prezzo modico.

Come è nato il grande concerto a Pechino per l’ambiente, nel Grande Salone del Popolo, e che rapporto ha oggi tra arte e responsabilità ecologica?

L’Anno dell’Italia in Cina e stato  inaugurato il 19-20 gennaio 2006.Tra le altre iniziative, promosse dai ministeri degli Affari Esteri, delle Attivita’ produttive, dei Beni Culturali, dell’Ambiente, dell’Istruzione, della Salute e delle Politiche agricole, oltre che da diverse Regioni, piu’ di quaranta eventi culturali, il Teatro La Fenice di Venezia con tutte le sue maestranze ha rappresentato “La Traviata “ con me nel ruolo protagonistico. Dal sovraintendente Giampaolo Vianello al Presidente Ciampi abbiamo portato nel Grande Salone del Popolo il meglio dell'Italia. Nel 2011, grazie alle mie frequenti esibizioni in Cina a partire dal 2006, si presenta l'occasione di lanciare un appello alla consapevolezza ambientale e realizzo una coproduzione PuntaClassic-ACEF (All China Environmental Federation) per mettere in scena un grande spettacolo nella Grande Sala del Popolo in Piazza Tienanmen. Tre soprani provenienti da tre continenti che risvegliano la coscienza.

Lei è stata tra le prime a denunciare pubblicamente comportamenti di molestie da parte di Plácido Domingo: quanto è costato, a livello personale e professionale, prendere la parola?                                               

Grazie per aver sollevato questo tema così importante nella mia vita. Denunciare le avance, le molestie e gli abusi di potere da parte di colui che consideravi un mentore, un eroe, colui che ha dato un nome alla tua vocazione in un cinema a Maldonado quando eri piccola, è stato un periodo molto difficile e traumatico della mia vita. I fatti sono avvenuti tra il 2000 (a Roma) e il 2019 (a New York). Solo nel 2018, quando è stato possibile parlare apertamente di ciò che tante vittime hanno subito a causa di Placido Domingo in tutto il mondo, far sentire le nostre voci, le nostre esperienze ed essere ascoltate è stata una grande liberazione, ma anche una grande offesa al sistema che ancora OGGI protegge i potenti e fa orecchie da mercante a chi cerca di rendere il mondo un posto migliore. Testimonianze confermate da indagini che hanno richiesto due anni al Sindacato degli Artisti Americani e al Teatro di Los Angeles, la decisione della sua espulsione da ogni attività educativa e artistica sul territorio degli Stati Uniti a partire da febbraio 2020, conseguenze nel suo paese d'origine, la Spagna, dove il ministro della Cultura, sostenendo le “coraggiose donne che hanno denunciato questo comportamento inaccettabile”, ha vietato l'erogazione di fondi pubblici per qualsiasi sua esibizione in territorio spagnolo e la revoca di tutti i suoi onori. La possibilità di rendere pubblici i comportamenti di Placido Domingo ha cambiato l'atmosfera lavorativa nei teatri, ma a noi, che abbiamo alzato la voce, è costato caro essere messe da parte.                        

Pensa che il mondo dell’opera e della musica classica abbia imparato qualcosa, in questi anni, sul rapporto tra potere, corpo femminile e rispetto delle artiste?

A seguito delle denunce e dell'espulsione di Placido dalla scena artistica statunitense, il sindacato degli artisti americani AGMA ha introdotto una serie di norme volte a proteggere gli artisti che potrebbero essere potenzialmente vittime di questo tipo di attacchi in futuro. 

Che dialogo vede oggi tra l’Italia e l’America Latina sul piano culturale? Che cosa può dare l’opera a questo scambio?

Oggi il dialogo culturale tra l'Italia e l'America Latina attraversa una fase di profonda trasformazione digitale e cooperazione istituzionale, che va oltre la semplice celebrazione della nostalgia migratoria per concentrarsi sulla conservazione del patrimonio e sulla creatività contemporanea. Il rapporto si è evoluto in una partnership strategica coordinata da enti come l'IILA (Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana) e il Ministero degli Affari Esteri. L'opera non è solo un retaggio storico, ma un vero e proprio "ponte" vivo. Formazione di nuovi talenti: Progetti come  quel che offre la mia fondazione PuntaClassic per giovani  cantanti e musicisti latinoamericani, permettendo un travaso di tecniche dal "Belcanto" italiano alle nuove generazioni oltreoceano. L'opera resta il veicolo principale per la diffusione della lingua italiana. In molti paesi dell'America Latina, lo studio dell'italiano è indissolubilmente legato alla passione per il libretto. La tendenza attuale vede la fusione tra opera tradizionale e linguaggi moderni (come la mia nuova produzione TanOpera), creando prodotti ibridi che attirano il pubblico più giovane sia in Italia che in America Latina, rinfrescando un genere percepito a volte come elitario. La proclamazione del canto lirico italiano come Patrimonio Immateriale dell'Umanità UNESCO (2023) ha dato nuovo slancio a queste collaborazioni, rendendo l'opera un "marchio" di qualità che l'Italia esporta non più solo come spettacolo, ma come metodologia d'arte e di vita.

Se dovesse immaginare il suo prossimo progetto ideale – tra nuovo repertorio, cinema documentario (“Luz”) e grandi festival – quale sarebbe il sogno che vorrebbe ancora realizzare?  

TUTTI!!!!

01-04-2026
Autore: Sonia Rocca
Direttore di Meridianoitalia.tv
meridianoitalia.tv
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