Speriamo non diventi un’abitudine mancare le notti magiche calcistiche d’estate
di Emanuele Mariani
Non molto tempo fa, uscendo da uno stadio dove era andato a vedere l’ennesima deludente partita, un ragazzino mi aveva fermato per chiedermi: “Ma tu hai mai visto vincere la Nazionale italiana di calcio?”
Io mi sono voltato ed ho risposto: “Certo che sì, l’ho vista vincere due Mondiali 1982, in Spagna e 2006, in Germania ed un Europeo 2021, in Inghilterra e prima di me i miei genitori, l’Europeo del 1968, in Italia e prima ancora i miei nonni, videro vincere l’Italia i due Mondiali del 1934, in Italia e del 1938, in Francia e nel 1936, il titolo nel calcio alle Olimpiadi (l’unico finora azzurro), in Germania”.
Il ragazzino quindi si era allontanato pensando che, un giorno, la nostra Nazionale avrebbe di nuovo vinto, magari un altro Mondiale.
Ecco sono passate quasi 6 generazioni da quando venne istituita a Torino, il 26 marzo 1898, la Federazione Italiana del Football (FIF),antesignana della attuale Federcalcio, ma mai era stato realizzato, come invece ieri, un triste record per noi, nel calcio azzurro: siamo la prima "grande" Nazionale, tra le prime 15 del ranking Fifa, ad essere eliminata sul campo, per tre volte di fila, nelle qualificazioni ai Mondiali.
Inghilterra, Spagna, Uruguay e Francia, negli anni '70, si fermarono a due, l'Argentina non partecipò fra il '38 e il 54' per sua decisione (come l'Inghilterra nelle prime tre edizioni), l'Olanda negli anni da big mancò l'appuntamento per due occasioni consecutive solo nel 1982 e 1986.
Ora il disastro per l’Italia calcistica: ai rigori, ai Mondiali 2026, in Canada, America e Messico, ci va la Bosnia.
“Questa è una mazzata difficile da digerire", parole dell’allenatore azzurro, Rino Gattuso che in lacrime ha aggiunto: "Chiedo scusa per non avercela fatta. Il mio futuro non è importante".
Dopo Russia e Qatar, l'aereo che a giugno aspettava la nazionale italiana destinazione Stati Uniti, resterà ancora una volta senza maglie azzurre.
Difficile accettare che l'Italia non rappresenterà il meglio del calcio mondiale in estate, nemmeno nel formato allargato a 48 squadre che sembrava un mezzo assist di Infantino e della Fifa per aprire (anche) a noi.
Invece no. Ci saranno Uzbekistan, Curacao e Nuova Zelanda, ma non gli azzurri.
Delle tre, è forse l'eliminazione più dolorosa per come è maturata (se almeno il nostro centravanti Kean, avesse messo dentro quel tiro solo davanti al portiere, al 60esimo del secondo tempo, con noi in vantaggio, sia pure con un uomo in meno, ora si farebbero altri discorsi) e allo stesso tempo meno sorprendente.
La paura che da mesi accompagnava il Ct e i suoi giocatori era un indizio troppo grande da nascondere. Dalla Norvegia, disastro iniziato da Spalletti e completato dal poker subìto a San Siro da Gattuso, fino ai playoff che nascondevano dietro l'angolo l'incubo di un terzo tracollo.
Nel 2017 contro la Svezia e nel 2022 contro la Macedonia del Nord, i due Ko storici segnavano la fine di cicli in declino. Quello di un Ventura assediato e sfiduciato nel primo caso, quello di un Mancini indeciso e del gruppo confermato senza metterlo in discussione, dopo l'Europeo vinto,nel secondo. Stavolta la mazzata è dura da digerire proprio perché l'età media dell'undici titolare è molto più bassa rispetto ad allora. Politano a parte, tutti sotto i 30 anni. Altre tre "P", quelle dei 20enni Pio Esposito, Palestra e Pisilli, promettono futuro.
Per il resto del gruppo, sarà invece dura riprendere la maglia azzurra con entusiasmo. Quella corazza che un tempo incuteva timore in ogni campo di Europa e del mondo e che ora collassa a Zenica in un pianto senza fine, per quanto espulsioni date e mancate, rigori alle stelle o sulla traversa, possano aver indirizzato il verdetto. Ma non dipendono da questo più di dieci anni di fallimenti, ignorati, per un po', grazie a quell'Europeo del 2021 che, più che un singolo episodio di un'estate perfetta, era stato visto come una sorta di rinascita.
No, bisogna partire da molto più lontano e da cause più profonde, come si dice sempre in questi casi. Di certo ci sono tre generazioni di giovani tifosi che si sono fatti grandi aspettando un'Italia da Mondiale. E quanti anni avranno - Svezia, Macedonia, Bosnia e simili permettendo - nel 2030? Meglio non pensarci.
La verità è che il ranking e la storia contano marginalmente, che in partite da dentro o fuori conta la personalità che ai giocatori italiani, spesso protagonisti nei club, è mancata troppo spesso. Contro la Svezia le lacrime di Buffon e Barzagli a San Siro; quattro anni dopo contro la Macedonia del Nord, la ripetizione del trauma ha "costretto" al ritiro internazionale Bonucci e Chiellini; a Zenica, siamo rimasti tutti a terra, da Gattuso che ha provato la missione impossibile ai suoi predecessori (e adesso anche a lui) a tutti i suoi giocatori stesi sul prato, Pio Esposito e Cristante più abbattuti degli altri.
Dalla "last dance" del classe '78 Buffon, oggi capodelegazione di una barca che è affondata ancora, al primo ballo rimandato del 2005, Esposito.
Questo per dire che il crollo del movimento calcistico italiano tocca tutti, calciatori e addetti ai lavori praticamente degli ultimi 20 anni. Decisioni obbligatorie dovranno portare a dei cambiamenti, almeno questo ci si augura.
Intanto resta negli occhi l'immagine di quell'ultimo rigore solo sfiorato da Donnarumma che ai rigori ci aveva regalato l’Europeo. Ancora una volta a un passo dall'impresa (che un tempo era meno dell'obiettivo minimo), ancora quattro anni di attesa. Siamo arrivati a 12 anni, saranno 16: un’adolescenza di delusioni.
Insomma sì, Italia senza Mondiali per almeno 16 anni: poi non lamentiamoci che i ragazzi si allontanano dal calcio; sempre sperando di esserci ai Mondiali del 2030.
La terza eliminazione di fila della nazionale azzurra dalla competizione iridata di calcio ha un effetto collaterale amarissimo: c’è una intera generazione di ragazzi italiani che non conosce l’emozione di vivere le nottimagichemundial, quando il nostro Paese dimentica le divisioni e si veste di un unico colore. La sensazionecollaterale, poi, è che non c’è più lo shock delle prime volte, né la rabbia immediata. C’è solo un vuoto silenzioso che si allarga anno dopo anno, cambiando il modo in cui il calcio viene vissuto da Nord a Sud.
Perché questa assenza non pesa soltanto oggi: riscrive il passato e svuota il futuro. Per una generazioneintera, il Mondiale non è più un’esperienza. È un racconto, è epica sportiva, è – come chi scrive queste note, ha scritto in un recente saggio su calcio e letteratura – leggendaria drammaturgia calcistica.
Non ci saranno bambini davanti alla televisione con la maglia azzurra troppo grande, né famiglie che trattengono il fiato davanti a un rigore decisivo, né piazze che esplodono per un gol che diventa memoria collettiva irradiato da decine di tv, anche nel privato delle proprie case piene di quel silenzio, dove solo la voce del telecronista si sente prima del gol e, aprendo le finestre, si diffonde nelle strade e nei palazzi antistanti.
Nientecori intonati con il nodo in gola, niente rituali condivisi. Il Mondiale, semplicemente, sarà degli altri. E questo cambia tutto. Perché il tifo non nasce dall’abitudine, ma dall’identificazione. Nasce da immagini precise, da momenti vissuti insieme, da emozioni che diventano linguaggio comune tra generazioni. Senza questo, il legame si indebolisce. I ragazzi continueranno a seguire il calcio, certo, ma in modo diverso: più distaccato, più globale, meno radicato.
Seguiranno i grandi club, le starinternazionali, competizioni che continueranno a esistere senza di noi. Magari si appassioneranno, ai palcoscenici che non li riguardano direttamente.
La Nazionale, però, rischia di diventare un concetto astratto, una presenza intermittente, qualcosa che non coincide più con i momenti che contano davvero. È una perdita sottile, ma profonda: si interrompe una continuità emotiva. I padri (o i figli) raccontano Berlino 2006 (con Gattuso e Cannavaro e Grosso e Buffon e Totti e Del Piero, con tutti gli altri grandi e Lippi in panchina), i nonni (o i bisnonni) Spagna ’82 (quella Nazionaledi Paolo Rossi e Tardelli e Zoff e Antonioni, Conti e Collovati e Graziani e Scirea e Oriali e Gentile e Cabrini, con tutti gli altri grandi allenati da Bearzot), prima ancora gli altri successi del 1934, 1936 e 1938, ancora vivi nella memoria collettiva di anziani quasi centenari, cosa che chi scrive queste note ha sperimentato personalmente andando di recente a parlare del proprio saggio su epica del calcio e letteratura, in alcuni centri anziani di Roma, sia in zone di periferia (dove bisognerebbe andare più spesso a scovare anche talenti calcistici) come del centro storico.
Racconti pieni, vivi, ancora carichi di senso. Ma per la prima volta manca un equivalentecontemporaneo. Non c’è un’esperienza da aggiungere alla catena. E quando una catena si spezza, quello che resta non è tradizione: è nostalgia.
E’ quel bambino in fasce (oggi 56enne e che scrive queste note) il quale, nato nella notte della finale della 20esima edizione del Festival di Sanremo, il 1 marzo 1970, si sveglio’, non certo solo per la poppata notturna, in altra notte di gioia e gloria calcistica azzurra, ma proprio per l’esultanza dei genitori, al gol di Gianni Rivera del 4 a 3 di Italia – Germania Ovest, il 17 giugno 1970, allo Stadio Atzeca di Citta’ del Messico, dove,peraltro, si giocherà, l’11 giugno prossimo, la partita inaugurale del Campionato del Mondo di calcio, 2026e che diventerà così il primo stadio al mondo a ospitare tre partite inaugurali di un Mondiale (dopo le edizioni del 1970 e del 1986), alla quale competizione iridatal’Italia non parteciperà.
C’è alla fine, dunque, anche un altro effetto, meno evidente ma forse ancora più decisivo: cambia il senso del possibile.
Il Mondiale è sempre stato il luogo in cui un bambino poteva immaginarsi protagonista, eroe, simbolo di qualcosa di più grande. Senza quella vetrina, senza quelle immagini, il sognonon sparisce. Si sposta, si trasferisce altrove: verso altri campionati, altre maglie, altre storie.
Per un’intera generazione, l’Italia non è semplicemente assente: non esiste, nel momento in cui il calcio smette di essere solo gioco e diventa memoria condivisa. E quando un Paese smette di esistere in quei momenti, non perde solo partite. Perde una parte di sé.“Vi ricordate quando l’Italia…?”No, i ragazzi di oggi non potranno parlare dei Mondiali, iniziando così.
E ciò perché nemmeno quest’anno la nostra Nazionale, ci andrà ai Mondiali. Sarà il terzo Mondiale consecutivo. Ieri sera la sconfitta ai calci di rigore contro la Bosnia ci ha definitivamente esclusi dalla prossima Coppa del Mondo, quella con 48 squadre, l’edizione più ampia e partecipata della storia.
Non c’è più lo shock delle prime volte, né la rabbia istintiva. Non si può più certamente parlare di sfortuna o di incidente di percorso.
L’ultima presenza dell’Italia a un Mondiale è datata 24 giugno 2014. Nel migliore dei casi, una nuova partecipazione arriverà nel 2030. Un ragazzo, nato nel 2014, dovrà aspettare di compiere 16 anni. Forse.
Un’intera generazione di bambini è cresciuta senza vedere la propria Nazionale disputare un Mondiale. Niente estati con la maglia azzurra addosso, niente notti davanti alla tv, niente piazze stracolme di gente davanti a un maxischermo. Niente cori cantati in maniera stonata, niente rituali condivisi, niente amicizie nate per caso nel segno della Nazionale.
E no, il fortuito Europeo nel 2021, non basta.
Magari del calcio ci si innamorerà ugualmente (come pure di altri sport), si seguiranno i grandi club, o si guarderà comunque con interesse il prossimo duello fra Messi e Mbappè in una futura finale Mondiale. Ma la Nazionale è un’altra cosa, che rischia purtroppo di diventare un concetto troppo astratto.
E il Mondiale stesso, che per anni ha incarnato un rito collettivo fortissimo, come fu, ad esempio, per le notti magiche di Italia ’90, e che era solito tornare con meticolosità ogni 4 anni ed attraversare il tempo e le generazioni, unire padri e figli, amici e sconosciuti, appassionati e meno, rischia di diventare qualche cosa da guardare da lontano.
Per una generazione intera, il Mondiale non sarà più un’esperienza. Riecheggerà solamente nei racconti dei genitori. Alla fine il danno non è più solo sportivo, ma culturale e, perfino, esistenziale.
