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di Myriam Mazza

Mentre progettiamo intelligenze umanoidi e cerchiamo un rinnovato patto di civiltà per superare le divisioni e la violenza, le Sacre Scritture ci ricordano che la vera rinascita parte da una naturalezza superiore nel riconoscere il dono della vita. Nei Vangeli troviamo un susseguirsi di figure femminili, donne che rappresentano una realtà ben più complessa della condizione femminile, superando le convenzioni sociali dell’antichità.

In quel tempo le donne erano in una condizione di profonda disistima: considerate inferiori all’uomo in ogni ambito, la loro parola non aveva alcun valore legale o giuridico. Non potevano consultare la Torah alla pari degli uomini, avevano un accesso limitato alla vita pubblica e il loro valore era confinato alla sfera domestica e alla maternità. Le donne erano sempre soggette all’autorità patriarcale. L’idea dominante era che non valesse la pena istruirle in quanto incapaci di imparare. Gli uomini le accusavano di varie malattie e, non da ultimo, di essere fonte di tentazione sessuale. Avere un figlio era motivo di ringraziamento, avere una figlia di dispiacere.
Eppure, nel racconto evangelico, le donne sono protagoniste. Il Nuovo Testamento offre un’immagine sorprendentemente nuova del loro ruolo rispetto al contesto culturale e religioso dell’epoca. Gesù di Nazareth, nella sua predicazione e nel suo comportamento, non si lasciò condizionare dalla concezione allora vigente delle donne. Non esitava a guarirle e a interagire con loro in pubblico, infrangendo numerosi tabù. Un esempio è la guarigione dell’emorroissa (Marco 5,25-34), una donna ritenuta impura secondo la legge mosaica: invece di evitarla, come dettava la norma, Gesù la guarisce e le dice: «La tua fede ti ha salvata». Un altro episodio significativo è l’incontro con la Samaritana al pozzo (Giovanni 4,1-42): qui Gesù non solo interloquisce con una donna sconosciuta — già di per sé un’eccezione per quei tempi — ma le rivela anche la sua identità messianica.
E cosa dire del rapporto di Gesù con Marta? Un legame fraterno: Marta non esita a rivolgergli un rimprovero, quasi a richiamarlo al suo ruolo di Messia. Il loro è un rapporto fondato sull’empatia e sull’ascolto reciproco. «Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”. Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà”» (vv. 20-23). È l’amore, capace di vedere l’invisibile, a coinvolgere Gesù, che scoppia in lacrime: «Gesù, quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Vedi come lo amava!”» (vv. 33-36). È una donna, con la sua amicizia autentica e il suo amore senza orpelli né possessività, a coinvolgere Gesù fino al compimento del grande segno: restituire la vita a un amico morto — «Lazzaro, vieni fuori!».
E poi la figura di Maria Maddalena, definita “apostola degli apostoli”, è emblematica: è lei la prima a vedere il Signore e a ricevere il mandato di annunciare la sua risurrezione ai discepoli. Il momento culminante di questa rivoluzione si consuma tra il Calvario e il sepolcro. Mentre i discepoli fuggono per paura, le donne restano fedeli sotto la croce, partecipando con coraggio ai momenti più drammatici della Passione. È in una donna, Maria, che si compie una delle sintesi più audaci della storia della salvezza: l’incontro tra l’inizio della creazione e il suo compimento nel Risorto.
Il messaggio originario del Vangelo contiene un forte invito all’uguaglianza tra uomini e donne. La loro capacità di vedere al di là dell’ovvio resta, a distanza di duemila anni, un modello altissimo di intelligenza spirituale e di coraggio civile.

07-04-2026
Autore: Myriam Mazza
Farmacista
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