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di Gianni Lattanzio

Ad appena un anno dalla conclusione del pontificato di Francesco, il primo bilancio dell’azione di Leone XIV mostra con sorprendente chiarezza una verità che spesso sfugge allo sguardo frettoloso: la Chiesa non è passata da un “modello” all’altro, ma ha attraversato una soglia di continuità creativa. Due uomini, due stili, due carismi profondamente diversi; e tuttavia un’unica, tenace, ostinata ricerca: servire la pace nel mondo attraverso il Vangelo, ciascuno secondo la grazia ricevuta.

Il pontificato di Francesco ha riportato al centro della scena la parola forse più scandalosa del cristianesimo: misericordia. Con un linguaggio diretto, immediato, spesso spiazzante, Francesco ha voluto che la Chiesa si lasciasse misurare non innanzitutto dalla coerenza interna delle sue formule, ma dalla capacità di farsi prossima alle ferite del mondo: ai migranti, ai poveri, alle periferie esistenziali, alle vittime di ogni guerra dimenticata. La sua insistenza sulla “Chiesa in uscita”, sull’“ospedale da campo”, sul rifiuto della “cultura dello scarto” ha segnato una svolta di stile e di priorità: la pace, per Francesco, non è stata mai una categoria astratta, ma il volto concreto di chi bussa alle porte dell’Europa, di chi fugge dai conflitti, di chi è schiacciato da sistemi economici disumanizzanti.

In questo senso, il suo magistero sociale ha contribuito a restituire alla Chiesa una voce profetica globale contro la logica della guerra “a pezzi”, contro il riarmo, contro l’indifferenza. Con forza ha collegato pace, giustizia sociale e salvaguardia del creato, mostrando come non possa esserci pace laddove la terra è saccheggiata, i popoli sfruttati, i deboli lasciati indietro. È stato un pontificato che ha spinto la comunità cristiana a scendere in strada, a esporsi, a rischiare la prossimità.

Con Leone XIV, quella stessa tensione alla pace non si spegne, non viene corretta, non viene smentita: viene approfondita, radicata, ripensata alla luce di un diverso carisma. Se Francesco ha allargato gli orizzonti pastorali, Leone XIV sembra volerne approfondire le fondamenta teologiche. La sua parola non è meno esigente sul piano della pace; è, piuttosto, più attenta a mostrare come la pace non sia solo frutto di buone politiche o di gesti umanitari, ma abbia una struttura spirituale e veritativa.

Nel primo anno del suo pontificato, Leone XIV ha insistito sul fatto che la pace cristiana non è semplice assenza di conflitto, ma frutto della riconciliazione, incontro tra giustizia e misericordia, verità e perdono. Dove Francesco ha privilegiato il racconto, il gesto, l’immagine che tocca il cuore, Leone XIV spesso entra nel cuore delle categorie teologiche: parla di alleanza, di croce, di risurrezione, di santità, mostrando come ogni sforzo di pace nel mondo – dalle mediazioni diplomatiche all’impegno per i diritti umani – perda respiro quando non è sostenuto da una visione alta dell’uomo e del suo destino.

La continuità fra i due pontificati emerge proprio qui, nella loro diversa ma convergente risposta all’“eclissi di Dio” nel mondo contemporaneo. Francesco ha cercato di riaccendere il volto di Dio attraverso la vicinanza, il linguaggio semplice, il gesto che rompe la distanza: dal viaggio a Lampedusa alle visite nelle periferie, dalla denuncia delle guerre “dimenticate” alle lacrime per i bambini vittime dei conflitti. Leone XIV, senza negare nulla di ciò, cerca ora di restituire al credente e al non credente l’immagine di un Dio che non è solo compagno di viaggio, ma origine e fine di ogni cosa, criterio ultimo a cui misurare scelte politiche, modelli economici, equilibri internazionali.

I due carismi si illuminano a vicenda. Senza Francesco, il linguaggio teologico di Leone XIV rischierebbe di apparire, almeno ad alcuni, troppo esigente, troppo “alto”, lontano dalle fatiche quotidiane di chi soffre. Senza Leone XIV, l’eredità di Francesco rischierebbe di essere ridotta a una sorta di “umanesimo buono”, apprezzato ma facilmente addomesticato dallo spirito del tempo. Insieme, invece, mostrano una Chiesa che abbraccia e istruisce, consola e chiarifica, cura e giudica alla luce del Vangelo.

Anche sul piano ecclesiale, la continuità è più profonda di quanto appaia a uno sguardo superficiale. Francesco ha spalancato la stagione della sinodalità, dell’ascolto reciproco, della valorizzazione delle Chiese locali e delle periferie. Ha restituito a molti la sensazione che nella Chiesa ci fosse finalmente spazio per la parola dei lontani, per le domande scomode, per le biografie ferite. Leone XIV raccoglie questa eredità, ma la collega con forza al tema dell’unità del sensus fidei: l’ascolto non è una dispersione di voci, è una ricerca comune della verità, in cui la comunione non è mai opzionale. Così, la sinodalità non viene rinnegata, ma ripensata come cammino che ha un centro riconoscibile e un orizzonte condiviso.

Sul versante culturale, entrambi hanno offerto un contributo decisivo alla causa della pace, ma ancora una volta con accenti diversi. Francesco ha sfidato il mondo globalizzato sul terreno della compassione concreta, costringendo i potenti a confrontarsi con i volti dei poveri, dei migranti, delle vittime della tratta e delle guerre. Leone XIV, senza arretrare su questi temi, insiste sul fatto che una pace duratura richiede una rivoluzione dello sguardo sull’uomo: non basta dirsi contro la guerra, occorre ripensare la vita, il corpo, la famiglia, la tecnica, l’economia alla luce di un’antropologia che riconosca nell’uomo un chiamato, non solo un individuo da proteggere.

Così, a un anno dalla fine del pontificato di Francesco, non assistiamo alla contrapposizione di due modelli di Chiesa, ma al passaggio di testimone all’interno di una stessa grande corsa: la corsa perché la Chiesa rimanga “sacramento di pace” in un mondo lacerato. Francesco ha insegnato che la Chiesa non può parlare di pace se non si lascia toccare dalle ferite della storia; Leone XIV ricorda che non può portare vera pace se perde il coraggio di annunciare la verità intera del Vangelo.

In questa continuità nella differenza, si intravede una profonda sapienza dello Spirito: alla stagione dell’“alleanza con le periferie” segue quella di una rifondazione teologica della speranza, perché l’impegno per la pace non si consumi in stanchezza, delusione o ideologia. Due pontificati, due stili, due voci: ma un’unica, ostinata, appassionata convinzione che attraversa entrambi – la pace è possibile, se l’uomo ha il coraggio di lasciarsi riconciliare con Dio, con gli altri, con il creato, con sè stesso.

22-04-2026
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore di Meridianoitalia.tv
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