di Gianni Lattanzio
L’incontro tra Papa Leone XIV e la primate anglicana Sarah Mullally in Vaticano non è soltanto una pagina di cronaca ecclesiale, ma un segno carico di conseguenze religiose, culturali e geopolitiche, che si impone anche allo sguardo più distratto. Nel gesto del Vescovo di Roma che apre le porte del Palazzo Apostolico alla guida di una comunione nata da uno scisma, in un tempo segnato da guerre globali e da una diffusa crisi di senso, si riflette la consapevolezza che la divisione tra i cristiani non è più un affare interno di specialisti, ma un elemento che incide sulla credibilità stessa dell’annuncio: “Che tutti siano una sola cosa, perché il mondo creda” (Gv 17,21).
Sul piano strettamente religioso, questa udienza dice che le ferite del passato – pur reali e non ancora sanate – non possono più funzionare da alibi per l’immobilismo. Quando Leone XIV riprende le parole di Francesco e parla di “scandalo” se, a causa delle nostre divisioni, non adempiamo alla comune vocazione di far conoscere Cristo, rovescia una prospettiva sedimentata: non è più il dialogo a essere sospetto, ma la rassegnazione allo status quo delle separazioni. Un tempo sarebbe apparso “scandaloso” vedere il Vescovo di Roma pregare con la primate anglicana; oggi, alla luce del Vangelo, appare scandaloso il contrario, cioè rinunciare persino a cercare cammini comuni di comunione e testimonianza. Teologicamente, questo spostamento implica una rilettura dell’unità non come mera ricomposizione giuridica di strutture, ma come esigenza intrinseca della fede in Cristo unico Signore: se “c’è un solo corpo e un solo Spirito” (Ef 4,4), la frammentazione dei cristiani contraddice la vocazione stessa della Chiesa a essere sacramento di unità per l’intera famiglia umana. L’incontro con Sarah Mullally – donna, vescova, primate di una Comunione a sua volta attraversata da lacerazioni interne – mostra che l’unità non potrà essere la nostalgica restaurazione di un passato idealizzato, ma dovrà prendere la forma di una convergenza nuova, capace di onorare la verità delle differenze e, al tempo stesso, la superiorità del Vangelo rispetto a ogni assetto istituzionale.
Il peso di questo gesto diventa ancora più chiaro se lo si colloca dentro la biografia di Leone XIV. Robert Francis Prevost, nato a Chicago nel 1955, è il primo Papa statunitense e il primo Pontefice agostiniano: matematico di formazione, entra nell’Ordine di sant’Agostino, pronuncia i voti solenni nel 1981 e si forma tra Stati Uniti e Roma, dove studia teologia e diritto canonico. La sua storia si intreccia poi con l’America Latina: per anni guida il seminario agostiniano di Trujillo, in Perù, insegnando diritto canonico e svolgendo una intensa attività pastorale nelle periferie urbane, a contatto con contadini poveri, rifugiati venezuelani, popolazioni indigene. È amministratore apostolico e poi vescovo di Chiclayo, quindi prefetto del Dicastero per i vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, prima di essere creato cardinale e infine eletto, l’8 maggio 2025, 267º successore di Pietro. Questa traiettoria, sospesa tra Nord e Sud del mondo, segnata dall’agostinismo e da una lunga pratica di governo ecclesiale, spiega l’insistenza di Leone XIV sulla pace, sulla giustizia sociale, sul rifiuto di ogni pretesa di onnipotenza del potere politico, e al tempo stesso il suo modo di intendere l’ecumenismo: non come capitolo opzionale, ma come prolungamento di una Chiesa che vuole essere coscienza critica della comunità internazionale, non sua ancella né sua padrona.
Di fronte a lui, in Vaticano, è arrivata Sarah Elizabeth Mullally, 106ª arcivescova di Canterbury e prima donna a guidare la Chiesa d’Inghilterra e, con essa, la Comunione anglicana. Nata nel 1962, infermiera oncologica e poi Chief Nursing Officer per l’Inghilterra, ha intrapreso il ministero ordinato nel 2001, è stata vescova di Crediton e, dal 2018, prima donna vescova di Londra, fino alla nomina a primate, approvata da re Carlo III nel 2025 e divenuta effettiva con l’insediamento del 25 marzo 2026. Sposata, madre di due figli, Mullally porta nella guida della Chiesa un’esperienza maturata nei reparti ospedalieri, a contatto con il dolore e la vulnerabilità, che lei stessa ha descritto a Leone XIV come elemento che continua a plasmare il suo ministero. La sua elezione non è stata indolore: diverse Chiese africane della Comunione, di orientamento tradizionalista, e la Chiesa anglicana del Nord America hanno contestato la scelta di una donna primate, in continuità con le polemiche sulle ordinazioni femminili e sull’accoglienza delle coppie omosessuali, fino alla benedizione delle unioni tra persone dello stesso sesso e all’ordinazione di sacerdoti apertamente gay.
L’anglicanesimo vive, insomma, una tensione forte tra spinte riformatrici e richiami a un’interpretazione più letterale della Scrittura, soprattutto in materia di ministero e morale sessuale, e il volto di Mullally è diventato icona di questo passaggio di fase. In più, il suo arrivo a Canterbury è nato dal trauma dello scandalo degli abusi che ha travolto il predecessore Justin Welby, accusato di aver taciuto per anni i crimini di un influente laico evangelico, John Smyth, responsabile di violenze su decine di ragazzi tra Africa e Regno Unito: la domanda di una leadership diversa, capace di rompere l’omertà e di rimettere al centro le vittime, ha pesato non poco nella scelta di una donna, con reputazione di dialogo e fermezza. Quando, nei giorni della visita romana, Mullally assicura al Papa che “dobbiamo lavorare insieme per il bene comune, costruendo ponti e non muri”, e si presenta come “vostra sorella in Cristo”, la sua voce porta dentro il Palazzo Apostolico una domanda di credibilità che non riguarda solo gli anglicani, ma tutte le Chiese.
Dal punto di vista cattolico, la scena di Leone XIV che siede accanto a una primate donna, mentre ricorda che nella Chiesa cattolica il sacerdozio resta riservato agli uomini, restituisce con un colpo d’occhio la complessità della fase presente. Il Papa è ben consapevole che, anche tra i cattolici, i temi dell’ordinazione femminile e della pastorale verso le persone lgbtq sono questioni che ritornano ciclicamente, generando polarizzazioni e ferite; nello stesso tempo, non vuole ripercorrere il cammino accidentato che ha diviso la Comunione anglicana. Accogliere Mullally come interlocutrice autorevole, senza rinunciare alla propria dottrina, significa imboccare una via stretta: evitare gli strappi, ma non chiudere gli occhi sulle domande nuove poste dalla storia, né sulle sofferenze concrete delle persone cui queste domande danno voce.
Per comprendere la portata di questo gesto, occorre risalire a tappe precedenti di un cammino lungo e tutt’altro che lineare. Nel 1966, Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey si erano incontrati a San Paolo fuori le Mura, dando vita a una dichiarazione congiunta che inaugurava il primo dialogo teologico ufficiale tra cattolici e anglicani e parlava esplicitamente di “ricercare il ripristino della piena comunione nella fede e nella vita sacramentale”. Quell’incontro, celebrato quest’anno nel suo 60º anniversario proprio da Sarah Mullally insieme al cardinale Kurt Koch, ha segnato la svolta: da allora, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno incontrato più volte i successivi arcivescovi di Canterbury, fino a pregare insieme, firmare dichiarazioni comuni, concelebrare vespri, e istituire a Roma un Centro anglicano stabile per accompagnare il dialogo. Sul versante anglicano, va ricordato anche il titolo che ancora accompagna il sovrano britannico, “Defender of the Faith”, e il fatto che nell’ottobre 2025, durante la visita di Stato a Roma, Carlo III abbia pregato con Papa Francesco nella Cappella Sistina: un gesto che, dopo cinque secoli, ha reso visibile la fine della stagione in cui Roma e Londra si guardavano solo come avversari.
L’udienza di Leone XIV e Mullally si colloca dunque dentro una trama già fitta di incontri, ma introduce una novità simbolica potente: per la prima volta è una donna a portare sulle spalle il titolo di arcivescovo di Canterbury, e a essere ricevuta in Vaticano come tale. Il fatto che la primate, nelle ore romane, abbia voluto sostare in preghiera sulla tomba di san Paolo, nel luogo esatto dove fu firmata la dichiarazione Paolo VI–Ramsey, lega in modo quasi visibile memoria e futuro. Non meno importante è il contesto mediatico che ha accompagnato la visita: dalle foto che ritraggono Mullally mentre dona un vasetto di miele al Papa, ricambiata da un sorriso quasi familiare, alle analisi della stampa internazionale che hanno sottolineato come la primate si fosse già pubblicamente schierata al fianco di Leone XIV nella sua “coraggiosa chiamata a un regno di pace”. In un panorama in cui le religioni vengono spesso immaginate come fattori esclusivamente divisivi, questa scena di cordialità e insieme di chiarezza teologica diventa una narrazione diversa, capace di parlare al grande pubblico: l’ecumenismo non come tecnicismo per addetti ai lavori, ma come laboratorio di pace, di cura del creato, di difesa dei più vulnerabili.
È sullo sfondo del duro scontro verbale tra Donald Trump e Leone XIV che questo laboratorio acquista anche un rilievo geopolitico evidente. Per la prima volta nella storia recente, un presidente degli Stati Uniti ha attaccato frontalmente il Vescovo di Roma, accusandolo, via social, di essere “debole sulla criminalità” e “terribile sulla politica estera”, rimproverandogli la critica alla guerra contro l’Iran e arrivando perfino a suggerire di essere, in qualche modo, l’artefice della sua elezione. La risposta del Papa non è stata sullo stesso registro: nessuna invettiva personale, nessuna gara di insulti, ma la scelta di continuare a parlare di pace giusta, di limiti del potere, di difesa degli innocenti usando il linguaggio del Vangelo, della dottrina sociale, delle Scritture. Diversi osservatori hanno colto in questo atteggiamento la volontà di restituire alla Chiesa il ruolo che Martin Luther King attribuiva alle comunità cristiane: non padrone né serva dello Stato, ma sua coscienza, guida e critica, mai suo strumento.
In questo contesto, la decisione della primate anglicana di dichiararsi “al fianco del Papa” nella sua denuncia delle ingiustizie e delle logiche di guerra, e di benedire la sua “coraggiosa chiamata a un regno di pace”, assume un significato che va oltre il pur importante dialogo dottrinale. Roma e Canterbury, storicamente divise, scelgono di pronunciare una parola comune sulle grandi fratture del nostro tempo: sul conflitto in Medio Oriente, sulle migrazioni, sulle disuguaglianze strutturali, sulle devastazioni ambientali. La Comunione anglicana, con le sue ramificazioni nel mondo anglosassone e nel Sud globale, è presente in molti luoghi dove le diplomazie statali non riescono più a farsi ascoltare; la Chiesa cattolica, con la sua rete planetaria, ha spesso accesso a spazi che restano preclusi ai governi. Una maggiore sintonia tra Roma e Canterbury può trasformare i cristiani in “artigiani di pace” dove la politica si arena, non per costruire blocchi religiosi contrapposti ad altri, ma per mostrare che la fede può generare alleanze inedite al servizio della dignità umana.
Se allarghiamo ancora lo sguardo, vediamo che l’ecumenismo si sta giocando, negli ultimi anni, anche su altri tavoli: la riflessione intorno a una nuova Charta Oecumenica europea, i convegni in cui vescovi cattolici, ortodossi e pastori protestanti provano a pensare insieme l’Europa oltre i sovranismi, i tavoli comuni sulla pace, sull’accoglienza dei migranti, sulla custodia del creato. In questa trama, l’incontro tra Leone XIV e Sarah Mullally non è un episodio isolato, ma una tessera di un mosaico più ampio: un cristianesimo che, pur diviso, sente su di sé l’urgenza di dire qualcosa di credibile su pace, giustizia e casa comune. Collocato sullo sfondo del precedente incontro tra Francesco e Carlo III, il gesto di Leone XIV e della primate anglicana appare così come un passo ulteriore in un cammino che non è rettilineo, ma ha assunto ormai un carattere irreversibile: da un lato conferma che l’ecumenismo è dimensione costitutiva della fedeltà al Vangelo; dall’altro suggerisce che la credibilità della parola cristiana sulla riconciliazione dipende in maniera decisiva dalla capacità delle Chiese di ricomporre, almeno parzialmente, le proprie fratture.
In un mondo che cerca, spesso senza trovarli, segni di speranza, la scena di un Papa che prega con una primate anglicana – sullo sfondo delle preghiere condivise di Francesco e Carlo III – può diventare un’icona di futuro: non un’utopia ingenua, ma l’immagine esigente di una grazia che ancora oggi può trasformare la memoria dei conflitti in energia di dialogo. Se le Chiese, segnate da secoli di scomuniche e rotture, osano tornare a parlarsi “faccia a faccia” (cf. Es 33,11), allora forse anche le società e le nazioni potranno imparare di nuovo quest’arte fragile e decisiva: parlarsi, ascoltarsi, riconoscersi, senza negare le differenze, ma lasciandole diventare ponti invece che muri.
