di Gianni Lattanzio
C’è un momento, ogni anno, in cui il calendario civile smette di essere una semplice successione di date e torna a farsi coscienza collettiva. È il Primo Maggio. Ma questa festa, oggi più che mai, chiede di essere sottratta alla retorica, alle formule stanche, ai riti che si ripetono senza più toccare la realtà. Perché il lavoro, nel nostro tempo, non è soltanto una questione economica: è la grande soglia sulla quale si misura la dignità della persona, il valore della convivenza, la qualità della democrazia. In una stagione segnata da guerre, rivoluzioni tecnologiche,
diseguaglianze crescenti e nuove solitudini sociali, la vera domanda non è quanti posti di lavoro vengano creati, ma quale idea di uomo quel lavoro custodisca o tradisca.
Per troppo tempo il lavoro è stato raccontato quasi esclusivamente come mezzo di sussistenza, come prestazione da remunerare, come funzione dentro un ingranaggio più grande. Eppure proprio qui si consuma l’equivoco più grave. Perché il lavoro non è mai soltanto salario, produttività o collocazione contrattuale. È riconoscimento, partecipazione, appartenenza, senso. Quando il lavoro viene ridotto a merce e il salario a semplice prezzo, non si impoverisce soltanto il reddito: si impoverisce la persona. È in questo svuotamento silenzioso che maturano il disagio contemporaneo, il disincanto di tanti giovani, il distacco crescente tra individuo e organizzazioni. Quando ciò che facciamo appare inutile, o peggio dannoso, non perdiamo solo motivazione: perdiamo una parte di noi stessi.
La sociologia classica lo aveva compreso con grande lucidità. Durkheim insegnava che la divisione del lavoro può essere principio di solidarietà oppure di disgregazione, a seconda che consenta alla persona di riconoscersi nel legame sociale oppure la condanni all’anomia, allo smarrimento, alla frattura del senso. Anche Max Weber, a suo modo, aveva colto il rischio di una razionalizzazione capace di trasformare il lavoro in una gabbia d’acciaio, efficiente ma disumana, ordinata ma senz’anima. Oggi, nella civiltà digitale e finanziaria, questa intuizione si fa ancora più netta: possiamo disporre di strumenti potentissimi e insieme produrre forme sempre nuove di alienazione.
Non è un caso che la Scrittura, molto prima delle nostre scienze sociali, abbia affidato al lavoro una densità antropologica decisiva. “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15). In queste parole non c’è soltanto l’origine del lavoro, ma il suo significato più alto: custodire, coltivare, prendersi cura. Il lavoro, prima di essere fatica, è relazione responsabile con il mondo. È cooperazione con l’opera della creazione. Per questo la tradizione cristiana ha sempre guardato con sospetto ogni riduzione economicistica del lavoro. Giovanni Paolo II lo disse con una chiarezza che non ha bisogno di aggiornamenti: il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. In quella formula è contenuta una vera antropologia politica, una misura di civiltà, un criterio per giudicare interi sistemi economici.
Oggi tale criterio torna con forza, perché viviamo un passaggio d’epoca in cui il lavoro è stretto tra due pressioni opposte e convergenti: da un lato la precarizzazione diffusa, dall’altro la tentazione di una produttività assoluta, che non riconosce limiti, pause, fragilità. Si lavora molto, spesso male, talvolta senza riuscire a vivere dignitosamente. In Italia, proprio nelle riflessioni dedicate al Primo Maggio 2026, si è ribadito che “non può essere normale che lavorare non basti a vivere”, mentre il tema della dignità salariale è stato posto come nodo centrale di una nuova questione sociale. È una frase semplice, ma tagliente come una sentenza morale. Perché se il lavoro non garantisce una vita degna, allora viene meno il patto fondamentale che tiene insieme persona, società e istituzioni.
Ma c’è un altro aspetto, ancora più drammatico, che rende questo Primo Maggio diverso da molti altri. Mentre l’Occidente parla di innovazione, transizione e futuro, cresce sotto i nostri occhi un’economia di guerra che assorbe risorse, riconverte produzioni, normalizza l’idea che la distruzione possa diventare occasione di sviluppo. I vescovi italiani, nel messaggio per il Primo Maggio 2026, hanno parlato senza esitazioni del “grande inganno della guerra”, ammonendo che il lavoro non può perdere la sua vocazione alla pace né trasformarsi in complicità con la violenza organizzata. È un passaggio di straordinaria rilevanza culturale e politica. Perché obbliga a porre una domanda scomoda: basta che un lavoro esista perché sia giusto? Basta che produca reddito perché produca anche bene comune?
La questione non è astratta. A Torino, città simbolo del lavoro industriale italiano, il cardinale Roberto Repole ha chiesto se si possa accettare senza reagire il passaggio dalla città dell’auto alla città delle armi, ricordando che centinaia di aziende del comparto automotive sono state riconvertite alla produzione militare. È una domanda che attraversa l’intero Paese e che tocca il cuore della dignità umana. Perché non ogni lavoro eleva la persona; non ogni occupazione costruisce civiltà. C’è un lavoro che cura e un lavoro che ferisce, un lavoro che unisce e un lavoro che divide, un lavoro che costruisce la pace e un lavoro che si nutre della guerra. La grande profezia di Isaia — “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci” — non è solo un’immagine religiosa: è una visione del lavoro come conversione della forza in vita, della potenza in fecondità, della tecnica in servizio.
In questa stessa luce si comprende la sfida dell’intelligenza artificiale. La tecnologia, si è scritto, non va fermata ma governata: deve accompagnare il lavoro, non impoverirlo. È uno snodo decisivo. Perché l’innovazione non è mai neutrale: può liberare la persona da compiti usuranti, oppure sorvegliarla; può ampliare la libertà, oppure trasformarla in dipendenza; può generare conoscenza, oppure alimentare nuove esclusioni. Richard Sennett aveva intuito che la flessibilità, se assolutizzata, corrode il carattere e impedisce all’individuo di costruire una narrazione coerente della propria vita. Oggi questo rischio si radicalizza. Se il lavoratore diventa una funzione intercambiabile, valutata da algoritmi e sottoposta a una continua verificabilità, ciò che si smarrisce non è solo la stabilità occupazionale, ma la stessa esperienza del riconoscimento.
Ecco allora perché il Primo Maggio non può più essere soltanto la festa del lavoro. Deve tornare ad essere la festa dei lavoratori: delle persone prima che delle funzioni, delle vite prima che delle prestazioni. È qui la soglia decisiva. Una società giusta non si limita a distribuire reddito; distribuisce anche riconoscimento, possibilità, partecipazione. Non considera ornamentali parole come rispetto, fiducia, autonomia, dignità, ma le tratta come architravi dell’ordine sociale. Quando vengono meno, non perdiamo solo efficienza: perdiamo quell’anima collettiva che rende un Paese qualcosa di più di un mercato.
Per questo la tradizione cristiana conserva, anche nel dibattito pubblico contemporaneo, una forza profetica che non dovrebbe essere sottovalutata. Essa ricorda che la persona non coincide mai con la sua utilità, che il profitto non esaurisce il bene, che la sicurezza sul lavoro non è un costo ma un dovere, che il salario giusto non è una concessione ma un diritto. E ricorda, soprattutto, che la pace non si costruisce soltanto nei vertici diplomatici, ma dentro i modelli produttivi, nelle scelte industriali, nelle gerarchie morali che regolano l’economia. Quando il lavoro diventa “amore civile” e azione generativa, secondo l’espressione ripresa nel messaggio dei vescovi, esso torna a essere non soltanto necessario, ma umano.
In fondo, il Primo Maggio continua a interrogarci sullo stesso punto essenziale: che cosa tiene in piedi una civiltà? Non solo il Pil, non solo i mercati, non solo la velocità dell’innovazione. Una civiltà si regge sulla qualità del legame che riconosce tra lavoro e persona. Se questo legame si spezza, tutto il resto può ancora funzionare, ma non regge. Resta in piedi la macchina, si svuota l’umano.
Per questo, nel tempo dei cambiamenti epocali, il compito più urgente non è semplicemente difendere il lavoro che c’è, ma immaginare e costruire un lavoro degno dell’uomo. Un lavoro che non umili, non scarti, non uccida. Un lavoro che non trasformi gli aratri in lance, ma abbia il coraggio storico e morale di rifare il cammino inverso. È questa, forse, la più alta fedeltà al Primo Maggio: restituire al lavoro il suo volto umano, e alla persona la sua irriducibile dignità.
