di Gianni Lattanzio
Ci sono lingue che nascono per comandare, lingue che prosperano negli scambi commerciali, lingue che si affermano come codici tecnici di potenze militari. L’italiano ha avuto un’altra storia: si è insinuato nel mondo come lessico dell’arte e della musica, come grammatica del paesaggio urbano, come lingua di una certa idea di misura e di umanità.
È passato attraverso i secoli non tanto come vessillo di conquista, quanto come promessa di civiltà. In tempi attraversati da guerre vicine, da polarizzazioni rapide e da nuove fratture sociali, interrogare oggi la lingua e la cultura italiana come strumenti di pace, di democrazia e di integrazione significa misurarsi con la parte più delicata – e forse più decisiva – del nostro capitale simbolico.
Che sia un congresso sindacale della scuola a rilanciare questa domanda non è un dettaglio. A Riccione, nel XV Congresso della Uil Scuola, lo sguardo sulla lingua italiana nel mondo viene da chi vive quotidianamente la frontiera più concreta tra parola e cittadinanza: l’aula scolastica. È lì che l’italiano smette di essere un oggetto di culto e diventa esperienza: il modo in cui un bambino impara a chiedere, a dissentire, a raccontarsi; il modo in cui un’adolescente prende coscienza di sé; il modo in cui una classe prova a diventare comunità, almeno per qualche ora al giorno. È in quella palestra fragile che la democrazia prende forma o si sfilaccia.
La tradizione della lingua italiana è segnata da una curiosa tensione: vocazione all’universalità e fedeltà al concreto. Dante costruisce una lingua capace di dire l’assoluto partendo dalle parlate dei territori; Machiavelli interroga il potere con una prosa che sa di strade e di corti; l’Umanesimo e il Rinascimento intrecciano la ricerca della perfezione formale con l’urto del reale; il Novecento più alto, dalla Costituzione in poi, prova a trovare parole chiare per preservare la dignità umana dopo la catastrofe dei totalitarismi. La lingua italiana nasce e si rafforza nell’incontro tra l’aspirazione all’universale e la concretezza delle vite. È forse questa tensione a renderla, ancora oggi, particolarmente adatta a pensare la convivenza.
Tullio De Mauro ha ricordato a più riprese che il dominio linguistico è una delle condizioni sostanziali della partecipazione democratica. La democrazia, in questo senso, non è solo un’architettura istituzionale: è un regime di comprensibilità. Una parte non secondaria delle diseguaglianze passa attraverso ciò che si capisce e ciò che resta opaco, attraverso chi dispone degli strumenti per muoversi nel discorso pubblico e chi ne è escluso. Una lingua che si restringe, che si fa gergo aggressivo, che rinuncia alla precisione, non è un semplice problema stilistico: è l’indizio di una democrazia che si impoverisce.
Se l’italiano vuole essere strumento di democrazia, deve restare una lingua accessibile e ospitale. Accessibile, perché la scuola – e non solo la scuola – continua a essere il luogo in cui si decide se la parola diventerà patrimonio di tutti o privilegio di pochi. Ospitale, perché una società che cambia non può accontentarsi di una lingua museale. È necessario che l’italiano si lasci attraversare da biografie, accenti, lessici nuovi; che impari a raccontare storie migranti, periferie, esperienze inedite senza arretrare nella nostalgia o nell’allarme. Una lingua che accoglie senza dissolversi, che integra senza assimilare, è il presupposto di una democrazia non difensiva.
Il tema della pace, se spogliato delle sue incrostazioni retoriche, passa anche da qui. La pace non coincide con la sospensione delle ostilità; è piuttosto la costruzione faticosa di uno spazio dove il conflitto non debba necessariamente tradursi in annientamento. Perché questo accada, servono istituzioni, certo, ma servono anche un vocabolario e un immaginario: parole per nominare le ingiustizie senza disumanizzare, parole per riconoscere le differenze senza trasformarle in fronti contrapposti. L’italiano, quando viene insegnato come lingua della letteratura e del diritto, della musica e dell’urbanistica, del pensiero politico e dell’invenzione artistica, introduce naturalmente a questa complessità. Non offre soluzioni, ma abitua a guardare il mondo con una certa cura. È già molto.
Fuori dai confini nazionali, la lingua italiana si muove in un paesaggio ancora più intricato. Da un lato ci sono le comunità di origine italiana, con la loro stratificazione di memorie e di appartenenze; dall’altro ci sono studenti, ricercatori, professionisti che incontrano l’italiano per interesse culturale, per lavoro, per la promessa di una diversa qualità della vita. Scuole italiane all’estero, corsi di lingua, istituti di cultura rappresentano una rete fatta di istituzioni e di persone che, spesso lontano dai riflettori, costruiscono quotidianamente una forma di diplomazia non aggressiva: una presenza che non pretende di imporsi, ma prova a rendersi necessaria perché utile, interessante, affidabile.
La recente elaborazione politica sull’italofonia va in questa direzione: non un “blocco” linguistico chiuso, ma una comunità di pratiche, di scambi, di luoghi in cui l’italiano diventa lingua di mediazione tra mondi diversi. In questo quadro, la definizione della lingua italiana come strumento di pace e di cooperazione ha senso solo se è accompagnata da politiche coerenti. Significa investire nelle scuole e nella formazione dei docenti, certo, ma anche nell’editoria, nelle traduzioni, nelle piattaforme digitali, nelle reti tra università, nelle esperienze di co-progettazione culturale. La pace, anche qui, non è una parola astratta: è la qualità delle relazioni che si riescono a tenere nel tempo.
Il nodo dell’integrazione, dentro e fuori l’Italia, è forse il banco di prova più esigente. Nelle classi italiane – che si trovino a Bologna o a Bruxelles, a Torino o a Tunisi – la pluralità è ormai una condizione di partenza. Ragazzi e ragazze portano con sé lingue madri, abitudini, genealogie diverse. La questione non è se questo sia un bene o un male: è un dato. La domanda è un’altra: che cosa vogliamo fare di questa pluralità? Una lingua che si chiude, che pretende di cancellare le altre, che si propone come unico passaggio obbligato per la legittimazione sociale, produce frustrazione e risentimento. Una lingua che si offre come luogo comune, senza chiedere abiure ma chiedendo un patto – condividere diritti, doveri, orizzonti – può diventare, lentamente, un fattore di integrazione reale.
Da questo punto di vista, la scuola italiana – e con essa i soggetti che la abitano, compreso il sindacato – si trova in una posizione singolare. È al centro di un incrocio di tensioni: tra passato e futuro, tra locale e globale, tra esigenze immediate e visioni di lungo periodo. Il fatto che un congresso nazionale decida di interrogare la lingua e la cultura italiana nel loro rapporto con la pace, la democrazia, l’integrazione, significa riconoscere che non si tratta di un tema ornamentale. È una questione di progetto: che idea di Italia si vuole offrire ai propri cittadini e al mondo.
La risposta non può essere affidata a un colpo di penna o a una formula brillante. Richiede politiche, risorse, tempo. Ma richiede soprattutto una consapevolezza diffusa: che la lingua non è un reperto da museo né un feticcio identitario. È uno spazio da abitare, da discutere, da allargare. In quell’uso quotidiano, nelle classi, nei luoghi di lavoro, nei media, nei libri che continueranno a essere tradotti e letti lontano da qui, si deciderà se l’italiano resterà una lingua capace di tenere insieme cultura e civiltà, memoria e progetto, radici e incontro.
In definitiva, pensare la lingua e la cultura italiana come strumento di pace, democrazia e integrazione significa accettare una sfida esigente: misurare la coerenza tra ciò che il Paese dice di sé e ciò che è disposto a fare perché quelle parole non restino vuote. È una sfida che riguarda la politica, la scuola, il mondo del lavoro, le comunità italiane nel mondo, ma anche i lettori. Perché il modo in cui leggiamo, scriviamo, parliamo non è mai davvero neutro: orienta, nel suo piccolo, il mondo che verrà.
