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Beccalossi e prima hanno ammirato la grandezza del grande Torino, senza dimenticare Alex Zanardi ed il post terremoto in Friuli – giorni di anniversari tra storie di sport e di vita, ricordando i campioni e gli eventi come avrebbe fatto Beppe Viola

di Emanuele Mariani

Ci sono giorni nei quali, specie ai primi di maggio, lo sport e la vita si mescolano al ricordo di avvenimenti non sempre lieti: è notizia di oggi, 6 maggio, della scomparsa di un grande, grandissimo fantasista del calcio italiano degli anni ’70, ’80 e ’90, e che oggi, ironia della sorte, avrebbe fatto comodo alla nostra Nazionale (a corto di geniali numeri 10) - lui che in Nazionale maggiore non ci ha mai giocato - Evaristo Beccalossi, data che coincide con altro tragico anniversario, il terremoto in Friuli giusto 50 anni fa (ricordato con una cerimonia alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella),

il 6 maggio 1976, dal quale gli abitanti si sono rialzati, pur con i tanti caduti (990), come è nelle loro corde e tempra, quel Friuli Venezia-Giulia che ha dato i natali a grandi sportivi come Enzo Bearzot e Dino Zoff, che vinsero, con quella meravigliosa squadra, il Mondiale 1982, in Spagna.

Due giorni prima, il 4 maggio (giornata che – per inciso – è stata sempre dedicata al ricordo, da parte chi scrive, perché è quella nella quale mi sono laureato in legge, ben 31 anni fa, nel 1995) si è celebrato l’anniversario della scomparsa del Grande Torino, leggendaria formazione calcistica, capace di vincere, oltre alla seconda Coppa Italia 1942-1943, ben 5 scudetti consecutivi (dal campionato 1942-1943 al 1948-1949, il primo dei 5 preceduto dal secondo posto della stagione 1941-1942, conclusa a tre punti dalla Roma, giallorossi al loro primo scudetto), perita nella tragedia di Superga, di ritorno da una amichevole in Portogallo, proprio il 4 gennaio 1949.

A quella grande squadra, è legato un ricordo personale, raccontatomi, negli anni ’70 (io ragazzino di 6 anni) da mio nonno materno che aveva assistito alla nascita della A.S. Roma nel giugno-luglio 1927, amico personale di una gloria giallorossa (che militò, a fine carriera, anche nella Lazio), come Attilio Ferraris IV, campione del Mondo con la Nazionale italiana del 1934 e che abitava, nei pressi del Vaticano, in Borgo nuovo a Roma, proprio a due passi da dove era nato e viveva mio nonno, sarto pontificio. 

Accadde il 28 aprile 1946, in occasione della prima giornata delle fasi finali del campionato di Serie A. Impegnati a Roma contro i giallorossi (che – come appena ricordato - avevano vinto il loro primo scudetto, nella stagione 1941-1942), i granata si imposero infatti con un clamoroso 0-7 in una sfida che – di fatto – non inizia nemmeno. Castigliano sblocca infatti il punteggio già al 5', con capitan Mazzola che raddoppia un giro di lancette più tardi e con Ossola e Ferraris a trovare la gioia personale subito dopo, tanto che la rete di Loik al 15' vale già l'incredibile 0-5. Un risultato che verrà arrotondato ancora dallo stesso Mazzola nel corso del primo tempo e da Grezar nella ripresa per il definitivo 0-7. Finale storico per proporzioni e, soprattutto, per modalità. Insomma era il celebre quarto d’ora del Grande Torino, non per forza al Filadelfia, dove era introdotto da uno squillo di tromba e non per forza nel corso della gara, quando diventava necessario cambiare marcia per mettere al sicuro il risultato. Il celebre quarto d'ora del Grande Torino ha assunto tante forme, compresa quella di un avvio di partita senza precedenti. 

Ebbene, mio nonno, che ebbe la (per dir così) fortuna di vedere al celebre campo Testaccio (oggi non più esistente) questa partita, certo non favorevole per i colori giallorossi, mi raccontò che ad ogni gol ed azione del Torino, il pubblico romano si alzava ad applaudire i giocatori granata: una squadra che giocava come un’orchestra perfetta.

Non si trattò solo di un gesto di ammirazione spontaneo (come, anni dopo accade, a Genova, Stadio Luigi Ferraris, quartiere Marassi, esattamente il 26 novembre 2006, per un gol al volo di Totti alla Sampdoria e prima ancora per alcune grandi giocate di Falcao e della Roma scudettata del 1982-1983 su diversi campi in trasferta), ma di una vera e propria standing ovation per una squadra immensa ed immortale che aveva dimostrato di essere nettamente superiore. La televisione non riprese quella formazione e le sue gesta: a me non resta che il racconto di mio nonno e del grande cronista radiofonico, Nicolò Carosio, unica voce a narrare quelle imprese prima dell’avvento del mezzo televisivo.

            Il primo maggio scorso (stesso giorno della dipartita di un altro grandissimo della velocità come Ayrton Senna, ma nel 1994, per le tragiche conseguenze dell’incidente di Imola) ci ha lasciato un altro grande del nostro tempo, non solo per l’automobilismo e per lo sport paralimpico, Alex Zanardi, grande uomo e gentiluomo d’altri tempi. 

Ecco, partendo da Evaristo Beccalossi (di cui conservo gelosamente le varie fotografie degli album delle figurine che lo ritraggono nelle formazioni in cui ha militato dal 1975-1976 a fine carriera calcistica), ho avuto la fortuna di vederlo giocare nella prima partita che mio padre mi portò a vedere allo Stadio Olimpico di Roma, il 7 gennaio 1979, Roma – Inter 1 a 1 (per inciso, la mia prima partita in uno stadio alla quale ho assistito, con i miei genitori, è stata Perugia – Roma 3 a 0 che si disputò, il 17 aprile 1977 (stagione 1976-1977), allo Stadio comunale perugino di Pian di Massiano; allora non si chiamava ancora Renato Curi, in quanto il calciatore del Perugia, morì in campo, in Perugia – Juventus 0 – 0 (stagione 1977-1978) del 30 ottobre 1977, pochi mesi dopo quella partita vista da chi scrive). 

La Roma, nella stagione calcistica 1978-1979, si salvò alla penultima giornata proprio il 6 maggio 1979 con un pareggio 2 a 2 con l’Atalanta e battendo la settimana precedente, il 29 aprile 1979 (giorno della mia prima comunione), quasi a sorpresa, l’Inter, nel ritorno, per 2 a 1, a San Siro. 

I nerazzurri di Milano vinceranno, nella successiva stagione 1979-1980, il loro 12esimo scudetto proprio con un 2 – 2 contro la Roma il 27 aprile 1980, con due giornate di anticipo e sempre contro la Roma, l’Inter vinse 3 a 2 nella stagione 1981-1982, partita che vide Beccalossi sul tabellino dei marcatori, sia pure su rigore, segnata dall’espulsione di Falcao e dove primeggiò un austriaco che l’anno dopo, stagione 1982-1983, fece le fortune della Roma scudettata, Herbert Prohaska. L’Inter vinse la Coppa Italia nel 1981-1982, dopo che la città meneghina aveva festeggiato lo scudetto della stella del Milan (stagione 1978-1979), prima che lo scandalo scommesse, emerso ufficialmente, domenica 23 marzo 1980 (con la guardia di finanza negli stadi), provocasse la condanna, per la giustizia sportiva, della squadra rossonera alla serie B, con la Lazio.

Ma come ricordare il celebre Beck, se non con quella frase leggendaria che sa tanto di bar sport: "Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto"; e qui sveliamo un retroscena, a distanza di anni, per tutti gli appassionati del giornalismo e della letteratura.

Ad inventare questa frase, fu un maestro di giornalismo, di cinema e di letteratura, un vero ironico narratore di storie di sport e di calcio: Beppe Viola. 

E fu proprio Beccalossi a rivelare come nacque in una celebre intervista: “In realtà io quella frase non la pronunciai mai - rivela l’ex fantasista di Brescia e Inter scomparso alla soglia dei 70 anni, già accompagnatore dell’Italia under 19 -, ma mi è rimasta appiccicata e me la sono tenuta con orgoglio. Beppe Viola mi disse che la sentì uscendo quel giorno da San Siro da un tifoso interista. Viola era un fuoriclasse non solo del giornalismo. All’inizio, quando parlavo con lui, ero in soggezione. Io che avevo fatto la terza media di fronte a un simile mostro sacro. Invece mi mise a suo agio subito”.

Ecco allora svelato l’arcano: Viola, che era attentissimo ai motti ed agli inni dei tifosi, si ispirò ad uno di loro, felice per aver vinto il derby e la rima era già fatta. E fu vittoria, come aveva predetto lo stesso Beccalossi, la settimana prima: "Col Milan vinceremo 2-0 e segnerò almeno un gol"; ne fece addirittura due ed uno di prima al volo, reso celebre e per anni trasmesso, a mo’ di spot, in tv.

Viola aveva un’innata vena ironica e recepiva, da eccelso cronista quale era, tutti gli umori del pubblico; intervistò persino Rivera, sul tram, il 24 dicembre 1978, perno di una puntata speciale della Domenica Sportiva, ma soprattutto frequentava il Derby, il celeberrimo locale di Milano, vivaio di talenti comici come Cochi e Renato, Boldi, Teocoli, Abatantuono: «Che serate la domenica dopo le partite - ricorda Beccalossi -. E con Beppe il divertimento intelligente era assicurato». 

Beppe Viola (1939-1982) prese parte anche ad alcuni lavori cinematografici, con Ugo Tognazzi (1922-1990) e lavorò come sceneggiatore e dialoghista per i film «Romanzo popolare» e «Cattivi pensieri» e ci lasciò, da redattore ordinario, la mattina del 18 ottobre del 1982, alle soglie dei 43 anni che avrebbe compiuto il 26. La sera prima si sentì male negli studi Rai di Milano mentre stava montando un servizio sulla partita Inter-Napoli di campionato per la Domenica Sportiva. Lo uccise un’emorragia cerebrale.

«Sembrava pigro e ha sgobbato come un mulo per tutta la sua corta vita. Sembrava svagato ma sul lavoro non sgarrava», ha scritto di lui, Gianni Mura. Beppe Viola è stato pianto anche e soprattutto da Gianni Brera che così lo ricordò su La Repubblica del 19 ottobre 1982 - “È morto Giuseppe "Pepinoeu" Viola. Aveva 43 anni!”: «Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli. […] Povero vecchio Pepinoeu! Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato sulla corsa; tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva un humour naturale e beffardo: una innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io, che soprattutto per questo lo amavo, ora ne provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore...».

Beppe Viola era amato da tutti coloro che ne rammentano aforismi, battute spiazzanti, colpi di genio. Fu lui a fare un servizio su un derby Milan-Inter, non quello dell’Evaristo, mandando le immagini dell’anno prima «perché tanto è uguale a questo: non è successo niente».

Chi deve a Viola, gloria imperitura, è proprio Evaristo Beccalossi.

Ecco che allora quella famosa frase: "Mi chiamo Evaristo, scusate se insisto" (c'è chi addirittura ci fece una canzone: Mauro Minelli) non pare sia nata in campo e non fu pronunciata dallo stesso Beccalossi dopo una doppietta in un derby, a mo' di sfottò verso gli avversari milanisti (e nello specifico al portiere Albertosi). Non fu così, anche se ai tifosi nerazzurri piace crederlo. Uno dei tanti atti di fede che fa sconfinare il pallone nel costume e nelle tradizioni di un popolo, il nostro, da sempre appassionato di campanili. A chiarirlo però fu lo stesso Beccalossi: "Mi piace scherzarci, ma la verità è che io non ho mai detto niente del genere ad Albertosi. Ormai però quella frase me l'hanno attribuita e me la tengo volentieri". Anche perché il Becca ne ha fatto un must. In campo e, persino... nella pubblicità. Qualcuno infatti si ricorderà di lui come protagonista dello spot di un'azienda di salumi, chiudere la scena con un consiglio d'autore indicando un cacciatorino...

Fu dunque un guizzo di Beppe Viola in un servizio per la Domenica sportiva. Il giornalista era infatti uno dei principali sponsor della convocazione in Nazionale di Beccalossi, escluso invece da Bearzot dal Mundial 1982. Troppo individualista, poco uomo squadra, si diceva. Eppure in campo, quando si accendeva, non ce n'era per nessuno. Come in quel famoso derby del 28 ottobre 1979. Si andava a San Siro per vedere lui, più che per tifare Inter. Magari senza ammetterlo, però di tanti giocatori che hanno indossato quella maglia numero 10, il Becca è stato il più amato, il più coccolato. Il più interista. Un dettaglio che arrivasse da Brescia e che a un certo punto se ne sia andato. Per la gente che l’ha applaudito e adorato, Evaristo Beccalossi era soltanto il numero dieci dell’Inter, da non condividere, da non concedere nemmeno all’azzurro della Nazionale. In verità per lui era un cruccio, che lo portò a pronunciare la storica frase “Sono Evaristo, scusate se insisto”, ma per Enzo Bearzot non era inseribile nel Club Italia che ci regalò il Mondiale 1982. Nemmeno una chiamata.

Eppure, Beccalossi era un genio. Uno di quelli che scatenano la letteratura. Un visionario dell’assist, che snocciolava i cosiddetti “no look” molto prima di Ronaldinho, soprattutto quando il destinatario era Spillo Altobelli, fratello dai tempi di Brescia e amico di una vita, terminale perfetto per le giocate immaginifiche del Becca. Il nove e il dieci, una simbiosi perfetta. Arrivarono a Milano a un anno di distanza, prima il nove e poi il dieci. Giusto il tempo di collaudare l’intesa, di capire bene la nuova situazione. E poi fu scudetto.

Quello del 1979-80 venne fatto passare alla storia come lo scudetto dell’unità d’intenti, dello spirito di squadra. Tutto perché sulla panchina c’era Eugenio Bersellini, universalmente noto come “il sergente di ferro”. Ma quello fu lo scudetto di Beccalossi, senza se e senza ma. Un trionfo costruito a partire dal derby d’andata, che il Becca vinse da solo con una doppietta divenuta da subito leggenda. E poi un diluvio di assist. Altobelli segnò 15 reti in quella stagione, molte delle quali propiziate direttamente o indirettamente dal suo amico Becca.

A Bersellini andava bene così. La solidità di quella squadra – che rimase prima in classifica dalla prima all’ultima giornata – era garantita da una difesa impermeabile: Canuti, Mozzini, Bini, Beppe Baresi e all’occorrenza Oriali come esterno. In mezzo al campo la geometria di Mimmo Caso, la sapienza di Malik Marini, la potenza travolgente di Gondrand Pasinato. In attacco l’istinto goleador di Altobelli, la velocità d Carletto Muraro. Ma poi c’era lui, il Becca, capace di tutto, pronto a trasformare il niente in un gol decisivo, suo o di un compagno di squadra. Davanti a tutti, Bersellini non faceva preferenze. Le regole erano uguali per tutti. A tavola niente acqua, solo mezzo bicchiere di vino a testa. Lavoro atletico senza deroghe. Però ogni tanto per il Becca si poteva chiudere un occhio, qualche casoncello in più nel piatto, un bicchiere intero di rosso anziché mezzo. Tanto poi ci pensava lui.

Giocava in un ruolo ormai sparito, più o meno come quello del libero. Ma lo ha anche fatto ad altissimo livello, forse uno dei più alti raggiunti da un giocatore italiano. Trequartista puro, con licenza di inventare e di non rincorrere l’avversario. Se mai farsi rincorrere. Se bisogna pensare alla sua posizione in campo paragonata a un talento di oggi, viene in mente Nico Paz. Solo che il talentino argentino corre per oltre dieci chilometri in novanta minuti, anche senza palla. Il Becca lasciava che senza palla corressero gli altri: “Poi datela a me che ci penso io”. Non erano smargiassate, andava proprio così. Con il suo amico pallone tra i piedi partiva e non si fermava, nemmeno davanti ai difensori di una volta che se non prendevano il pallone ti ribaltavano e se lo prendevano ti ribaltavano lo stesso. E se si andava a San Siro per vedere il Becca più che per tifare Inter, raramente si tornava a casa delusi.

Quella squadra aveva un'intesa naturale, costruita anche sulla capacità di Altobelli di leggere il talento dell’amico: “Mi sono sempre speso perché tutti comprendessero la sua bravura”. Perché Beccalossi, sottolinea, “è stato sicuramente sottovalutato. Ma quando era in giornata era inarrivabile. A San Siro si veniva a vedere lui, mica l'Inter. Riportava il calcio di strada sui campi della Serie A”.

Geniale e imprevedibile, anche difficile da interpretare: “Aveva uno stile tutto suo - sostiene Altobelli -, e se non lo capivi facevi fatica a stargli dietro. Io lo feci dall'inizio, e così nacque la nostra intesa".

Un talento che, secondo il compagno, avrebbe meritato anche la Nazionale e il Mondiale del 1982: "Veniva da una grande stagione. Ma era divisivo. Bearzot non lo convocò per evitare polemiche. Alla fine ebbe ragione, perché vincemmo, ma Evaristo avrebbe meritato di esserci".

Tra i ricordi, anche episodi emblematici del carattere di Beccalossi. Come i due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava: “Il rigorista ero io, ma veniva da un periodo difficile e mi chiese di calciarli. Glieli lasciai. Li sbagliò entrambi, ma vincemmo 2-0 e ci scherzammo sopra a lungo”. E poi l’immagine più umana, quella di un uomo capace di farsi voler bene da tutti: “Quando l’Inter decise di cederlo e lo mise ad allenarsi a parte, mi si strinse il cuore. Andai a parlare con il presidente insieme a Rummenigge. Non cambiò nulla, ma Evaristo era questo: uno che toccava i cuori di tutti”. 

Insomma l’episodio cult fu quello: Inter - Slovan di Bratislava, settembre 1982, Coppa delle Coppe. Beccalossi sbaglia due rigori, uno dietro l’altro. Paolo Rossi, il comico, ci scriverà sopra un monologo, ne riportiamo uno stralcio: "È facile capire la difficoltà di tirare un rigore. Lui (Beccalossi, ndr) guardò tutto lo stadio negli occhi e disse: “ Lo tiro io...”. E io pensai, con tutto lo stadio: “Questi sono gli uomini veri”. Prese la palla e la mise sul dischetto del rigore. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai: “Per me resta un uomo”. Ma, quando cinque minuti dopo, ridiedero un rigore all’Inter, per chi s’intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà, per un giocatore che ha appena sbagliato un rigore, di riassumersi la responsabilità di tirarlo ancora. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: “No! Putt… Eva!”. Lui mise la palla sul dischetto con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò! E io pensai: “Per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato, ma pur sempre un uomo”". Enrico Ruggeri dedicherà a Beccalossi una canzone, “Il fantasista”: "Io sono quello da guardare/ quando ho voglia di giocare/ Sono schiavo dell’artista che c’è in me/ Datemi il pallone, non parlate/ poi correte ad abbracciarmi/ Io sono l’ultimo egoista/ perché sono un fantasista/ Faccio quello che vorreste fare voi".

  L’ultimo dribbling del Becca. Colpito da emorragia cerebrale nel gennaio del 2025 e ricoverato poi in una struttura specializzata, se ne è andato oggi, 6 maggio, alle soglie dei 70 anni, che avrebbe compiuto il 12. Evaristo Beccalossi si distingueva per la classe da numero 10 di una volta, una figura estinta, e per il nome di battesimo, inusuale. "Sono Evaristo, scusa se insisto” ed abbiamo chiarito da dove nacque questo  intercalare, ad indicare quel numero 10 riccioluto ed imprevedibile, come le sue giocate descritte, in tanti servizi, su Domenica Sprint e Tg 2 Sportsera, da un altro grande del giornalismo sportivo e delle telecronache Rai, Ennio Vitanza. 

Non sappiamo quale sia la versione corretta, ma la rima baciata è perfetta, e restituisce l’idea di quel che è stato Beccalossi, un trequartista insistente nel dribbling e nell’assist.

Un 10 tutto estro e sregolatezza, antitesi di certi "dieci" bionici in circolazione oggi, costruiti tra campo, schemi, algoritmi. Il Becca veniva dall’infanzia nell’Italia del boom economico. Aveva imparato a dribblare nell’oratorio di San Domenico Savio a Brescia, giocava per divertirsi. Faceva i tunnel negli anni in cui tale irridente gesto tecnico poteva costarti un malleolo, perché il difensore, umiliato dal passaggio del pallone tra le sue gambe, inseguiva il dribblatore per rifilargli un calcione. Accadde a Catanzaro, con Beccalossi sedicenne, esordiente nel Brescia: "Feci un tunnel a Luigi Maldera (difensore dell’omonima stirpe, ndr). La prese male. “Non riprovarci – mi disse -, sennò ti spedisco a calci fino a Soverato”". Gianni Brera, che amava dare soprannomi a calciatori di spessore, cosa divenuta materia letteraria, lo definì  “Dribblossi” e scrisse: "Beccalossi vede autostrade dove gli altri scorgono viottoli di campagna".

L’Inter lo acquista nel 1978 dal Brescia, in cui è stato allenato da Mauro Bicicli, un ex della Grande Inter, un segno. L’anno prima, sempre dal Brescia, l’Inter aveva preso Alessandro Altobelli, detto Spillo per il fisico filiforme. Insieme avevano fatto grande quel Brescia, perfetti l’uno per l’altro, il 10 creativo e il 9 forte di testa e opportunista. È ancora l’Inter di Ivanhoe Fraizzoli, è ancora un calcio umano. Evaristo incuriosisce, per il nome insolito, ereditato da uno dei nonni, e per il sinistro scintillante e non naturale, a sentire l’interessato. Nato destro, ha affinato il sinistro a colpi di muro fino a che è diventato il suo piede di riferimento. Forse c’entra l’innamoramento, da bambino, per Omar Sivori, il mancino della grande Juve tra i Cinquanta e i Sessanta, ma guai a dargli dello juventino, Beccalossi si professa interista. È il padre a tifare per la Juve e ad averlo iniziato al culto di Sivori. Beccalossi si prende subito il cuore dei tifosi, anche se lo scudetto del ’78 lo vince la Juve e quello del ’79 il Milan. Juve, Milan e poi Inter, nel 1980, con il derby della doppietta del Becca, 2-0, due gol facili per uno come lui, due gol che gli varranno la gloria eterna del mondo Inter, e il 4-0 alla Juve poco dopo: "C’è una foto che mi vede circondato da quattro juventini, io con la palla tra i piedi. Sapete che cosa dissi loro in quei momenti: “Prendetela, se ci riuscite”". Beccalossi ganassa e bauscia: la perfezione, per gli interisti milanesi. 

Via dall’Inter nel 1984, oscurato da Hansi Muller, il Becca parte per un tour della penisola: Samp, Monza, un ritorno al Brescia, il Barletta in Serie B e il Pordenone in Interregionale, con tanto di retrocessione. Nel 1990-91 l’ultima stagione: al Breno, Brescia, in Interregionale. Una malinconica e dolce chiusura di carriera per un numero 10 che il nuovo calcio considerava un eretico, sull’onda rivoluzione copernicana di Arrigo Sacchi. A seguire, la seconda vita del Becca, tra la tv come opinionista brillante e come venditore commerciale di pubblicità. Forse non tutti sanno che Beccalossi lavorò, come agente per una noto marchio elettronico giapponese e che, in una tv locale milanese, a un certo punto dirigeva una struttura con dodici persone dedicate al procacciamento di spot. Un gaudente affamato di vita e di dribbling, che piaceva a Franco Califano, cantante interista. Quando il Califfo si esibiva in Lombardia, finiti i concerti, incontrava Beccalossi di notte, nell’autogrill vicino a Dalmine, sulla Milano-Bergamo: "Tutti i bar della zona chiudevano, l’unico aperto era quello”. Tiravano l’alba a parlare di donne e di calcio, a guardare le auto passare. Il Becca e il Califfo: un film.

Poi ecco l’ultima storia, legata a Beccalossi, mai convocato in Nazionale maggiore. 

Era il 2 Giugno 1982, l’Italia si raduna all’hotel Villa Pamphili di Roma, prima di partire per il Mondiale di Spagna. Sono giorni di contestazione e la Nazionale stava ultimando la preparazione. Quattro ore dopo sarebbe decollata da Fiumicino alla volta di Pontevedra, sede del ritiro in Galizia, in un clima di grande scetticismo che sfociava in aperta ostilità a proposito delle convocazioni di Bearzot.

Il Commissario tecnico aveva una forma di protezione verso i fedelissimi, a cominciare da Paolo Rossi, il “suo” numero 9, rientrato da un mese da una squalifica di quasi due anni, causa calcio scommesse e ancora comprensibilmente arrugginito: convocare un altro bomber “forte” come Pruzzo – questo il ragionamento – avrebbe messo pressione a Pablito, invece un po’ più leggero sapendo di avere alle spalle il mite Franco Selvaggi, certamente non una carta spendibile come centravanti della Nazionale (famosa la battuta di Bearzot: “Giocherai talmente poco che puoi evitare di portarti le scarpe”).

  L’Italia calcistica gioca male e tutti ce l’hanno con Enzo Bearzot, che non ha convocato Roberto Pruzzo, centravanti della Roma, ed Evaristo Beccalossi dell’Inter. Il club nerazzurro ha emesso un comunicato per esprimere il proprio sostegno al giocatore. 

Quel 2 giugno, all’ingresso del Villa Pamphili, una ragazza romana di vent’anni, tifosa interista, prende Bearzot a male parole, mentre stava rientrando in albergo verso le 12,30, davanti all’ingresso dove stazionava il solito gruppetto di cacciatori di autografi, quasi tutti giovanissimi. 

Come riportò il quotidiano La Stampa del 3 giugno 1982, Bearzot reagisce, nel parapiglia, con uno schiaffo; poi si scusa, invita la giovane nella hall dell’albergo, le spiega di non aver chiamato Beccalossi perché il giocatore non si sarebbe ambientato nel gruppo. A sua volta, la ragazza chiede perdono a Bearzot e si mostra contrita, dopo aver pianto. 

Il comportamento molto accomodante della ragazza fu notato dai giornali del giorno dopo, in cui si raccontava che fece marcia indietro dopo una breve chiacchierata col ct: “Adesso sono perfettamente d’accordo con Bearzot. Beccalossi va benissimo nell’Inter ma, come mi ha spiegato il commissario tecnico, nella Nazionale non riuscirebbe ad ambientarsi”.

E il Corriere della Sera scrisse che “la ragazza aveva anche precisato che gli insulti non erano rivolti a Bearzot ma a un ragazzo che in quel momento l’aveva spinta”. 

L’episodio passò alla storia come il simbolo di quel classico clima che, come si dice tradizionalmente, di solito fa bene alla Nazionale che ha sempre dato il meglio di sé nella tempesta. 

Tutto è bene quel che finisce bene, anche fuori dal campo di calcio: tanto che, come riporta Piero Trellini nel suo straordinario libro su Italia-Brasile 3-2 (“La partita”), la ragazza invitò Bearzot addirittura al suo matrimonio e l’Italia vinse il Mondiale. Beccalossi resterà a zero presenze in Nazionale A, troppo “irregolare” per la maglia azzurra: "Ho sempre fatto quello che ho voluto e mi sento bene così".

        Emanuele Mariani

09-05-2026
Autore: Emanuele Mariani
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