di Angelo Bottone
Viviamo in un’epoca ossessionata dall’informazione e, allo stesso tempo, profondamente segnata dalla sfiducia. Da una parte siamo continuamente invitati a “seguire la scienza”, a pretendere prove, dati, verifiche; dall’altra assistiamo alla diffusione di credenze irrazionali, teorie del complotto e forme di fanatismo politico o religioso. In questo contesto, una domanda antica torna sorprendentemente attuale: quando è giusto credere?
Il problema è filosofico, ma riguarda la vita quotidiana di ciascuno di noi. Crediamo a ciò che leggiamo sui giornali, a ciò che ci raccontano gli amici, alle diagnosi dei medici, alle ricostruzioni degli storici, alle promesse dei politici. Eppure, nella maggior parte dei casi, non possediamo prove assolute. Quasi mai disponiamo di dimostrazioni matematiche. Ci muoviamo piuttosto in un mondo di probabilità, testimonianze, indizi convergenti.
Ma allora: possiamo essere davvero certi di qualcosa?
Questo interrogativo si trova al centro di un importante dibattito filosofico che ha opposto due grandi pensatori inglesi: John Locke e John Henry Newman. Il loro confronto, apparentemente astratto, tocca in realtà alcune delle questioni più urgenti della modernità: il rapporto tra ragione e fede, tra evidenza e convinzione, tra dubbio e certezza.
Locke, uno dei padri dell’empirismo moderno, formulò un principio destinato ad avere un’enorme influenza: l’assenso deve essere proporzionato all’evidenza. In termini semplici: non dobbiamo credere più di quanto le prove consentano.
L’idea sembra quasi ovvia. Se le prove sono forti, possiamo credere con sicurezza; se sono deboli, dobbiamo sospendere il giudizio o almeno mantenere un atteggiamento prudente. Credere senza prove sufficienti non è soltanto un errore intellettuale: per Locke è anche una colpa morale. Significa usare male la ragione.
Dietro questa posizione vi è una grande preoccupazione civile e religiosa. Locke aveva davanti agli occhi le guerre di religione, il fanatismo politico, gli “entusiasmi” che portavano gli uomini a considerare certe opinioni come assolutamente vere senza alcun controllo razionale. La sua filosofia voleva difendere la moderazione, la tolleranza e il senso critico.
Il problema, però, emerge subito. Nella vita concreta, quante delle nostre convinzioni sono davvero dimostrabili?
Prendiamo la storia. Nessuno può dimostrare matematicamente che Battaglia di Canne sia avvenuta. Crediamo che sia avvenuta perché esistono testimonianze, documenti, tracce convergenti. Oppure pensiamo alla giustizia: in un tribunale, una giuria non raggiunge quasi mai una certezza assoluta. Valuta indizi, ascolta testimoni, confronta probabilità.
E tuttavia, alla fine, decide.
La stessa cosa accade continuamente nella vita personale. Ci fidiamo di un amico, scegliamo una professione, ci sposiamo, prendiamo decisioni fondamentali senza possedere prove definitive. La nostra esistenza si fonda su un tipo di ragionamento che non è dimostrativo ma probabilistico.
Ed è qui che entra in scena Newman.
Newman fu uno dei più grandi intellettuali religiosi dell’Ottocento. Convertitosi dall’anglicanesimo al cattolicesimo, divenne cardinale e scrisse opere che ancora oggi influenzano filosofia e teologia.
Nel suo libro più importante sul tema, la Grammatica dell'Assenso del 1870, Newman affronta direttamente la questione lasciata aperta da Locke: come è possibile che esseri umani ragionevoli giungano a convinzioni certe partendo da prove non dimostrative?
La sua risposta è sorprendente. Newman sostiene che la certezza non appartiene soltanto alla matematica o alla logica. Gli uomini raggiungono continuamente certezze sulla base di una convergenza di probabilità.
Questo non significa che la probabilità si trasformi magicamente in dimostrazione. Significa piuttosto che la mente umana funziona in modo più complesso di quanto i modelli filosofici astratti tendano a riconoscere.
Per Newman, Locke commette un errore metodologico. Vuole stabilire a priori come la mente dovrebbe funzionare, invece di osservare come funziona realmente.
È un rovesciamento curioso: Locke, il grande empirista, viene accusato di non essere abbastanza empirico. Newman, il difensore della fede religiosa, insiste invece sull’osservazione concreta dell’esperienza umana ordinaria.
E che cosa osserva?
Osserva che gli uomini non vivono graduando continuamente le proprie convinzioni secondo percentuali di probabilità. In moltissimi casi, essi danno un assenso pieno e fermo a conclusioni che non possono essere dimostrate formalmente.
La questione, quindi, non è se questo accada. Accade continuamente. La vera domanda è: è irrazionale?
Per spiegare la sua posizione, Newman utilizza delle immagini evocative.
La dimostrazione matematica, dice, è come una sbarra di ferro: unica, rigida, continua. Il ragionamento concreto della vita, invece, assomiglia a una fune composta da molti fili intrecciati. Ogni filo, preso singolarmente, potrebbe essere insufficiente, ma l’insieme produce una forza reale.
Così funzionano molte delle nostre convinzioni più importanti.
Una persona non crede nell’affidabilità di un amico per una sola prova decisiva, ma per l’accumulo di molti elementi: esperienze condivise, comportamenti ripetuti, intuizioni, memoria, contesto. Nessun elemento, isolatamente, “dimostra” nulla. Eppure, nel loro insieme, generano una convinzione ragionevole.
Lo stesso vale per la fede religiosa, ma Newman insiste sul fatto che non si tratta di un’eccezione speciale. Anche la conoscenza storica, morale e pratica funziona in questo modo.
La sua tesi è dunque più ampia e radicale: gran parte della razionalità umana è non dimostrativa.
Per descrivere questo processo, Newman introduce una nozione nuova e difficile: il “senso illativo”. Con questa espressione egli indica la capacità della mente di integrare elementi molteplici quali esperienze, testimonianze, probabilità, intuizioni, contesto, fino a raggiungere un giudizio certo.
Non si tratta di un meccanismo irrazionale o arbitrario. Newman non sta dicendo che possiamo credere ciò che vogliamo. Il suo punto è diverso: il ragionamento reale non coincide con la logica formale.
Nella vita concreta, la mente opera spesso in modo sintetico e intuitivo. Valuta un insieme di fattori e coglie una conclusione che non può sempre essere ridotta a una catena di sillogismi.
Il confronto tra Locke e Newman conduce infine a una questione ancora più profonda: tutto deve essere giustificato?
Locke sembra pensare che ogni credenza debba poggiare su prove sufficienti. Ma allora sorge un problema. Anche i criteri con cui valutiamo le prove devono essere giustificati? E su quali basi?
Se ogni credenza richiede un’ulteriore giustificazione, si rischia un regresso infinito. A un certo punto bisogna pur partire da qualcosa.
Newman sostiene che il ragionamento umano si fonda inevitabilmente su “primi principi” che non possono essere dimostrati nel senso ordinario del termine. Fiducia nella memoria, nei sensi, nella testimonianza altrui, nelle leggi fondamentali del pensiero: tutte queste cose vengono presupposte prima ancora di essere analizzate filosoficamente.
Nessuno, nella vita reale, comincia dubitando radicalmente di tutto. Un simile atteggiamento sarebbe non soltanto impraticabile, ma distruttivo per il pensiero stesso.
In questo senso, Newman critica l’ideale moderno di una ragione completamente autonoma e autosufficiente. La razionalità umana non nasce dal nulla. Si sviluppa all’interno di un tessuto di fiducia, pratiche condivise e convinzioni preliminari.
Perché tutto questo dovrebbe interessarci oggi?
Perché viviamo in una cultura che oscilla continuamente tra due estremi: da una parte un evidenzialismo rigido, secondo cui dovremmo credere soltanto ciò che può essere dimostrato scientificamente; dall’altra un soggettivismo radicale, per cui ogni convinzione personale avrebbe lo stesso valore.
Newman cerca una via diversa.
Egli non abbandona l’idea che il credere debba essere razionale e responsabile. Non difende l’irrazionalismo. Ma contesta una concezione troppo ristretta della razionalità.
La vita umana, suggerisce, è più ricca della dimostrazione matematica. Le decisioni più importanti (morali, politiche, religiose, affettive) vengono prese in condizioni di incertezza relativa. Pretendere prove assolute per ogni cosa significherebbe paralizzare l’esistenza.
Allo stesso tempo, Newman non invita a credere ciecamente. La certezza autentica nasce da un lungo lavoro della mente: dall’esperienza, dal confronto, dalla riflessione, dalla convergenza di molteplici elementi.
È una posizione che potrebbe apparire sorprendentemente equilibrata anche nel nostro tempo. Da un lato, ricorda che non tutto ciò che conta può essere ridotto a formule o statistiche. Dall’altro, insiste sul fatto che la convinzione personale non basta a creare la verità.
Forse è proprio questo il punto più interessante del confronto tra Locke e Newman. Il problema non è scegliere tra ragione e fede, tra prova e convinzione, ma comprendere più profondamente che cosa significhi essere razionali.
La domanda decisiva non è soltanto: “Abbiamo prove sufficienti?”. È anche: “Che cosa conta davvero come prova nella vita umana?”.
Angelo Bottone
Il prof. Bottone terrà una lezione su "L'etica del credere: Newman e Locke" presso il Dipartimento di Filosofia dell'Università Cattolica di Milano, martedì 12 maggio alle ore 16.00.
