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di Sonia Rocca

Vi è una domanda che percorre come una corrente sotterranea l’intera storia del pensiero occidentale: chi siamo quando smettiamo di recitare? Pirandello la pose con lucidità spietata, dissolvendo il confine tra maschera e volto fino a renderli indistinguibili. Fernando Pessoa la moltiplicò in un’eteronimia vertiginosa, come se l’identità fosse non un nucleo ma un arcipelago.

E Ingmar Bergman, in Persona, la portò alle estreme conseguenze visive: due volti che si fondono, due anime che si scambiano, fino all’impossibilità di distinguere il sé dall’altro. È in questa genealogia inquieta che si inscrive Il Protagonista, opera prima di Fabrizio Benvenuto presentata in concorso al 43° Torino Film Festival — il primo film italiano a competere in quella sede — dove si è aggiudicato un riconoscimento che vale più di quanto il premio stesso possa testimoniare.

ilprotagonista
Giancarlo Mangiapane ha trent’anni, un sogno che si ostina a non tramontare e una vita che non riesce a prendere forma propria. La recitazione, per lui, non è una professione: è l’unica lingua in cui riesce a dire qualcosa di vero. Quando gli altri ruoli tardano, quando la realtà si dimostra refrattaria alla narrazione che vorrebbe imporle, comincia a recitare ovunque — nei bar, per strada, nei rapporti quotidiani — inventando identità come chi, non riuscendo a trovare casa, costruisce ogni sera un riparo di fortuna. Poi arriva il provino per Clochard, il biopic su Gustavo Noradin, campione di tip-tap degli anni Cinquanta precipitato nell’autodistruzione. Ed è lì che il film esplode nella sua dimensione più oscura e necessaria: Giancarlo scopre che anche il suo coinquilino aspira allo stesso ruolo, e quella rivalità diventa il prisma attraverso cui Benvenuto rifrange tutte le sue ossessioni — l’immedesimazione totale, la perdita di confini, il desiderio come forma di annientamento.
Il bianco e nero non è una scelta estetizzante, né un omaggio posticcio al cinema classico. È una necessità morale. La fotografia in monocromia costringe lo sguardo a rinunciare alla distrazione del colore, a confrontarsi con le forme pure, con le ombre che il corpo proietta quando si svuota di se stesso per farsi altro. Benvenuto lo sa, e costruisce inquadrature che hanno la qualità delle presenze: la macchina da presa non osserva Giancarlo dall’esterno, lo abita, lo segue con un’insistenza che è più vicina all’empatia patologica che alla regia tradizionale. Gli echi lynchiani che la critica ha prontamente evocato sono giustificati non tanto sul piano della citazione quanto su quello della tonalità: come in Lynch, la realtà non crolla drammaticamente, ma scivola, si sgrana, perde coesione millimetro per millimetro, finché ci si accorge di essere altrove senza aver percepito il momento del passaggio.
Pierluigi Gigante è il cuore pulsante e irregolare di tutto questo. La sua interpretazione appartiene a quella categoria rara di performance che non si vedono compiere: semplicemente accadono, come fatti naturali. Gigante abita Giancarlo con una disponibilità al rischio che è anche disponibilità alla vergogna, all’esposizione, al grottesco. Non costruisce un personaggio: lo consuma dall’interno, lasciando che la voracità del ruolo lo eroda fino a renderlo trasparente. Accanto a lui, Alessio Lapice porta il coinquilino-rivale a quella zona di ambiguità in cui non si capisce se l’altro sia specchio o antagonista, se la rivalità sia odio o riconoscimento. Adriano Giannini e Morena Gentile completano un ensemble che Benvenuto dirige con la sicurezza di chi non ha ancora imparato ad avere paura — e questa incoscienza, nelle mani giuste, è una virtù.
Benvenuto, nato a Corigliano Calabro nel 1992, ha dichiarato che il film nasce da un’energia, quella del reincontro con Gigante, che era più potente della storia stessa. C’è qualcosa di profondamente onesto in questa ammissione, e qualcosa di programmatico: il cinema, suggerisce, non è mai solo racconto, ma sempre relazione, frizione, rischio condiviso. Il Protagonista non denuncia il sistema dello spettacolo né piange sulle sue vittime; si limita — e questa limitazione è in realtà un’altissima ambizione — a mostrare con autenticità surreale la vita di chi ha bisogno di un mezzo, di una maschera, di qualcosa di diverso da sé per accedere a ciò che è più profondamente suo. È una commedia nera, e il riso che provoca ha sempre sotto di sé il sedimento di un dolore autentico: quello di chi sogna perché non sa fare altro, perché non ha altri strumenti per stare nel mondo.
La conclusione del film non è una sconfitta. È qualcosa di più difficile da sostenere: è la presa d’atto di un limite, il momento in cui l’immedesimazione tocca il proprio bordo e si rivela per quello che è — non dissoluzione, ma riconoscimento. Giancarlo, alla fine, sa chi è. Il prezzo di questa conoscenza è altissimo, e il film non finge il contrario.
Ci sono opere che, nel panorama del cinema italiano contemporaneo, sembrano esistere a dispetto delle condizioni che le circondano — non per ostentazione, ma per necessità biologica. Il Protagonista è una di queste. In un’industria spesso orientata all’utile e alla misura, dove persino l’originalità viene calibrata sul gradimento previsto, l’esordio di Benvenuto ha il pregio inestimabile di essere vivo. Non perfetto — e la critica più onesta non lo pretende — ma vivo, nervoso, percorso da un’energia che non chiede permesso. È il segnale di un cinema che resiste, e di due talenti — il regista e il suo attore — che meritano di essere seguiti con la stessa ostinata attenzione che Giancarlo Mangiapane riserva ai suoi sogni. Con meno autodistruzione, si spera, e con altrettanta intensità.
La premiere del film, prodotto da MG production e distribuito da Emozioni, si terrà il 18 maggio al Cinema The Space Moderno di Roma; il film sarà in sala dal 21 maggio 2026.

12-05-2026
Autore: Sonia Rocca
Direttore di Meridianoitalia.tv
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