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di Gianni Lattanzio

“Il monaco che vinse l’Apocalisse” è un film raro nel panorama contemporaneo: non si limita a raccontare una vicenda edificante, ma osa misurarsi con uno dei nervi scoperti del cristianesimo – l’escatologia – attraverso la figura di uno dei suoi interpreti più originali, Gioacchino da Fiore. La regia di Jordan River sceglie di non addomesticare la dimensione apocalittica, né di ridurla a effetti catastrofici o a suggestione fantasy; al contrario, la rimette in relazione con la storia, con la carne della Chiesa e con le contraddizioni del nostro tempo, mostrando come il “giudizio” non sia anzitutto paura del futuro, ma svelamento del presente. In questo il film, pur con i suoi limiti, ha il coraggio di muoversi nello stesso spazio teologico in cui, secoli dopo Gioacchino, si collocheranno la grande escatologia contemporanea – da Moltmann alla teologia della speranza – e i richiami conciliari a leggere “i segni dei tempi” alla luce del Vangelo.

Gioacchino da Fiore vi appare non come un visionario isolato, perso nei suoi calcoli sui tempi finali, ma come un interprete radicale della storia della salvezza. La sua celebre articolazione delle “tre età” – dell’Antico Testamento, del Nuovo e dello Spirito – non è trattata come curiosità marginale, bensì come chiave di lettura profonda: la storia non è un susseguirsi caotico di eventi, ma un cammino intriso di promesse, in cui la fedeltà di Dio chiede alla libertà umana di prendere posizione. L’Apocalisse, in questa prospettiva, non è una parentesi terrorizzante, ma il momento in cui ciò che era nascosto viene manifestato, ciò che era ambiguo viene chiarito, ciò che era tiepido viene messo davanti a un bivio. È la logica del capitolo terzo dell’Apocalisse, la lettera a Laodicea, portata sullo schermo: “Poiché non sei né caldo né freddo… sto per vomitarti dalla mia bocca”. Vincere l’Apocalisse, suggerisce il film, non significa sfuggire al giudizio, ma accettare di essere giudicati, cioè misurati dalla verità, per poter ricominciare.

La scelta di girare nei luoghi segnati dalla presenza florense conferisce a questa riflessione uno spessore ulteriore. Il territorio calabrese – aspro, luminoso, ferito e bellissimo – diventa quasi un personaggio teologico. Le abbazie, i resti monastici, i paesaggi boschivi, i borghi silenziosi restituiscono plasticamente il rapporto tra contemplazione e storia: il monachesimo non è evasione dal mondo, è una forma di abitazione intensa del reale, alla luce del Regno che viene. Le pietre consumate dei chiostri parlano della durata, della fedeltà, del tempo lungo; la natura, talora selvaggia, ricorda che il creato è insieme casa e compito, dono e responsabilità. In questo senso il film dialoga implicitamente con l’ecclesiologia del Vaticano II e con la lettura sapienziale del creato di “Laudato si’”: il monaco che interpreta l’Apocalisse non fugge il mondo, ma lo discerne e lo affida a Dio, assumendolo.

Dal punto di vista teologico, l’opera ha il merito di restituire all’escatologia la sua dimensione storica. Lungi dal confinare il “fine ultimo” al margine dell’esistenza, la narrazione mostra come il riferimento alla fine plasmi la responsabilità nel presente. Gioacchino, pur immerso nel XII secolo, appare sorprendentemente vicino alle intuizioni di una teologia che, nel Novecento, ha riscoperto la centralità del Regno come criterio critico della storia: non un oltre indifferente a ciò che accade, ma la misura alla quale vanno continuamente rapportate le strutture politiche, economiche, ecclesiali. In questo senso, la figura dell’abate calabrese è presentata come un profeta nel senso biblico del termine: non un indovino di sciagure, ma un uomo della Parola che, con libertà, richiama la Chiesa e i poteri del suo tempo all’urgenza della conversione.

Il film – e qui sta uno dei suoi punti più riusciti – evita però il rischio di una mistica disincarnata. L’escatologia non è solo visione, è prassi. Le comunità fondate da Gioacchino, la fatica quotidiana del lavoro, la costruzione concreta di un modello monastico fatto di preghiera, studio, povertà operosa e giustizia fraterna, vengono mostrati come il luogo in cui la “terza età” prende corpo. Non si tratta di un’utopia astratta, ma di un laboratorio di umanità riconciliata, dove il Vangelo della pace e della misericordia è tradotto in strutture, tempi, relazioni. In filigrana, si può leggere un dialogo silenzioso con la grande tradizione del monachesimo occidentale: da Benedetto a Bernardo, fino alle correnti riformatrici che hanno costantemente richiamato la Chiesa a rinnovarsi partendo dalla sua radice contemplativa.

Sul piano culturale più ampio, la pellicola ha un’altra ambizione tutt’altro che secondaria: mostrare che da un territorio spesso raccontato solo attraverso categorie di marginalità – il Sud, la periferia, la crisi – può emergere una proposta alta, capace di parlare al mondo. La Calabria florense, lungi dall’essere un semplice fondale, appare come matrice viva di un pensiero che ha attraversato i secoli, ispirando correnti spirituali, dibattiti teologici, persino grandi imprese storiche. Le attenzioni e i riconoscimenti internazionali raccolti dal film, la sua circolazione in festival e contesti culturali diversi, dimostrano che la vicenda di un monaco calabrese del XII secolo tocca corde universali: la paura del futuro, il desiderio di giustizia, la domanda su quale sia il destino dell’umanità. Proprio qui il racconto mostra la sua forza: un pezzo di storia locale diventa chiave di lettura globale.

Lo stile del film, visivamente ricercato e narrativamente immersivo, accompagna lo spettatore dentro questo intreccio di teologia, storia e territorio senza rinchiuderlo in un linguaggio per addetti ai lavori. Le visioni apocalittiche, le lotte simboliche, i segni, i sogni, sono costruiti con la consapevolezza che l’immaginario è un luogo teologico: come ricordava von Balthasar, la verità cristiana ha bisogno di forma, di figura, di bellezza per comunicarsi. La bellezza qui non è evasione estetizzante, ma porta di accesso a una domanda più radicale. Per chi ha strumenti teologici, molti passaggi dialogano implicitamente con questioni classiche: il rapporto tra rivelazione e storia, tra exegesi e profezia, tra Chiesa istituzionale e carismi profetici, tra tempo lineare e tempo “pieno”. Per chi non li ha, resta comunque la percezione nitida che la fede, quando è presa sul serio, non anestetizza la coscienza, ma la risveglia.

Il cuore del messaggio emerge allora con chiarezza: l’Apocalisse non è lo spettacolo di una fine spettacolare, è il nome del momento in cui l’umanità è chiamata a scegliere. Ogni epoca, suggerisce il film, conosce le sue apocalissi: guerre, collasso ecologico, fratture sociali, idolatria della tecnica, indifferenza elevata a sistema. Davanti a tutto questo si può reagire in due modi: consegnandosi alla paura o lasciando che la rivelazione – quella biblica, ma anche quella che sale dal grido delle vittime, dalla sofferenza del creato, dalla sete di giustizia – apra una via di responsabilità. In questo senso, l’opera di Jordan River è profondamente politica nel senso più alto: non propone programmi, ma esige domande. Quale mondo stiamo edificando? Quale Chiesa stiamo diventando? Che cosa significa, concretamente, preparare “un cielo nuovo e una terra nuova” nella concretezza dei nostri territori e delle nostre città?

Qui la Calabria torna ad essere, ancora una volta, una parabola. Una terra segnata da ferite antiche e nuove – emigrazione, povertà, illegalità, fragilità ambientali – viene mostrata nella sua capacità di generare pensiero profetico, bellezza, comunità. È come se, attraverso le immagini del film, risuonasse una versione contemporanea delle parole paoline: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”. Il monaco che guarda l’Apocalisse dalle sue abbazie tra i monti calabresi diventa figura di tutte le periferie che possono offrire al centro una parola di verità. La sfida, allora, non è solo godere del film, ma raccoglierne l’appello: trasformare questo patrimonio spirituale e culturale in percorsi di formazione, di dialogo, di sviluppo sostenibile, in cui la fede non sia decorazione, ma lievito.

In definitiva, “Il monaco che vinse l’Apocalisse” è un’opera che si offre a molteplici livelli di lettura. Per il credente, è un’occasione per riscoprire l’Apocalisse come Vangelo della speranza esigente, che non promette salvezza a buon mercato ma chiede conversione e coraggio. Per lo studioso, è uno stimolo a rileggere la tradizione gioachimita e il suo influsso sulla cultura europea, dall’escatologia medievale alle grandi crisi moderne. Per chi ama il territorio, è un atto d’amore verso una Calabria capace di parlare al mondo non solo attraverso le sue ferite, ma attraverso le sue luci. Per tutti, infine, è un invito a non rassegnarsi: a credere che anche oggi, in mezzo alle nostre apocalissi grandi e piccole, sia possibile vincere non fuggendo, ma attraversando la storia con occhi aperti e mani operose.

30-05-2026
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