di Ranieri de Ferrante
Si moltiplicano le attività relative allo sviluppo di carne in laboratorio. Nonostante i tanti vantaggi ambientali ed umani che la cosa porterebbe, produrre e vendere carne sintetica in Italia è vietato. Solo in Italia. E’ un approccio miope che - naturalmente - non cancella i rischi per il nostro comparto Agroalimentare, mentre ne indebolisce il potenziale futuro. Sovranità si applica a chi domina gli eventi, non a chi li ignora e si mette a rischio di esserne travolto. Che si parli di sovranità politica, militare o alimentare.
Un fatto può essere un caso, due fanno un indizio, tre, convergenti, fanno riflettere!
Fatto 1 – la mia famiglia ed io abbiamo vissuto circa 3 anni in Norvegia. Io mi trasferii ad Oslo a marzo 1988, e vissi fino ad agosto in albergo, mangiando al ristorante. A fine agosto mi raggiunsero moglie, figlio e tata. Io preparai tutto per il loro arrivo (quasi tutto: dimenticai il letto per il bimbo ...) e mi informai anche su dove fare la spesa. La mia segretaria mi diede indicazioni per pesce, verdura e tutto il resto ma non per la carne: suo padre, una volta all’anno, abbatteva una renna, la cui carne bastava alla famiglia per tutto l’anno. Non aveva torto: il filetto costava – nel 1988 – circa 80.000 lire/Kg, pari ad oltre 40 Euro/Kg. Credo che fosse più del quadruplo del prezzo in Italia. Risolvemmo il problema ordinando carne e vino tramite amici in Ambasciata.
La settimana scorsa ho visto il filetto a 44 Euro/Kg. Non in gioielleria, ma al supermercato … e lì l’ho lasciato!
Fatto 2 – il mese scorso negli USA l’FDA ha autorizzato la produzione e vendita di carne di salmone coltivata in laboratorio. Questo si aggiunge a due tipi di carne di pollo, ed uno di maiale, anch’essi già disponibili. Il filetto sintetico ancora no, ma è solo questione di tempo. Questi prodotti derivano da cellule staminali prelevate da animali in buona salute, fatte moltiplicare e crescere in reattori appositi con l’aggiunta di aminoacidi, sali, grassi e minerali. Poi il materiale viene integrato con soia per ottenere la giusta consistenza. C’è tutto quello che ci si aspetta dal prodotto naturale, incluso il sapore (dicono), e – nel caso del salmone - escluso il Mercurio, che invece è presente in quelli “naturali” siano essi selvaggi o – peggio – d’allevamento.
Fatto 3 – oggi leggo che un tribunale spagnolo ha condannato il Governo regionale e l’Ente che regola le risorse idriche in Galizia per aver messo in pericolo la salute dei cittadini ed averne violato i diritti umani. Alla base di queste violazioni sono le autorizzazioni concesse all’allevamento intensivo di animali, in particolare maiali, che provoca sia acqua inquinata e contaminata da batteri resistenti agli antibiotici, sia aria irrespirabile per i cattivi odori. Ho lavorato a Lodi per un paio d’anni, e posso assicurare che gli allevamenti di maiali della zona, pur non intensivi, si “sentono” molto. Posso immaginare – anche se preferisco non farlo - gli effetti di un’attività spinta al limite.
Questi fatti vengono da pochissimi giorni di osservazione. Non si parla invece di giorni – naturalmente - per avere a disposizione una carne sintetica competitiva economicamente e pari a quella naturale come caratteristiche organolettiche. Il raggiungimento di questi parametri, insieme alla sicurezza per la salute, è infatti mostrato da una ricerca di Altro Consumo, in Italia, Spagna ed un altro paio di Paesi, come fondamentale per l’utilizzo diffuso da parte dei consumatori, e quindi per il passaggio da fase pilota a fase industriale.
La produzione sintetica di carne non influenzerà la nostra vita a breve: si stima ci vorranno circa 10 anni.
Anche alla luce di questa considerazione temporale, mi sembra significativo che in Italia sia espressamente vietato produrre e commercializzare, oltre che chiamare “carne”, questi prodotti.
Come regola generale, gli USA sono molto più permissivi di noi. Proteggere i consumatori è una importante componente della nostra civiltà. In questo caso, però, non dobbiamo confrontarci con le logiche di un’America guidata dal profitto, ma con un’Europa che condivide con noi i principi di civiltà, ma ci lascia soli in questo divieto. E’ legittimo chiedersi il perché della posizione del nostro Governo.
Non è un problema morale: l’intervento genetico sugli animali è ormai accettato. La pecora Dolly, clonata nel 1996 (e morta, mi dice Wiki, nel 2003) ha aperto la strada. L’uso delle staminali sugli esseri umani è ancora un argomento sensibile, anche se con il loro uso si potrebbero fare tante cose belle e buone, e rendere il mondo migliore. Sembrano frasi fatte, ma mio figlio – quello rimasto senza letto ad Oslo – ha un handicap causato dai fatti di Chernobyl: il suo corpo calloso, parte del cervello, non è completamente sviluppato. Forse un giorno, con le staminali, si potrà curare.
Oggi la Chiesa dice di no per gli umani, ma almeno per gli animali, non ci sono problemi di etica.
Non è un problema di rischio: la carne prodotta cresce usando solo elementi naturali in un ambiente molto più controllato e meno inquinato di quello in cui crescono polli, maiali e pesci. Il già menzionato Mercurio ne è un esempio, e l’FDA ha fatto una serie di analisi in proposito. Non sono un genetista né un medico, ma non riesco a vedere cosa potrebbe inserire un elemento di rischio. Comunque, se si teme che possa esserci un pericolo, il giusto approccio non è vietare, ma monitorare gli sviluppi e valutare i fatti.
E ci sono Agenzie Europee e Nazionali deputate a farlo, ed a dare, dopo le analisi, un OK solido e documentato, al quale i consumatori possano affidarsi.
Non è un problema di abitudine: ricordo un mio zio, chimico e dirigente dell’EURATOM, cercare di convincere sua mamma, nata nell’800, come un certo additivo chimico fosse sicuro. “Mamma” le disse ”gente come me passa la vita a studiare queste cose: devi fidarti”. Oggi accettiamo senza problemi tanti additivi, fiduciosi che lo Stato ci protegga da quelli dannosi.
Ed ancora: mia mamma non voleva usare prodotti congelati, e mio padre, ufficiale di Marina, le fece notare che a bordo si usavano da tanto tempo. Oggi i surgelati sono parte integrante della nostra spesa.
E la ricerca di AltroConsumo cui facevo riferimento prima suggerisce grande apertura da parte degli utenti, se sono rispettati i parametri economici, di gusto e di sicurezza.
Non è un problema di danno ambientale: la sentenza del tribunale spagnola è un elemento nuovo, ed i batteri antibiotico–resistenti sono motivo di seria preoccupazione, ma già dati disponibili a tutti mostrano che i gas intestinali di una mucca, nel corso di un anno, equivalgono a 70/120 Kg di Metano. Questo gas è molto più clima alterante della CO2 ed il danno ambientale di una singola mucca equivale 75.000 km percorsi in automobile.
A questa va aggiunta la CO2 prodotta nella produzione dell’alimentazione dell’animale e nella lavorazione, trasporto e refrigerazione del prodotto: ogni Kg di carne bovina nei nostri piatti equivale ad oltre 300 km, e richiede l’uso di 6.000/15.000 litri di acqua, cioè il consumo di un essere umano occidentale in 2 – 3 mesi!
Passare alla carne sintetica sarebbe un indubbio contributo alla Protezione dell’Ambiente.
Non è infine un problema di rispetto: io sono fermamente carnivoro, ed è innegabile il valore che il consumo di proteine nobili ha avuto sullo sviluppo del Genere Umano. Mentre mangio, però, cerco di non pensare né agli occhioni dei bovini, suini ed ovini uccisi negli allevamenti, né al modo in cui i polli crescono. Già nella parola “pollo” c’è crudeltà: se un gallinaceo è maschio, si chiama gallo e passa la vita ad accoppiarsi, se è femmina, si chiama gallina, fa le uova ed alla fine diventa brodo, una vita complessivamente dignitosa. Se invece si chiama pollo, non è nè maschio nè femmina, e non è nemmeno un animale: nasce cresce e muore come cibo.
Mi sentirei meglio mangiando un prodotto di laboratorio.
Allora perché vietare? Una motivazione che ho sentito è “per proteggere la cultura e le tradizioni”. E’ questa la sovranità alimentare, o è questo che rende la nostra cucina così saporita ed affascinante? Non pigliamoci in giro!
Più credibile è che si voglia proteggere la filiera agroalimentare, filiera importante per la nostra economia e nella quale lavorano tante persone, e da cui dipendono tanti voti.
Accogliere istanze populiste a volte porta benefici a breve, ma quasi sempre determina danni nel lungo: oggi paghiamo la rinuncia al Nucleare di quaranta anni fa, scelta fatta ottusamente per referendum.
Cedere poi a chi rifiuta l’innovazione per principio o ignoranza è ancora peggio: nella seconda guerra mondiale l’Italia pagò carissima la decisione di non investire nel Radar, pur inventato da un Italiano, Guglielmo Marconi. Gli alti gradi militari dell’epoca non ne videro l’utilità. Gli inglesi la capirono subito, accolsero il “nostro” genio e portarono avanti la sua tecnologia: in tanti ne pagarono il prezzo, fra cui gli oltre 2.300 marinai italiani morti a Capo Matapan, di notte, indifesi sotto il fuoco inglese guidato dal radar.
L’Italia ha posto il divieto, ma un’approvazione a livello Europeo travolgerebbe l’opposizione del nostro Governo e ci forzerebbe a rendere produzione e vendita legali. Chiudere gli occhi avanti all’innovazione non ne fa sparire i pericoli. Lo sanno le aziende che hanno continuato a sviluppare macchine fotografiche analogiche o TV a tubi catodici. Sono sparite, e lascio a chiunque cercare altri esempi cui fare riferimento.
L’unico esempio di sopravvivenza, in queste condizioni, è lo struzzo. E credo che Darwin ne sarebbe sbigottito.
L’approccio di un governo non voglio dire illuminato ma almeno razionale sarebbe di investire nella ricerca, posizionandosi per essere all’avanguardia del cambiamento, in modo da sfruttare le discontinuità per ottenere più posti di lavoro (e voti) di quanti se ne potrebbero perdere, fra l’altro in tempi relativamente lunghi, nell’Agroalimentare.
Si dice che gli Statisti pensano alla prossima generazione, i politici alle prossime elezioni.
