di Roberta Savino
Dal controllo alla sovranità digitale: come il Data Act prova a riequilibrare il potere nell’economia dei dati
Introduzione redazionale
In un contesto dove i dati valgono quanto (e forse più di) qualsiasi moneta, il concetto di sovranità digitale assume un ruolo sempre più centrale. Ma cosa significa davvero controllare i dati? E cosa succede quando chi li genera non ha né accesso né potere decisionale su di essi?
In questo articolo, Roberta Savino — avvocata esperta di diritto commerciale e internazionale, protezione dei dati e innovazione tra Regno Unito e Italia — propone una riflessione che intreccia filosofia del diritto, pratica contrattuale e novità normative, con un focus sul Data Act e sulle sue implicazioni concrete per imprese tech- ovunque siano, purche’ vendano i loro prodotti/servizi digitali in EU o comunque ricevano dati europei, imprese e cittadini europei.
Dal denaro ai dati: chi detiene davvero la sovranità nell’economia digitale?
Quando studiavo giurisprudenza in Italia, uno dei miei professori — un filosofo travestito da giurista — disse una cosa che non ho mai dimenticato:
“Il denaro appartiene al popolo. È il popolo che gli dà valore. Senza il giudizio di
valore attribuito dalla collettivita’, una moneta o una banconota non valgono nulla. Allora perché abbiamo finito per affidarci alle banche centrali? In fondo, loro si limitano a creare il supporto fisico… ma il valore lo attribuiscono le persone.”
All’epoca parlavamo di sovranità monetaria. Ma oggi, in piena economia digitale, non posso fare a meno di chiedermi: non vale forse lo stesso discorso per i dati?
Viviamo in un’economia dei dati. Ma di chi sono questi dati?
Ogni giorno generiamo informazioni che alimentano sistemi, piattaforme, modelli di intelligenza artificiale.
Eppure, la domanda giuridica fondamentale rimane aperta: chi detiene la sovranità su questi dati?
C’è un nodo che spesso viene trascurato.
Il GDPR, come molte normative globali per la protezione dei dati, non si concentra su chi possiede i dati (personali), ma su chi li controlla. Riguardo agli altri dati, generalmente il controllo e l’accesso e’ regolato dai contratti.
In pratica, si separa il concetto di proprietà del dato da quello di controllo del dato.
Ma a ben vedere, la proprietà senza controllo è una scatola vuota.
Il paradosso e’ già reale. Questa non è solo una questione teorica. Ci sono interi modelli di business costruiti su questa ambiguità.
Aziende che vendono dispositivi IoT o IA tools a un produttore industriale e
continuano a raccogliere i dati generati da quei dispositivi (pressione dell’acqua, temperatura, performance, ecc.) per migliorare se stessi, poi vendono l’accesso a quei dati… proprio al produttore che li ha generati.
Risultato:
- Il produttore genera i dati,
- Ma non li controlla, non ha accesso ai cosiddetti ‘raw data’, non ne puo’disporre liberamente e direttamente, perche chi li detiene e
controlla non ne agevola la ‘portabilita’’.
- E spesso deve pagare per
In questo schema, la sovranità dei dati del produttore viene di fatto completamente annullata.
L’EU Data Act prova a riequilibrare il gioco
Proprio per rispondere a questo tipo di squilibri, l’Unione Europea ha introdotto il Data Act (Regolamento 2023/2854, entrato in vigore nel 2023 e applicabile dal settembre 2025.
Il Data Act rappresenta un tentativo concreto di:
- Rafforzare i diritti di accesso ai dati per gli utenti e i co-generanti (come i produttori industriali),
- Imporre obblighi di condivisione a chi detiene i dati, soprattutto nei rapporti B2B,
- E ridefinire il concetto di “valore generato dai dati”, promuovendo un uso più equo e distribuito.
Un cambio di rotta… ma sarà davvero efficace?
Si tratta di un passo importante: per la prima volta, il legislatore europeo riconosce esplicitamente che i dati non possono rimanere nelle mani esclusive del soggetto tecnico che gestisce l’infrastruttura.
A partire dal 2026, i fornitori di nuovi prodotti digitali dovranno garantire:
- la portabilità dei dati,
- l’accessibilità in formati leggibili e riutilizzabili,
- e la conformità ai nuovi principi di sovranità informativa, sin dalla fase di progettazione del prodotto (data by design).
Ma sarà sufficiente? E soprattutto: il cambio di paradigma promosso dal Data Act sarà applicato in modo efficace e coerente?
In fondo, si tratta di un principio di enorme portata etica, e proprio per questo è lecito aspettarsi che molte imprese tech cerchino di mostrarsi “in regola” con i nuovi standard, anche per rafforzare la propria immagine verso una platea globale di clienti, stakeholder e investitori.
Un nuovo ruolo per i giuristi del digitale.
Tutto ciò implica anche una revisione del ruolo degli esperti legali.
Non più solo compliance officers a valle del processo, ma partner strategici sin dall’inizio della filiera del digitale.
Affinché il Data Act diventi davvero uno strumento di cambiamento e non solo una formalità, sarà necessario coinvolgere professionisti legali nella fase di ideazione, design e sviluppo del prodotto, integrando sin da subito i
principi di protezione dei dati e di equo accesso previsti dalla normativa europea (e non solo).
Bio dell’autrice
Roberta Savino è avvocata e consulente legale con una doppia formazione nei sistemi di civil law e common law. Esperta di contratti commerciali B2B, innovazione tecnologica e governance legale per PMI e tech companies, vive a Londra e lavora tra Regno Unito e Italia aiutando le imprese a navigare i
rischi legali dell’economia digitale sin dalla fase di progettazione e sviluppo di prodotti digitali. Scrive e parla spesso di legal design, IA, proprietà dei dati e nuove forme di sovranità nell’era tecnologica, ed è impegnata nel supporto all’innovazione tecnologica anche come strumento di facilitazione di accesso delle donne al mondo dell’imprenditoria.
