a Roma In occasione dell’anno Giubilare

di Luigi Capano

In formale sintonia con le celebrazioni dell’anno giubilare, il Museo Carlo Bilotti, ubicato nella storica Aranciera di Villa Borghese, ospita, fino al 14 settembre, la mostra “Tra Mito e Sacro. Opere dalle collezioni capitoline di arte contemporanea”, a cura di Antonia Rita Arconti, Claudio Crescentini e Ileana Pansino. Dipinti, sculture, fotografie e grandi installazioni: una selezione di circa trenta opere del XX e del XXI secolo provenienti, ad eccezione di un paio di prestiti privati, dai ricchi e cornucopici depositi delle collezioni capitoline (Galleria d’Arte Moderna, Museo Carlo Bilotti, Museo di Roma a Palazzo Braschi, Musei di Villa Torlonia e Collezione d’arte contemporanea di Sovrintendenza). Se per sacro si intenda quel complesso di forze che, non avvertite, farebbero da substrato necessario e da dinamo propulsiva alla complessità polisemica del mondo manifesto, allora si dovrebbe riconoscere all’arte, in ogni sua declinazione, una sorta di statuto epifanico, ovvero il ruolo cruciale e sempiterno di strumento principe del disvelamento del sacro, per quanto possibile.

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Pensiamo, ad esempio – per tenerci ad un’epoca più recente -  alle pitture astratte di Kandinsky e di Mondrian, entrambe intrise di teosofismo, oppure al Manifesto dell’Arte Sacra Futurista di Marinetti e Fillia, che esortava e spronava gli artisti volti al sacro a “rinnovarsi completamente mediante sintesi, trasfigurazione, dinamismo di tempo-spazio compenetrati, simultaneità di stati d'animo, splendore geometrico dell'estetica della macchina”. Ma venendo alla mostra “capitolina”, non poteva mancare, nella selezione, Giorgio De Chirico (1888-1978) il quale, pur nell’incessante replica di se stesso - come accade sovente 37 Tra Mito e Sacro Ph. Monkeys Video Lab 18.12.24041625a quegli artisti che concepita un’idea brillante, riescono a campare di rendita fino al termine dei loro giorni (Picasso docet) – riesce non di rado a sollecitare proficui spunti di riflessione. Ci attardiamo dinanzi a un olio degli anni ’70 (la pittura metafisica nasce intorno al 1910), che ben si innesta nel clima postmoderno di quegli anni: vi è raffigurato Orfeo, l’artista mitico per eccellenza, assiso sul proscenio della vita, anonimo nel volto e disgregato nei suoi organi vitali, tramutati in lacerti di ruderi ed in reliquie di meccanismi, a tragica testimonianza di una perduta assialità. E che dire del tormentato autoritratto di Adolfo Wildt (1868-1931), concepito come una maschera di marmo che allegorizza il dolore, condizione ontologica dell’uomo gettato sulla scena del mondo? E annotiamo che la maschera – ogni maschera – sembra voler alludere ad un retroscena ineffabile e arcano. Di Corrado Cagli (1910-1976), sperimentatore indefesso e uomo di vasta ed eteroclita conoscenza, troviamo un dipinto astratto del ‘58, intitolato “L’Angelo”: si direbbe che la scelta aniconica qui miri a intercettare, e quindi a “coagulare”, la sfuggente sostanzialità del soggetto. Ciascun artista si accosta alla “dimensione del sacro” con i propri strumenti immaginali, cercando di scalfirne il mistero, e restituendoci, nelle opere, una testimonianza, una suggestione, l’indizio di un tentativo , talvolta uno stimolo o un pungolo. Tanto ci basta.

 

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18-07-2025
Autore: Luigi Capano
meridianoitalia.tv

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