Casimira Sobieska, Protagonista del Settecento Romano
di Luigi Capano
“L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva un non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna, una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla Via Sistina, giungeva fin nelle stanze del Palazzo Zuccari, attenuato”. Ci piace richiamare, ad esergo, l’incipit del Piacere, perché vi si nomina l’antico Palazzo Zuccari a Trinità dei Monti, che D’Annunzio elesse a teatro dei tormentati convegni amorosi dei suoi protagonisti, Andrea Sperelli ed Elena Muti; e che quasi due secoli addietro aveva ospitato, per circa un quindicennio, la corte polacca della regina Maria Casimira Sobieska (1641–1716), la quale, giunta nell’Urbe nell’anno 1700, si guadagnò, in breve tempo, un posto di rilievo nella vita sociale e culturale della città, come generosa promotrice di concerti, di opere liriche e di serate letterarie. E si distinse anche per essere la prima donna ammessa a far parte dell’esclusiva Accademia dell’Arcadia, con il nome arcadico di Amirisca Telea.
Alla sua figura ed alla sua attività, finora, ci sembra, poco conosciute al di fuori dei ristretti ambiti specialistici, è dedicata, ai Musei Capitolini (fino al 21 settembre) la mostra “Una Regina polacca in Campidoglio: Maria Casimira e la famiglia reale Sobieski a Roma”, a cura di Francesca Ceci,Jerzy Miziołek e Francesca De Caprio. Si tratta di una selezione di circa sessanta opere tra quadri, stampe, documenti, sculture ed epigrafi marmoree, esposte nelle sale del terzo piano di Palazzo Caffarelli; ed a cui è stato dato sapiente risalto da un allestimento accurato e coinvolgente che è riuscito a trasmetterci, come in un inesplicabile gioco sinestesico, qualcosa di quel sapore visionario che dovette essere pungolo ubiquo e bordone costante tra gli artefici più creativi e avveduti della Roma barocca. Fra i dipinti, per numero ma anche per potestà attrattiva, domina la ritrattistica, in prevalenza di autore ignoto. Nei secoli scorsi, il genere del ritratto è stato molto in voga: la committenza era mediamente ben remunerante, se non, perfino, munifica; ed il buon pittore, se ben introdotto, poteva per questa via conquistarsi agevolmente una fama chiara e longeva. Eccoci dinanzi al ritratto della Regina, il cui sguardo pacato e distante lascia affiorare dalla matericità degli oli e della tela un che di immateriale, di sottile, che le anima gli occhi, si effonde nel niveo modellato delle carni, gioca a confondere i sensi e la mente del riguardante. Nel ritratto del Papa Clemente XI, la posa fin troppo canonica del busto è ravvivata da un volto ben caratterizzato e mosso da una sembianza di loquace realismo. Maria Clementina Sobieska Stuart, nipote della regina, è immortalata in quella fase della sua vita nella quale una cocente delusione amorosa l’aveva sospinta a vita monacale; e l’anonimo artefice ha saputo unire nel pennello la malinconia del ricordo recente e la nuova serenità acquisita con il soccorso della preghiera ed il crisma di una vita devota. Fu il Winckelmann, riferendosi all’arte antica, a intravedere, nella staticità della postura, la possibilità che la vita animica si manifesti percettibilmente, non intralciata né distratta da coinvolgenti dinamismi o da accesi virtuosismi cromatici.


