di Gianni Lattanzio

La notte del 3 agosto 2025, la vasta spianata di Tor Vergata è diventata il cuore pulsante di una generazione: un milione di giovani provenienti da ogni continente ha risposto all’appello di Papa Leone XIV, trasformando Roma in una “Woodstock cattolica”, tessendo un mosaico di lingue, desideri e speranze. Il Giubileo dei Giovani si è rivelato un evento storico, celebrato quasi contemporaneamente dall’entusiasmo della città eterna e dal palpito universale della Chiesa, capace di riaccendere i sogni di pace, fede e solidarietà di una generazione spesso definita “perduta”, oggi finalmente protagonista e costruttrice di futuro.

IMG 1517Immagini epiche giungono dalla cronaca: tende, materassini, canti e bandiere che sventolano dall’alba alla notte; chilometri percorsi sotto il sole per accaparrarsi i posti migliori davanti al palco; un’atmosfera di festa, condivisione, amicizia. Ognuno dei pellegrini - dagli scout italiani ai giovani dalla Siria e Corea, dagli oratori di Chioggia al gruppo di Pasadena - portava nello zaino non solo fede, ma anche domande esistenziali: come trovare la felicità? Come scegliere con coraggio e libertà in un mondo segnato da guerre, crisi e diseguaglianze? Come imparare ad essere costruttori di pace?

Papa Leone XIV è sceso tra i giovani, afferrando le domande che bruciavano nei loro cuori. A chi, come la 19enne Gaia, chiedeva lumi sulle grandi scelte della vita, il pontefice ha risposto: “Il matrimonio, l’ordine sacro, la consacrazione religiosa sono scelte piene di significato, decisioni che esprimono il dono di sé, libero e liberante, che ci rende davvero felici”. C’è qui l’eco di Agostino - “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” - e il rimando a Giovanni Paolo II, quando nel 2000 gridava: “Non abbiate paura! Spalancate le porte a Cristo!”.

Il Papa, consapevole delle sfide nuove della modernità - la solitudine, la frammentazione, le logiche degli algoritmi che si insinuano nei rapporti umani - ha esortato con voce mite ma forte: “L’algoritmo non scelga per voi!”. Risuona il monito paolino: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente” (Rm 12,2). Leone XIV si è fatto interprete anche delle inquietudini inascoltate: “Non allarmiamoci se ci troviamo inquieti e desiderosi di senso e di futuro: non siamo malati, siamo vivi!”.

Ha invitato i giovani ad essere “sale della terra, luce del mondo”, a scegliere il bene e la giustizia anche nello studio, nel lavoro, nella fatica quotidiana, e a coltivare la dimensione comunitaria. La solitudine del digitale non può bastare: “Mai in maniera individuale ma sempre in una comunità dove la testimonianza di ognuno possa attirare l’altro per portarlo a Gesù”.

Centrale nel messaggio giubilare è diventato il valore della pace. La generazione radunata sotto la croce di Tor Vergata ha chiesto con forza non solo di vivere in pace, ma di essere artefici di riconciliazione, anche nelle realtà insanguinate dai conflitti. Leone XIV ha ricordato i giovani di Gaza e dell’Ucraina, ma anche quelli che non hanno potuto essere presenti “dai paesi dove era impossibile uscire”. Il suo appello s’irradia: “Voi siete il segno che un mondo diverso è possibile: un mondo di fraternità e amicizia, dove i conflitti non si risolvono con le armi ma con il dialogo”.

In una società che sembra aver smarrito la speranza, questo Giubileo grida la necessità del perdono, della cura reciproca, della solidarietà. “La sete di significato non può essere colmata con surrogati inefficaci”, dice Leone XIV, che cita i prossimi santi Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati: la santità è orizzonte per tutti, la grandezza è vocazione universale che dà senso alla vita, “anziché accontentarsi di una esistenza scontata e ferma”.

Se la filosofia può dare una sponda alla teologia in questo cammino, la “speranza costruttrice di pace” diventa allora il progetto più alto del vivere umano: essere “sentinelle del mattino” (Gv 16,33), testimoni di quella pace che passa dal cuore di ciascuno e si incarna nelle scelte, nelle parole, nei gesti condivisi. Come ha ricordato il Papa proprio a Tor Vergata: “Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33). E ancora: “La vostra gioia sarà un seme gettato in ogni angolo del pianeta. Un modello di globalizzazione della solidarietà”.

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In questa luce, la città di Roma si è scoperta di nuovo crocevia di popoli e laboratorio di futuro: il giudizio dei pellegrini è stato unanime, tra entusiasmo, rispetto, accoglienza, e gioia della condivisione, nonostante qualche fatica nei trasporti o nel caldo. Emerge la testimonianza dei giovani stessi: “Dobbiamo dimostrare che non siamo la generazione fallita: faremo sentire forte la nostra voce”.

La speranza - virtù cristiana e insieme cardine della migliore tradizione filosofica - non è evasione dal presente ma impegno costruttore, forza proattiva che osa desiderare e realizzare un mondo nuovo. Di questa speranza la Scrittura parla come di un’àncora dell’anima (Eb 6,19), e Simone Weil la colloca accanto alla fame e alla sete come bisogno fondamentale dell’uomo.

Il Giubileo dei Giovani, con il suo oceano di volti, sogni, fatiche e canti, ci ricorda che, pur in tempi travagliati, una speranza giovane e radicata può ancora cambiare la storia, costruendo la pace nelle relazioni, nella società, tra le nazioni.

Non smettiamo di sognare insieme, di sperare insieme, di osare la pace. “Vi do appuntamento a Seoul: continuiamo a sognare insieme, a sperare insieme!” ha detto Leone XIV, lanciando il futuro verso la prossima GMG, e verso un mondo che, attraverso la fede e la testimonianza, può tornare ad essere casa comune e “segno che un altro mondo è possibile”.

 

07-08-2025
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore di Meridianoitalia.tv
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