RITRATTO INEDITO DI PAPA LEONE XIV NEL NUOVO LIBRO DI IGNAZIO INGRAO E PADRE GIUSEPPE PAGANO – EDIZIONI CANTAGALLI - 2025
di Emanuele Mariani
«Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (dal Vangelo secondo Matteo - 16,13-19).
Ecco, anche i Papi discendono da queste frasi evangeliche e così anche il 267° successore di Pietro, Papa Leone XIV, Robert Francis Prevost, eletto l'8 maggio 2025, in pieno Giubileo, il giorno della supplica alla Madonna di Pompei, dopo un conclave durato meno di 24 ore. Ma chi è davvero, dal lato umano, il nuovo Papa?
Un libro, scritto a quattro mani dal vaticanista del Tg1, Ignazio Ingrao con padre Giuseppe Pagano, priore della Comunità agostiniana di Santo Spirito, che conosce Prevost da oltre 40 anni, traccia un profilo, per certi versi inedito, dell’attuale primo pontefice agostiniano della storia della Chiesa, il primo originario degli Stati Uniti, nazione a minoranza cattolica, laureato in matematica, filosofia e teologia, con dottorato in diritto canonico ed una profetica tesi sul ruolo del “Priore”, nonchè il primo con doppia cittadinanza statunitense e peruviana, con un passato di ministero episcopale missionario in quella terra sudamericana di lingua spagnola, dove, come tutti i vari Pontefici, in particolare, quelli di nome Leone, dal I al XIII, ha sempre teso la mano al prossimo, per la salvezza delle anime.
Papa Leone XIV è destinato, non solo per questo, ad entrare, comunque, nella storia, in quanto, eletto in un anno giubilare, il 2025, chiuderà la Porta Santa, aperta da un altro pontefice, Papa Francesco, come avvenne solo nel 1700.
Quell’anno, Papa Innocenzo XII, che aveva indetto l'Anno Santo con la bolla Regi Saeculorum, il 18 maggio 1699, e già malato, aprì la Porta Santa e riuscì comunque a impartire la benedizione.
Ci vollero due mesi perché venisse eletto il nuovo pontefice, Clemente XI, salito al soglio di Pietro all'età di soli 51 anni (dopo di lui, nessun Papa ebbe un'età più giovane della sua), a seguito della morte di Innocenzo XII, avvenuta il 27 settembre 1700. Fu quella la prima volta che un Giubileo si trovò ad essere celebrato, almeno temporaneamente, con il soglio pontificio vacante e convocato un Conclave. Il nuovo Papa portò a termine il Giubileo del 1700 e lo chiuse, proprio come farà Leone XIV.
Dal testo, presentato, in prima assoluta, lo scorso 6 novembre, alla presenza del coautore Ignazio Ingrazio e della collega giornalista, Maria Antonietta Calabrò, presso la Libreria San Paolo, in via della Conciliazione, a Roma, ed ancora, a seguire, il prossimo 21 novembre, alle ore 17:00, presso la Basilica di Santo Spirito, a Firenze, emerge dalle parole di padre Giuseppe Pagano, riportate nel volume, il lato umano dell’attuale pontefice: dalla risata contagiosa, nei momenti di relax, alle gite fuori porta a Pasqua, che non disdegna di guidare l’automobile, persino gli scherzi “da prete”. E poi la serenità del carattere, l’amore per l’ambiente, tanto da fare il bagno al lago, l’estate, unita alla passione per lo sport.
Oltre al tennis, infatti, “a Prevost piace molto anche il nuoto, il baseball, senza dimenticare la palestra. Per lui lo sport è sempre stato un modo per staccare dagli impegni quotidiani”, ed era “tifoso della Roma, questo posso confermarlo”, scrive Pagano. Tuttavia, “ha sempre messo gli impegni istituzionali davanti ai suoi desideri. Una volta gli avevo proposto una data per andare insieme a vedere Roma-Milan. Lui mi rispose: ‘Non posso, ci andremo l’anno prossimo’. E l’anno successivo è diventato Papa!”
Emerge un uomo, che padre Pagano chiamava affettuosamente “padre Bob”, ricco di esperienza umana. Racconta, ad esempio, Pagano dei tempi in cui entrambi erano al collegio internazionale di Santa Monica a Roma. “Non c’erano le comodità di oggi: abbiamo vissuto nel freddo, non c’era riscaldamento, ma tutto questo noi lo abbiamo accettato, senza ribellarci. Eravamo tutti uniti nell’affrontare le piccole e grandi difficoltà della vita quotidiana”. Erano tempi di “serate belle”, “c’erano discussioni sul nostro carisma e il modo di viverlo nei diversi paesi”.
“A Prevost, piaceva cantare e noi gli abbiamo insegnato i nostri canti italiani mentre noi imparavamo i canti inglesi e spagnoli”. Emergono tratti caratteristici della sua personalità: “Prevost – scrive – usa la prudenza per non creare situazioni di attrito o di potenziale scontro. Sa fare un passo indietro nel suo modo di governare pur di non creare divisioni. Credo che questo aspetto sia stato centrale nella scelta del Collegio cardinalizio”. Ma c’è appunto il Prevost molto umano, il padre Bob che “mangia tutto senza problemi”. Mi raccontava dei suoi viaggi in Africa: invece delle patatine cucinavano gli scarafaggi fritti. “La festa era una dimensione importante di condivisione che ci caratterizzava”, “padre Bob contribuiva perché difficilmente si arrabbiava o perdeva la pazienza”.
Poi un aneddoto dagli Stati Uniti: “A Villanova c’era una festa di un religioso professo, e lui ci propose poi di andare insieme a Chicago, nella sua città natale. In quell’occasione ho scoperto la sua passione per l’automobile, perché lui ha guidato tutta la notte, dalla Pennsylvania all’Illinois, per circa 1200 chilometri”. “Mi parlava sempre di un laghetto nei dintorni e di una piccola casa che avevano con dei frati americani vicino a Chicago”, “mi ci portò. È il lago di Oconomowoc, nel Wisconsin”, “siamo stati un paio di giorni, abbiamo fatto il bagno in questo laghetto”.
“Allo stesso tempo noi giovani eravamo tremendi: facevamo scherzi, ci divertivamo. Li facevamo e li subivamo. Per esempio c’era un nostro compagno siciliano, riuscimmo a trovare la chiave della sua camera, che era sempre chiusa, e gliela abbiamo riempita di coriandoli. C’erano coriandoli dappertutto, persino in mezzo ai libri!”. “C’era anche un altro messicano: una volta smontammo la porta della sua stanza facendolo dormire tre giorni senza porta”, “un anno, durante il carnevale, mi mise nel letto la coda di un maiale!”. Ad un altro confratello, durante gli esercizi spirituali, “lo abbiamo praticamente purgato! Gli avevamo offerto delle caramelline bianche, ma in realtà erano confetti lassativi”.
Emerge, dopo i primi mesi di pontificato, che il Conclave ha eletto un successore di Pietro il quale, non solo tiene all’unità della Chiesa, ma che ne fa il suo tratto peculiare e distintivo, quasi un’investitura programmatica, una vera autentica missione.
Non a caso ha mantenuto il suo motto da Vescovo, «In Illo uno unum» («Nell’unico Cristo siamo uno»), che riprende proprio le parole di sant’Agostino pronunciate in un sermone, l’Esposizione sul Salmo 127, per spiegare che «sebbene noi cristiani siamo molti, nell'unico Cristo siamo uno» ed è stato scelto in continuità con lo stemma che usava come Vescovo e Cardinale, Robert Francis Prevost.
Dalla spiegazione ufficiale dello stemma del Pontefice, redatta dal vicepresidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano, don Antonio Pompili, e resa nota dalla Sala Stampa Vaticana, emerge anche in questo, la personalità di Prevost e la sua inclinazione episcopale.
Nello stemma, spiccano un giglio d’argento e un cuore ardente trafitto da una freccia e sostenuto da un libro nel blasone di Leone XIV, “uno scudo timbrato da una mitra d’argento, ornata di tre fasce d’oro”. Il cuore raffigurato nello stemma papale è un “elemento” che è “sempre presente nell’emblema degli Agostiniani” a partire dal XVI secolo, “pur con le diverse varianti, quale la presenza del libro simboleggiante la Parola di Dio che può trasformare il cuore di ogni uomo, come è stato per Agostino”. Inoltre il vicepresidente dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano chiarisce che “il libro richiama altresì le illuminate opere che il Dottore della Grazia ha donato alla Chiesa e all’umanità”.
Insomma, tra episodi quotidiani, momenti di studio e preghiera, gite, sport e scherzi, si delinea la figura di un uomo semplice, sereno e capace di ascolto, animato da prudenza, fraternità e spirito di servizio.
Accanto alla dimensione conviviale, emerge il tratto distintivo di Leone XIV: la capacità di unire, di fare un passo indietro per il bene comune, e di custodire l’armonia della comunità. Una testimonianza preziosa che racconta il cuore agostiniano del Pontefice e la sua straordinaria maturità umana e spirituale.
Il mondo si interroga sulla personalità, sul magistero e sulle scelte del nuovo pontefice. «Sono un figlio di Agostino», ha detto subito dopo l’elezione. E questo profilo certamente lo caratterizza. Anzi, ci aiuta a comprendere meglio le categorie che orientano la spiritualità, la teologia, la visione della Chiesa di Leone.
Agostiniano fino in fondo, legato alla famiglia religiosa che ha guidato per 12 anni come Priore generale, ma pastore della Chiesa universale, Leone risponde ai messaggi dei confratelli. Si interessa di loro. Ma allo stesso tempo ha allargato lo sguardo al mondo intero. Mette la sua esperienza, la sua conoscenza della Chiesa e delle diverse culture, maturata in tanti anni di viaggi e attività missionaria, al servizio di tutti. Con alcuni tratti caratteristici del suo carattere: la mitezza, il garbo, la gentilezza, la semplicità, la misura, la sobrietà. Successore di Pietro e Vicario di Cristo, ma umanissimo pastore di una Chiesa chiamata a dialogare con il mondo e ad ascoltarne le domande, per la salvezza dell’umanità, protesa alla pace globale disarmata e disarmante.
Emanuele Mariani
