di Luigi Capano
Il desiderio (o la necessità) di attualizzare l’antico è un topos ricorrente nella storia dell’arte. Non vi leggiamo alcun afflato nostalgico, nessuna ipotetica vis celebrativa ma, piuttosto, la sommessa consapevolezza che il tempo sia da ritenersi una categoria ingannevole ed enigmatica, un accidente dell’esistenza, da eludere o da smascherare.
Nel Palazzo Nuovo dei Musei Capitolini si è appena inaugurata la mostra Cartier e il Mito (visitabile fino al 15 marzo 2026) - a cura della storica del gioiello Bianca Cappello, dell’archeologo Stéphane Verger e del Sovrintendente Capitolino Claudio Parisi Presicce. Nelle sale settecentesche i preziosissimi gioielli della storica Maison Cartier di Parigi giocano con gli antichi marmi della Collezione Albani, una straordinaria accolta di capolavori che hanno educato e formato la visione e il pensiero di generazioni di artisti europei. Nello spazio magico dell’Arte, dove ogni sincronicità è possibile, il Cardinale Alessandro Albani, mecenate e collezionista nella Roma del Settecento, amico di Johann Joachim Winckelmann, può straordinariamente incontrare, il prestigioso Atelier del lusso fondato nel 1847 dal gioielliere parigino Louis-François Cartier; e il metallo e la pietra, trasfigurati dall’immaginazione creatrice, celebrano, nella bellezza che avvince i sensi e la mente, gli antichi misteri del dio Efesto. I gioielli che, per affinità elettiva, sono qui declinati nello stile definito “neoarcheologico”, ispirato all’antichità classica, oltre all’evidente valenza estetica e ornamentale, sembrano voler riacquistare, in virtù di un allestimento sapiente e oculato, l’arcana funzione di sigilli ermetici, di
microcosmici varchi oltremondani. Ne avvertiamo l’eco nella scalinata cinematografica dello scenografo premio oscar Dante Ferretti che ci sorprende all’ingresso immergendoci in un flusso di immagini ispirate all’antico, e che sembra voler segnare una cesura virtuale tra “il mondo di dentro e il mondo di fuori”, per sospingerci ipnoticamente tra i capolavori romani intercalati ai rutilanti gioielli Cartier. Ad accrescere la complessità dell’allestimento, alcune installazioni olfattive create dalla profumiera della celebre Maison, Mathilde Laurent: così, inaspettatamente, nella saletta ottagonale ospitante la celeberrima, pudica Venere Capitolina ci viene incontro un’insolita atmosfera, finemente soffusa della delicata fragranza Pure Rose della collezione Les Épures de Parfum. Aggirandoci cautamente tra i marmi illuminati dagli ori parigini, sostiamo con istintivo riguardo dinanzi ad un Dioniso, dio delle arti e dell’ebbrezza, mistericamente nudo e con una pantera al seguito – suo classico attributo - e, prima di immergerci nuovamente nel caos cittadino, salutiamo la dea Iside, sotto la specie di un marmo d’epoca adrianea, con tanto di sistro magico e di brocchetta lustrale.