di Ranieri de Ferrante

La vita è una malattia a trasmissione sessuale, con esito certamente nefasto. E’ solo apparentemente una battuta: si nasce dal sesso, e non c’è scampo alla morte. Ed è proprio la morte – voluta e pianificata – delle Gemelle Kessler che porta a riflettere su quanto in una sessantina di anni sia progredita la cultura occidentale sulla prima parte di questo ciclo, e quanto invece ci sia ancora da fare sulla seconda. L’Europa ha liberalizzato il sesso e l’intero concetto di coppia, però non ha la forza di vincere i pregiudizi che rendono l’individuo padrone (almeno in parte) della propria vita, ma non della propria morte. 

Sono morte le Gemelle Kessler. La cosa ha una forte eco per quelli della mia generazione, quelli, per intenderci, che quando le altissime tedesche irruppero sul piccolo schermo nel 1961 provarono (comprensibili) turbamenti. Io avevo 9 anni, ed a quell’età ci si affaccia alla vita, si comincia a vedere – o provare ad immaginare - l’altro “genere” come “sesso”: due gambe come quelle ti parlano, e a rispondere è tutto il tuo essere.

 

Italia, 1961. Le Gemelle Kessler debuttano in Italia 

 

Era il tempo della Democrazia Cristiana, ed era la vera DC, quella che aveva sconfitto solo una dozzina di anni prima l’alleanza delle sinistre guidata da Togliatti con lo slogan “nella cabina elettorale Dio ti vede, Garibaldi no”. La DC che aveva beneficiato del supporto dei parroci dal pulpito come oggi si potrebbe trarre vantaggio dall’appoggio aperto e senza scrupoli di un potentissimo veicolo Social. E che quindi doveva molto alla Chiesa.

 

Era un mondo in cui il sesso era visto come una cosa strettamente privata. Non c’era ancora stato il ’68 con Porci con le ali, ed il concetto di famiglia era rigoroso ed unitario. “Bocca di Rosa” di De Andrè  sarebbe arrivata solo dopo qualche anno ed il Divorzio ancora più in là. Nel 1963 Mina fu bandita dalla RAI per avere avuto un figlio fuori dal matrimonio. Lo ricordo bene perché il giorno in cui rientrò ero nel pubblico del Teatro delle Vittorie, e l’applauso che la accolse diceva il sentimento delle persone non era del tutto in linea con le regole della società.

 

Nel film “Ieri Oggi e Domani”, di Vittorio De Sica, Sofia Loren, impersonando un prostituta, eseguiva uno spogliarello per Marcello Mastroianni (il cliente) che oggi è un meraviglioso esempio di arguta comicità, ma allora aveva definite tinte di trasgressione.

 

D’altra parte non era solo l’Italia: negli USA, che pure avevano superato il McCartysmo ed abbracciato la Camelot di Kennedy, c’era una regola non scritta per i registi di Hollywood secondo la quale  se un uomo ed una donna erano sullo stesso letto, entrambi dovevano avere almeno un piede per terra, da parti opposte naturalmente, per garantire che non ci fosse niente di troppo suggestivo. 

 

La cosa terribile, per completare il quadro, di quel Mondo era che a queste Pubbliche Virtù si associava l’accettazione di Vizi Privati, come il diritto del marito al rapporto sessuale, che per la donna diventava dovere coniugale, l’istituto del matrimonio riparatore, ed un concetto di stupro nel quale toccava alla donna provare di non essere colpevole …

 

Sulle Kessler – che venivano dritte dal Moulin Rouge – cadde il peso di questa Censura ancora ottocentesca, come un blocco di cemento. Le loro gambe vennero avvolte in calze spesse e nere da suora, e c’era più da immaginare che da vedere. Ma neanche questo bastò a tutti: a casa di mio zio (e doveva viveva anche mia Nonna paterna), a Salerno, lo spettacolo del Sabato Sera era guardato con attenzione. Ma era una casa molto religiosa e quindi arrivavano le Kessler la TV veniva spenta, con grande delusione di mio cugino, che aveva 5 anni più di me, ma cui era negata l’erotica visione che invece a me, figlio di una casa liberale, era consentita. Credo di dovere alle Gemelle Kessler la vena profondamente antireligiosa (pur essendo credente) alla base del mio rapporto con Dio …

 

Le Kessler si esibivano ai lati di un ballerino americano, bravo, simpaticissimo. Si chiamava Don Lurio ed aveva – lo comprendo adesso – un grande senso dell’humor ed, evidentemente, ancora più grande sicurezza in sé stesso: era alto un metro e sessanta (io lo ricordo piccolino, l’altezza esatta è cortesia di Chat GPT) e, schiacciato fra le Kessler (oltre 1.90 con i tacchi), mostrava graficamente come si sarebbe sviluppato (giustamente) il rapporto uomo/donna nei decenni a venire. Quante cose si capiscono ex post … ma allora noi maschi (bambini ed adulti) non lo sapevamo, e guardavamo quei chilometri di gambe (calze o no) con felice ed onirica concentrazione.

 

Quelle gambe sono rimaste nell’immaginazione della mia generazione, e non solo. Un esempio di bellezza, libertà, erotismo retrò ma ancora vitalissimo. Ricordate con desiderio, ma anche con tanto affetto. 

 

Monaco 2025. Le gemelle Kessler muoiono insieme

 

Alice ed Ellen vivevano in maniera integrata dalla nascita. Si erano aiutate nei rapporti con un padre violento. Avevano sfondato insieme ed insieme goduto del successo e subito le sue ripercussioni. Avevano avuto vite sentimentali separate, ma sempre in contatto, condividendo obiettivi e delusioni. Vivevano in case separate, mantenendo la loro individualità, ma queste erano collegate da una porta, e le Gemelle pranzavano insieme ogni giorno, condividendo, fra l’altro, il ricordo di un cane amatissimo (questa ultima cosa la apprendo dai TG, e mi fa aumentare simpatia ed affetto per queste due grandi donne).

Avendo dietro di sé una vita insieme, non c’è da sorprendesi che abbiano voluto morire insieme. Se lo erano promesse e lo avevano annunciato. Da brave tedesche lo hanno pianificato: non avevano discendenti, hanno lasciato tutto a Medici senza Frontiere, ed hanno scelto il Suicidio Assistito, permesso in Germania. L’eutanasia non lo è. Stranezze della legge quando entra in campi che non le si addicono: in Germania se hai un dito per spingere un pulsante hai diritto a morire quando vuoi, ma quando tutte le dita sono bloccate, diciamo da una sclerosi multipla, potresti non averlo.

 

Con questa scelta, hanno chiuso il circolo della loro esistenza, ed è un circolo che in tanti abbiamo condiviso, vedendole passare dai 20 ai 90 anni, sempre diverse e sempre uguali. La loro morte porta ad una riflessione i membri della mia generazione, quelli cui il loro arrivo ha portato  primi turbamenti. Noi che siamo ancora, per la maggior parte, ancora vivi, ma per i quali la fine della vita non è più un fatto certo in un lontano orizzonte, ma è diventata una passaggio ormai prossima. Passaggio cui si guarda con timore e dubbio, ma talvolta come ad una liberazione.

 

E allora?

 

La vita, dice una battuta forse divertente, ma certo veritiera al 100%, è una malattia a trasmissione sessuale con esito certamente nefasto. Abbiamo conquistato il diritto ad un sesso “liberale” ed ad una visione allargata del concetto di coppia, quindi liberalizzato la prima parte di questo ciclo (la trasmissione sessuale) ma rimaniamo al palo per quanto riguarda il come ed il quando dell’esito nefasto.

Quotidianamente facciamo di tutto per evitarlo: ci curiamo, guardiamo a destra e sinistra quando attraversiamo la strada, guidiamo con prudenza. Prima di scendere da un aeroplano aspettiamo che sia atterrato e se siamo allergici alle noci non ne mangiamo. Ci è riconosciuto il diritto di vivere. O meglio il dovere, perché il diritto alla vita, per essere tale, dovrebbe includere quello di morire, che non abbiamo. 

 

Sto parlando dell’eterno problema del Fine Vita, dove purtroppo si scontrano civiltà, morale, religione, politica, tutto mischiato in salsa ideologica piuttosto che affrontato in modo logico e rispettoso dell’essere umano. L’approccio che il presente Governo sta prendendo (ma non che quelli precedenti abbiano fatto di più …) è di legiferare sulla base di quanto sentenziato dalla Corte Costituzionale, che prevede (semplifico) che possano adire all’eutanasia (se un comitato di saggi è d’accordo) pazienti affetti da una malattia terminale che provochi gravi sofferenze, che siano mantenuti in vita da sistemi di sostegno e che siano in grado di esprimere la loro volontà in piena coscienza. L’aggiunta fondamentale – il marchio di fabbrica, direi - di questo Governo è escludere qualsiasi intervento da parte del Sistema Sanitario Nazionale. 

 

Saltano all’occhio – anche senza voler assumere la posizione massimalista che io sposo e con la quale chiuderò questa nota – almeno due grandi problematiche in questo approccio:

 

La prima, evidente, è che escludere l’intervento del SSN, in ogni caso ed a prescindere da tutto, crea un inaccettabile squilibrio fra chi ha e chi non ha risorse: questi ultimi devono soffrire, chi può – invece – va in clinica in Svizzera o Germania.

 

La seconda è relativa a chi non soffre di una patologia fisica, ma mentale. Una depressione può far soffrire quanto e più di una sclerosi multipla. Anzi, certamente rende la vita più disperata! La legge menziona la sofferenza mentale come ipotesi per l’Eutanasia, ma poi condiziona “il permesso” alla presenza di sistemi di sostegno della vita (il depresso respira da solo) e soprattutto introduce un ridicolo Comma 22: si riconosce che sei depresso stai male, molto male, ma si aggiunge che forse sta troppo male per decidere in maniera razionale. Quindi niente diritto a far cessare le sofferenze. Joe Heller diceva “se sei matto puoi evitare di volare missioni di guerra, ma se vuoi evitarle non sei matto”. Era un libro satirico, questa è tragedia. 

D’altra parte, non è la prima volta che la nostra legge, e la nostra civiltà, mettono su un piano diverso problemi fisici e cognitivi. E’ stato così per decenni. Ad esempio, per l’handicap, dove quello fisico (cecità, incapacità di deambulare) è stato riconosciuto molto prima e più omogeneamente di quanto non sia stato quello mentale.

 

Quanto sto discutendo, però, non è il nocciolo della questione, ma rami evidentemente secchi di una legge che il suo errore lo ha nelle radici. Il diritto alla morte dignitosa dovrebbe appartenere al soggetto, al cittadino, ed ognuno dovrebbe decidere, in maniera libera ed autonoma, se e quando terminare la propria esistenza.

E’ incivile ed inumano imporre ad un essere razionale di continuare una vita che è diventata una punizione perchè la sofferenza che prova diventa insopportabilmente superiore alla gioia che ne ricava. Oppure si sente che il proprio contributo alla società è finito: anche il sentirsi disperatamente inutile può distruggere.

Si tratta della sfera più intima dell’essere, nella quale lo Stato deve entrare solo con due scopi: garantire che il soggetto sia in grado di decidere, e fornire dei mezzi efficienti, sicuri ed umani per procedere. E magari per permettere anche ai non abbienti di godere di questo diritto. Non certo per giudicare, decidere, dare permessi.

 

Siamo partiti dalle Gemelle Kessler. Torniamo in Germania: in tedesco suicidio si traduce selstmord, cioè uccisione di sé stesso, ma anche himmelsfahrt, letteralmente viaggio verso il Cielo. Questo termine si usa anche per l’Ascensione di Gesù Cristo in cielo. 

L’Ascensione è una festa religiosa e morale, e la vr

Era religione è libertà e rispetto dell’individuo. L’Ascensione, ovviamente, non ha connotazione politica.  E’ una festa dell’individuo, non dello Stato, celebrazione di chi la morte la ha scelta, e di libertà (mi ripeto), non di imposizione. L’Amaro Calice può prendere tante forme, e non si può chiedere a tutti di essere Gesù. 

E soprattutto, non è lo Stato che deve imporlo.

01-12-2025
Autore: Ranieri de Ferrante
Ranieri de Ferrante è un Fulbright Fellow, ed attualmente si occupa di Ambiente. Nel passato ha operato nella Farmaceutica, Consulenza (McKnsey), Informatica, Energia e Difesa, coprendo posizioni come Presidente, ABB, Central Eastern Europe e Co – CEO, Alenia Marconi Systems.
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