di Gianni Lattanzio

Un filo sottile ma tenace unisce il 325 al 2025, il Concilio di Nicea al pellegrinaggio di Papa Leone XIV tra Turchia e Libano. Sulle rive del grande lago di İznik, dove i Padri della Chiesa si radunarono per dare forma al Credo che ancora oggi scandisce la fede dei cristiani, il Papa ha riaperto una domanda antica e attualissima: quale Chiesa nel Mediterraneo, in un tempo in cui le religioni possono incendiare le tensioni o spegnerle, alimentare paure o generare speranze? È il Mediterraneo dei profeti e degli apostoli, dei concili e dei conflitti, che torna a essere laboratorio decisivo per il dialogo tra le fedi.​

“Che siano una cosa sola, perché il mondo creda” (Gv 17,21): la grande intuizione di Nicea – custodire l’unità della fede in Cristo vero Dio e vero uomo – oggi si dilata in una responsabilità più ampia, che tocca i rapporti tra cristiani e tra religioni. Il Papa attraversa le stesse terre che videro le comunità paoline, le prime controversie cristologiche, i primi ponti tra culture diverse, consapevole che in questo mare comune si gioca una parte decisiva del destino mondiale.

Istanbul: tra Moschea Blu e Fanar, il linguaggio dei gesti

A Istanbul, frontiera tra Europa e Asia, la teologia scende dai libri e si fa gesto. Quando Leone XIV entra nella Moschea Blu, segue la via già aperta dai suoi predecessori, ma aggiunge una sfumatura propria: sceglie il silenzio contemplativo, senza alcun atto liturgico cristiano, riconoscendo la moschea come casa di preghiera del popolo musulmano. È un gesto carico di teologia: non sincretismo, ma consapevolezza che lo Spirito “soffia dove vuole” (Gv 3,8) e che, nel mistero di Dio, il rispetto dell’altro è il primo atto di fede.​

In quella sosta, si percepisce l’eco del Concilio Vaticano II: Nostra Aetate ricordava che la Chiesa guarda con stima i musulmani, che “adorano con noi l’unico Dio, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale”. Oggi, nelle tensioni che attraversano il mondo islamico e il mondo cristiano, quel testo torna ad essere bussola geopolitica: solo riconoscendosi reciprocamente adoratori dello stesso Dio si può spezzare la logica del “clash of civilizations” che troppe volte ha usato la religione come bandiera di identità contrapposte. “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9): nella Moschea Blu, il Papa sceglie di essere figlio, non padrone.​

La dichiarazione con Bartolomeo: unità cristiana e credibilità del dialogo

Poco lontano da lì, al Fanar, un altro gesto assume un peso storico: la Dichiarazione congiunta con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I. In quel testo, Leone XIV e Bartolomeo affermano con forza che nessuno può usare il nome di Dio per giustificare guerre, terrorismo, violenza; denunciano l’indifferenza, il desiderio di dominio, l’avidità di profitto e la xenofobia, indicando una radice spirituale delle crisi geopolitiche contemporanee. Non è solo un documento ecumenico: è una lettura teologica della politica, che afferma un principio chiave per il Mediterraneo di oggi.​

Da Nicea in poi, la storia cristiana ha conosciuto scismi e divisioni che hanno spesso indebolito la voce del Vangelo. Oggi, in un Mediterraneo segnato da conflitti che usano riferimenti religiosi – dalla Terra Santa alle tensioni tra comunità – cristiani divisi non possono essere credibili interlocutori nel dialogo interreligioso. È come se la preghiera di Gesù nell’Ultima Cena risuonasse con urgenza nuova: l’unità dei discepoli è condizione perché “il mondo creda” (Gv 17,21). La proposta di lavorare a una data comune per la Pasqua, soprattutto in vista del 2033, anno dei duemila anni della Redenzione, ha una portata simbolica e geopolitica: un calendario condiviso dice al mondo islamico ed ebraico che il cristianesimo non è più lacerato solo da ferite interne, ma è in cammino verso una riconciliazione reale.​

Nicea e il Mediterraneo: la teologia dentro la storia

Il ritorno a İznik non è semplice nostalgia. Nicea fu convocata dall’imperatore Costantino in un impero attraversato da divisioni dottrinali e tensioni politiche: una scelta che univa dimensione teologica e ragione di Stato. Oggi, il Mediterraneo vive una crisi non meno complessa: guerre per procura, conflitti asimmetrici, migrazioni di massa, competizione energetica, nuove rotte commerciali. Se allora si discuteva sull’homoousios del Figlio col Padre, oggi il nodo è se l’immagine di Dio che si consegna al mondo è immagine di violenza o di misericordia.

Leone XIV lo sa: parlare di Trinità e di salvezza significa, nel contesto attuale, anche dire che Dio non può essere confuso con gli idoli del potere, del denaro, dell’identità chiusa. “Convertiranno le loro spade in vomeri” (Is 2,4): il profeta non parla solo ai singoli, ma ai popoli, alle civiltà. Il viaggio del Papa in Turchia e Libano è così un invito a una nuova “teologia del Mediterraneo”: un pensiero della fede che prenda sul serio i processi geopolitici, sapendo che la religione può diventare antidoto o carburante delle tensioni.

Beirut: la piazza dove il pluralismo si fa carne

Beirut, con la sua Piazza dei Martiri, porta scritto nella pietra il prezzo della convivenza mancata e il coraggio della convivenza ritrovata. Qui il Papa convoca un incontro ecumenico e interreligioso che raduna leader cristiani, musulmani, drusi, e li invita a dire insieme che il Libano non deve morire né spopolarsi, che nessuno deve essere costretto a lasciare la propria casa, che vivere “separati sotto lo stesso tetto” non può essere il destino delle nuove generazioni. È una pagina che parla al mondo intero: ciò che accade in Libano prefigura scenari possibili per altre società pluraliste.​

Sul piano biblico, Beirut evoca le città che hanno conosciuto distruzione e ricostruzione: da Gerusalemme a Ninive, il linguaggio dei profeti attraversa la storia della città-porto. “Il mio popolo abiterà in una dimora di pace” (Is 32,18): il Papa porta questa promessa nel contesto di un Paese devastato da crisi economica, esplosioni, emigrazione massiccia. Sul piano geopolitico, riafferma il sostegno della Santa Sede alla soluzione dei due Stati in Medio Oriente e a un Libano indipendente, neutrale, capace di continuare ad essere modello di pluralismo religioso nel mondo arabo.​

San Charbel e Harissa: la santità oltre i confini

Il pellegrinaggio alla tomba di San Charbel Maklūf e la visita al santuario di Nostra Signora del Libano ad Harissa offrono un’altra chiave del dialogo interreligioso: quella della santità e della devozione popolare. La figura di Charbel, monaco eremita, è amata da cristiani e musulmani, evocata nei racconti di guarigioni e grazie. Qui il dialogo non passa dai tavoli diplomatici, ma dalle storie di gente semplice che accende candele, affida i propri dolori, riconosce in un santo cristiano un intercessore per tutti.​

Teologicamente, questa dimensione richiama la dottrina del “semen Verbi”, i semi del Verbo presenti in tutte le culture e religioni. Se la Chiesa è “sacramento universale di salvezza”, come ricorda Lumen Gentium, allora la santità non è una proprietà privata, ma un segno offerto al mondo. La devozione condivisa per Charbel mostra che il dialogo interreligioso più stabile è quello che nasce da una esperienza reale di bene e di grazia. Geopoliticamente, in un Paese dove le identità religiose coincidono spesso con le appartenenze politiche e settarie, questa santità “oltre i confini” rappresenta una risorsa preziosa per la coesione sociale.

Il Mediterraneo come “mare della decisione”

Oggi il Mediterraneo non è solo un “mare tra le terre”, ma un grande crocevia di decisioni globali. Sulle sue acque viaggiano gas, merci, rotte militari, ma anche barconi di migranti, memorie di guerre e sogni di futuro. Leone XIV parla da pastore e da uomo che conosce le dinamiche internazionali: ricorda che la guerra non è mai inevitabile e che la religione non può essere il linguaggio della paura. “Non abbiate paura” (Gv 6,20): l’imperativo del Vangelo si traduce in un appello alle classi dirigenti perché non cedano al fatalismo dei conflitti.​

Il dialogo interreligioso, in questo contesto, diventa uno strumento geopolitico nel senso più alto: crea fiducia tra comunità, rende possibili intese, smonta narrazioni tossiche. Un imam e un vescovo che si conoscono, che si rispettano, che compiono gesti comuni di solidarietà verso i rifugiati, contribuiscono a disinnescare l’uso politico della differenza religiosa. È una “realpolitik dello spirito” che non nega i conflitti, ma li attraversa con un’altra logica.

Quale Chiesa nel Mediterraneo?

Alla fine di questo viaggio, la domanda iniziale si precisa: la Chiesa nel Mediterraneo, oggi, è chiamata a essere nello stesso tempo memoria, ponte e profezia. Memoria, perché non può dimenticare la grande tradizione dei concili, dei Padri, dei monaci che hanno abitato i deserti e le isole, dei martiri antichi e recenti. Ponte, perché deve tendere la mano a tutte le religioni abramitiche e alle altre fedi presenti sulle sue sponde, sapendo che il Dio di Abramo non è il Dio di una contro le altre, ma il Dio che chiama “tutte le famiglie della terra” alla benedizione (cfr. Gen 12,3). Profezia, perché deve osare parole e scelte che non seguono la logica del potere, ma quella del Vangelo.

“Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti” (Rm 12,18): è quasi un programma politico oltre che spirituale. Da Nicea al futuro, il Mediterraneo chiede una Chiesa che non si ritiri nei propri recinti identitari, ma che navighi sulle sue acque complesse con la bussola del dialogo interreligioso, dell’unità tra cristiani, della giustizia e della pace. Papa Leone XIV, passando per İznik, Istanbul, Beirut, ha mostrato che questa rotta è esigente ma possibile. Ora la parola passa alle comunità, ai popoli, ai leader religiosi e civili: il mare che fu culla della fede può diventare ancora culla di un nuovo patto tra le religioni e tra i popoli del mondo.​

02-12-2025
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore editoriale di Meridianoitalia
meridianoitalia.tv

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