Sotto il mormorio dell’acqua e il calore della figura si percepisce un evento artistico senza precedenti: la scultura può parlare, e parla.

di Joaquín Fernando Taveras Pérez

In Piazza Navona, il legno caraibico e il marmo berniniano si fronteggiano in uno scambio che trascende i secoli, un dialogo tra l’insulare e il Barocco. In quell’istante, trecento anni sembrano evaporare. Piazza si trasforma in uno spazio sospeso dove l’ancestrale e il monumentale si riconoscono a vicenda. Il legno narra storie di antenati taìni (gli abitanti indigeni dei Caraibi prima della colonizzazione europea) e africani, di tradizione e di mestizaje, mentre il marmo, con il suo peso eterno e silenzioso, riflette quella memoria in forme e correnti d’acqua.

Mentre osservavo, mi sono seduto con Rita Cerciello, curatrice ufficiale dell’universo scultoreo di Juan Trinidad in Italia ed esperta di arte contemporanea e curatela internazionale, e nella sua voce ho percepito l’intimità di quel linguaggio.

piazza“Come curatrice del lavoro del maestro Trinidad, conosco bene l’intensità silenziosa che abita le sue opere”, ha detto, rivelando ciò che si comprende solo da vicino. “Un incontro che non si cerca, semplicemente accade… Due figure artistiche, così diverse per materia e per epoca, possono riflettersi silenziosamente, come se il legno ascoltasse il mormorio della fontana e il marmo, dalla sua eternità barocca, restituisse uno sguardo verso l’interno.”

In quella luce che accarezzava la calda superficie del tronco, il tangibile e l’intangibile si fondono: l’artista dominicano occupa quello spazio, rivendica le sue radici, ma non conosce confini. Ogni fibra della sua mogano centenaria vibra in una maestrale, atemporale armonia.

Accanto a noi, Lucrecia Vega Gramunt, docente universitaria con PhD, critica d’arte e specialista in cooperazione culturale e curatela internazionale, osservava con intensità:

“La proposta scultorea dell’artista si presenta come un palinsesto simbolico in cui si intrecciano radici ancestrali, memoria collettiva e pulsioni inconsce”, ha detto, leggendo nella materia la cronaca di un’intera nazione. Le sue parole cadevano fresche come l’acqua della magnum opus di Bernini:

“Attraverso le sue opere, Trinidad plasma un linguaggio che narra l’identità e l’anima del suo paese, al di là della figurazione; un passato ancestrale fatto di miti e tradizioni si trasforma in presente.”

E, indicando i volti divisi e geometrici, ha aggiunto:
“La dualità culturale, taìna, europea, africana, si rivela con forza, tendendo la storia e, al tempo stesso, armonizzandola.”

Il dialogo tra Juan Trinidad e Gian Lorenzo Bernini trascende il mero confronto artistico: è uno scambio di tempi, memorie e presenze. Il legno dello scultore ascolta, percepisce la gravità del dramma barocco della roccia metamorfica e risponde con una narrazione che va oltre la forma.

“Quella presenza diventa un ponte sensibile tra un presente vivo e uno sguardo antico che arriva dalla Fontana dei Quattro Fiumi, carico di memoria, gesto e permanenza”, ribadisce Rita Cerciello, mentre Lucrecia annuiva, completando il senso:
“La proposta dello scultore condensa la complessità dell’identità dominicana, esponendo sia il suo rapporto con la natura sia gli strati culturali che la compongono.”

Juan Trinidad, creatore di una foresta simbolica e mediatore di mondi, un cronista dell’invisibile che trasforma il legno in racconto vivo. Ora, i suoi totem si ergono come giganti caraibici e straordinari nella Sala Dalí di Piazza Navona; sotto il mormorio dell’acqua e il calore della figura si percepisce un evento artistico senza precedenti: la scultura può parlare, e parla.

Trinidad ci invita ad ascoltare, a vibrare al ritmo di un areíto di forme uniche. Ha riscritto la narrazione del possibile, lasciando un’impronta indelebile nella storia dell’arte, con la forza tranquilla della memoria, dell’identità e della bellezza che non conoscono confini né tempo.

 

Joaquín F. Taveras Pérez
Diplomatic Counselor

22-12-2025
Autore: J. F. Taveras Pérez
meridianoitalia.tv

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