di Ranieri de Ferrante
Ho cercato l’etimologia della parola “algoritmo”, ed internet mi ha dato quella reale, che non mi sarei aspettato. Me ne ero, precedentemente, costruita una mia, che mi piace di più perché “classica” nelle origini, ma tremendamente attuale nei timori che genera. E questo excursus mi ha portato dalla Persia del IX secolo al dolore delle doglie, a cosa vuol dire crescere ed alle pappine al plasmon. Un divertissement, forse, ma preoccupato, e sognando pasta, patate e cozze!
Se non sbaglio ogni anno viene scelta una parola come “parola dell’anno”. Qualche anno fa fu “petaloso”, che fece tremare il cuore delle giovani mamme che la trovarono “cooosì graziooosa!”, ovviamente con grande sbattere di ciglia, dita a cuore e selfie in pose canoniche. Io la trovai una parola del tutto inutile (stavo per aggiungere come le mamme in questione, ma mi rendo conto che non sarebbe corretto, quindi non lo dico).
Non so quale sarà la parola scelta quest’anno. Io sceglierei “algoritmo”. Mia moglie, avvocata molto seria di quasi settanta anni la usa almeno un paio di volte al giorno. Mi preoccupo perché prima lo faceva con tono di scherno, mentre ormai la usa come se parlasse del parco sotto casa, o del pane al supermercato: una parte stabile del nostro ambiente, con una funzione nella realtà e non un implacabile intruso nel nostro privato.
Sono una persona curiosa, e mi sono chiesto quale fosse l’etimologia del nome. Vecchi ricordi del Liceo mi hanno portato ad associare il termine ritmos (spelling italianizzato dal greco) che vuol dire flusso, regolare, scandito ed “algos”, che in greco vuole dire dolore. Alla mia età si ha una forte intimità con l’algos, che sia nella nostalgia, che fa male al cuore, e nella sciatalgia, che fa male un po' più in basso. Ma m serviva un dolore ritmico, e – fra quelli che mi sono venuti in mente - ho scelto quello che non ho mai, né potrò mai, sperimentare: il flusso regolare delle doglie: … siamo a tre minuti … evvai!!!
Etimologia suggestiva, ma non vera: sono infatti anche un ingegnere, non mi fido di intuizioni non provate, e sono andato a cercare su Internet. Sorpresa, ho scoperto che nel IX secolo viveva un matematico persiano di nome Muhammad ibn Musa al-Khwārizmī. Il suo nome fu latinizzato in Al-gorithmi, e da lui viene l’attuale termine.
Cose turche, quindi … anzi persiane! Il mio sciovinismo europeo mi avrebbe fatto preferire usare, come parola, non “algoritmo”, ma ad esempio “fibonaccio” … Però – sciovinismo a parte - la mia teoria del dolore ritmico non mi dispiace, e soprattutto mi sembra molto calzante il legame con le doglie. Pur se costruito forzatamente, mi piace pensare ad “algos – ritmos”, inteso come doglie del parto. Sarebbe una etimologia ben valida, in un modo perversamente ribaltato: le doglie fanno nascere il bambino, l’algoritmo purtroppo avrà un grande ruolo nel lasciare tanti bambini tali, impedendo che da essi nasca l’adulto.
Gli algoritmi ci servono, infatti, esperienza e conoscenza come pappine Plasmon: lisce, tiepidine, standardizzate. Così nessuno si imbroglia, nessuno si ingolfa, nessuno sceglie davvero. Dall’altra parte della barricata ci sarebbe la vita adulta: riso, cozze e patate, che se sbagli a farla è proprio cattiva, e che con la sua sapidità forte può non piacere, ma che proprio per questo ha il sapore della crescita, dell’indipendenza, della coscienza.
L’algoritmo, con feed personalizzati e scelta culturale preindirizzata, produce tanti piccoli cloni, con sempre minore capacità di vedere le cose fuori dagli schemi e disponibilità a deviare dal pensiero dominante, asserviti ad opinioni uniformate e precostituite. Ne deriva, inevitabilmente una polarizzazione che fa vedere il mondo in bianco e nero, senza quel grigio che è la vera maturità emotiva, come nei capelli mostra il passaggio degli anni.
Questi cloni costituiscono Il materiale ideale per una futura fattoria orwelliana. Non c’è spazio per lo scherzo, su questo: c’è chi, là fuori, è in attesa.