LA NOSTRA CUCINA PATRIMONIO UNESCO E BENIGNI CI FA SCOPRIRE L’UMANITA’ DI SAN PIETRO CON UN UNICO COMUN DENOMINATORE: L’AMORE
di Emanuele Mariani
Ci sono giornate che vorresti non finessero mai, perché la gioia di certi avvenimenti ti porta a pensare che, dopo tante brutture, la felicità ha avuto il sopravvento. Il 10 dicembre scorso è stato uno di questi giorni di apoteosi per via di due liete notizie, per il nostro Paese: la cucina italiana è stata dichiarata, con decisione finale, dal Comitato intergovernativo UNESCO a Nuova Delhi, patrimonio culturale immateriale globale dell’umanità, quella stessa dimensione umana che, in serata, il premio Oscar, Roberto Benigni ci ha fatto comprendere, laicamente, di San Pietro, in un monologo trasmesso in prima visione, sul primo canale della Rai, dalle 21,30.
Al di là di come la si possa pensare (e quindi di ogni possibile opinione che si può leggere sui mezzi di informazione), ciò che accomuna questi due avvenimenti è una ed una soltanto: la parola “amore”.
Infatti, la nostra cucina è stata dichiarata patrimonio Unesco con questa motivazione: secondo i membri Unesco, infatti, la “cucina italiana è una miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”, ma anche “un modo per prendersi cura di se stessi e degli altri, esprimere amore e riscoprire le proprie radici culturali, offrendo alle comunità uno sbocco per condividere la loro storia e descrivere il mondo che li circonda”.
I membri dell’Unesco si sbilanciano anche in ulteriori considerazioni tra l’antropologico e il culturale. Sempre la “cucina italiana” “favorisce l’inclusione sociale, promuovendo il benessere e offrendo un canale per l’apprendimento intergenerazionale permanente, rafforzando i legami, incoraggiando la condivisione e promuovendo il senso di appartenenza”.
E ancora il giudizio promuove l’atto del “cucinare” definita “un’attività comunitaria che per gli italiani enfatizza l’intimità con il cibo, il rispetto per gli ingredienti e i momenti condivisi attorno alla tavola”. Infine c’è pure una lettura etica tanto che nella motivazione ufficiale si citano fantomatiche “ricette anti-spreco” come una “trasmissione di sapori, abilità e ricordi attraverso le generazioni”; la cucina italiana viene quindi definita con un ardire poetico letterario piuttosto enfatico “una pratica multigenerazionale, con ruoli perfettamente intercambiabili che svolge una funzione inclusiva, consentendo a tutti di godere di un’esperienza individuale, collettiva e continuo di scambio, superando tutte le barriere interculturali e intergenerazionali”.
Insomma, tutto questo di basa sul fatto che se si cucina, la si fa altruisticamente per aiutare il prossimo a star bene ed in compagnia, dunque “cucinare è un atto d’amore” e per l’Italia, dove si mangia meglio che in ogni altra parte del mondo, ciò rappresenta una profonda verità, adesso riconosciuta anche a livello internazionale.
Siamo insomma il Bel Paese, cantato da Dante, in tutti i sensi, siamo un luogo dove si mangia bene e possiamo esportare i nostri prodotti con gioia e consapevoli di essere, nell’arte della cucina, i primi ed i migliori. Ma, allo stesso modo, questo riconoscimento ci dice che, sia che cuciniamo piatti prelibati, sia che li assaggiamo, noi ed i nostri ospiti, anche stranieri di ogni latitudine, compiamo un atto di amore e di accoglienza unico, patrimonio di umanità collettiva e dunque, siamo primi anche per l’amore che trasmettiamo al prossimo. Ma ama Dio ed il tuo prossimo, in fondo, sono la sintesi di Gesù dei dieci Comandamenti, che si legge nei Vangeli.
E, quindi, tornado all’altra buona novella di giornata, era dunque destino che pure San Pietro vennisse a Roma e, dunque, in Italia, uomo mosso da quel vento d’amore proprio per Gesù (“Mi ami più di costoro?”).
E questo aspetto, a volte trascurato o forse non ben compreso, ce lo ha evidenziato, in prima serata sulla tv di Stato (quasi 4 milioni di telespettatori collegati), un laico come Roberto Benigni che di mestiere fa altro e che comunque non è la prima volta che parla di temi legati alla religione cattolica (dai Dieci Comandamenti, al Cantico delle Creature di San Francesco, fino alle letture della Divina Commedia di Dante, tutte trasmissioni televisive di successo).
Da un luogo magico come i Giardini Vaticani (dove, chi scrive queste note, correva e giocava da bambino, proprio in un Anno Santo, nel 1975), Benigni, in un grande palco con vista cupola (dove è certamente sepolto San Pietro, come scoperto della grande archeologa ed epigrafista, Margherita Guarducci, ricordata dallo stesso Benigni, famosa proprio per aver identificato la tomba e le reliquie del Santo, nelle grotte sotto la Basilica Vaticana, negli anni '50, decifrando graffiti come "Petros eni" ("Pietro è qui") e analizzando frammenti ossei), ci ha fatto comprendere, in un monologo di circa due ore, come San Pietro era un uomo come noi, con le sue debolezze, ma anche con una certezza: l’amore per Gesù ed i suoi insegnamenti, fino alla fine, per la salvezza dell’umanità.
Una visione esegetica delle Sacre Scritture, in cui, non prevale altro che il vero loro fondamento, l’amore che salva il mondo. Ecco, Benigni ci ha ricordato questo: saremo giudicati dall’amore. Ed allora, una sola voce ed un solo coro: viva l’Italia con amore (non solo in cucina) per il mondo intero.
Emanuele Mariani
