di Rossana Errico
E sì, va detto subito, senza giri di parole: nei fatti di Crans-Montana emergono colpe gravi. Favoritismi, omissioni, responsabilità mancate, forse una catena di silenzi comodi. L’idea di una Svizzera impermeabile agli errori, immune da relazioni opache e da protezioni reciproche, è una favola rassicurante che oggi non regge più.
Riconoscerlo non è un atto di tradimento verso un Paese che mi ospita da quasi due decenni. È, al contrario, un atto di rispetto. Perché le società mature non si difendono negando i problemi, ma affrontandoli.
Detto questo, va peró specificato che esiste una differenza sostanziale tra la denuncia civile di aspetti di inefficienza sociale e il compiacimento nel cogliere criticità e storture. Soprattutto se queste letture nascondono indirizzi editoriali ispirati da nazionalismi e altre sciagure che serpeggiano nei nuovi media italiani.
Per molte testate ed emissioni italiane, Crans-Montana è diventata l’occasione perfetta: finalmente anche la Svizzera cade dal piedistallo. Finalmente si può criticare la “perfezione elvetica” con una certa soddisfazione, quasi liberatoria. Ma la critica, quando scivola nel voyeurismo, perde forza e credibilità.
Si moltiplicano i dettagli inutili, le ricostruzioni premature, le allusioni sussurrate ma mai dimostrate. Si confonde l’inchiesta con l’indiscrezione, l’interesse pubblico con la curiosità morbosa. E soprattutto si dimentica che esistono tempi – giudiziari, istituzionali, umani – che non coincidono con quelli della diretta televisiva.
Che ci siano responsabilità sistemiche è possibile, forse probabile. Che esistano dinamiche di privilegi e protezione reciproca, anche qui, non dovrebbe stupire nessuno, tantomeno noi italiani. Ma trasformare queste ombre in un feuilleton mediatico non aiuta a far emergere la verità. Aiuta solo a costruire una narrazione rassicurante: “vedete, sono come noi”.
Qui, intanto, il disagio è palpabile. Non c’è difesa d’ufficio né entusiasmo per la gogna. C’è piuttosto la consapevolezza che la discrezione – tanto criticata – serve proprio a questo: a permettere che le responsabilità vengano accertate senza trasformare ogni sospetto in sentenza.
Il silenzio, in Svizzera, non è sempre virtù. A volte copre, protegge, ritarda. Ma l’esposizione permanente, il racconto ossessivo, il bisogno di riempire ogni vuoto con un’ipotesi non sono sinonimi di trasparenza. Sono solo un altro modo di esercitare potere.
Dopo aver scelto di vivere in questo Cantone dimettendomi da funzionario dello Stato italiano per troppe ingiustizie politico/diplomatiche, so che il mito dell’efficienza assoluta è falso. Ma so anche che la distruzione sistematica di ogni limite – della privacy, della presunzione di innocenza, della complessità – non è giornalismo d’inchiesta. È intrattenimento.
Sì, la Svizzera deve fare i conti con le proprie responsabilità. Ma non davanti a un pubblico in cerca di colpevoli rapidi e catarsi televisive. La verità, quella vera, raramente è fotogenica. E quasi mai fa audience.
La tragedia di Capodanno a Crans-Montana ha scosso profondamente l’opinione pubblica, lasciando dietro di sé dolore, interrogativi e ferite che non si rimargineranno in fretta. In quelle ore di festa, giovani provenienti da contesti diversi si trovavano insieme per celebrare l’inizio di un nuovo anno, animati dalla stessa spensieratezza e dalla stessa incoscienza genuina che caratterizza i ragazzi di tutto il mondo. È un modo di divertirsi universale, che non conosce confini né bandiere, che non può essere trasformato in una colpa.
I giovani coinvolti non sono responsabili di quanto accaduto. Oggi il punto centrale non è il giudizio, ma l’aiuto. Aiuto concreto, immediato e duraturo. Le impressionanti ustioni riportate da molti di loro richiederanno cure lunghe, complesse e costose, che si protrarranno per mesi, forse per anni. A queste si aggiungono le ferite psicologiche, spesso invisibili ma altrettanto profonde, che colpiscono non solo i superstiti ma anche le loro famiglie.
Le cicatrici lasciate dalle ustioni sono difficili da accettare, persino da guardare. Segnano il corpo e l’identità, e rischiano di trasformarsi in una fonte di vergogna e isolamento. È proprio qui che la società deve dimostrare la sua maturità: restituire dignità a queste persone, accompagnarle nel percorso di cura fisica e psicologica, far sentire loro che non sono sole e che il loro valore non è definito dall’aspetto esteriore.
La Svizzera ha le risorse per affrontare questa sfida e può permettersi di spendere quanto occorre, anche in termini economici. Non si tratta di un costo, ma di un investimento umano e morale. Aiutare questi giovani e le loro famiglie, significa affermare un principio fondamentale: la solidarietà non è opzionale, soprattutto quando il destino colpisce con tanta violenza.
I superstiti rimarranno segnati per sempre, ma non devono essere condannati a portare quel segno come uno stigma. Sta a tutti noi fare in modo che possano tornare a vivere senza vergogna, con dignità, rispetto e sostegno. È questo il minimo che una società giusta e civile può e deve garantire.
