al Palazzo delle Esposizioni di Roma una grande mostra dedicata alle opere restaurate nell’ultimo triennio
di Luigi Capano
Ammirevole esempio di mecenatismo, quello dell’Istituto bancario Intesa San Paolo che, nell’arco di 36 anni, con l’avvio, nel 1989, del programma “Restituzioni” per la salvaguardia del patrimonio pubblico – in collaborazione con il Ministero della Cultura - ha finanziato il restauro di oltre 2200 opere d’arte, restituendone la bellezza e il godimento alla collettività. Insomma, un modello esemplare di fruttuosa, sinergica collaborazione tra pubblico e privato. “Restituzioni è il più grande cantiere della bellezza italiana” dice l’Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa San Paolo, Michele Coppola, “perché mette insieme Soprintendenze, musei, prestatori, restauratori,
Università, ricercatori, storici dell’arte. E’ la sintesi più alta del valore della bellezza del nostro essere italiani. Credo che Restituzioni rappresenti un momento di riflessione collettiva, corale, su come si debba e a come si possa salvaguardare il nostro patrimonio”. La XX edizione del programma si celebra, in questi giorni, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, con una grande mostra che vede esposte – fino
al 18 gennaio 2026- gran parte delle 128 opere restaurate dal 2022 al 2025, provenienti da siti archeologici, musei e chiese di tutte le regioni italiane, e pertinenti ad un arco di tempo che va dall’antichità precristiana fino al secondo Novecento. Molti i nomi che fanno risuonare le corde ingarbugliate ma sempre mobilissime della nostra memoria: da Mario Sironi a Giovanni Lanfranco, dal Battistello a Mattia Preti, da Nicolas Régnier a Giovanni Bellini, da Felice Carena a Pino Pascali, e numerosi altri ancora. Oltre ad oggetti e suppellettili di varia natura, materia e funzione: indumenti, strumenti musicali, reliquiari, arazzi etc… Tante e molto attrattive le opere mirabili o semplicemente curiose che catturano lo sguardo, grazie anche al contributo di un abile e coinvolgente allestimento. La nostra attenzione girovaga, si appunta su un olio secentesco del veneziano Giovanni Bellini, detto Giambellino: vi troviamo raffigurata la celebre scena biblica della moglie del faraone


Putifarre che tenta di sedurre il patriarca Giuseppe, figlio di Giacobbe. La composizione, che suggerisce un proscenio teatrale, è giocata
sulle note di un delicato erotismo, espresso dal moto imponderabile della luce che a tratti appare e a tratti dispare, ora marcando, ora velando i seducenti volumi della nudità muliebre. Rendendo vane ed inapplicabili le consuete e abusate categorie del sacro e del profano.