...in mostra ai Musei Capitolini seconda tappa del ciclo, I Grandi Maestri della Grecia Antica
di Luigi Capano
Dopo la grande mostra su Fidia del 2023, ecco“La Grecia a Roma”,a cura di Eugenio La Roccae Claudio Parisi Presicce (Musei Capitolini Villa Caffarelli, fino al 12 aprile 2026),seconda delle cinque tappe del ciclo “I Grandi Maestri della Grecia Antica”, nella quale viene documentato, attraverso una nutrita antologia di originali greci rinvenuti a Roma,un aspetto cruciale del dialogomillenario tra le due grandi civiltà del mondo classico.
E’ attestato, infatti, che migliaia di manufattigiunsero dalla Grecia a Roma in tutto l’arco della sua turbolenta storia, dalla fondazione all’età imperiale,sia mediante transazioni commerciali, sia tramite imprese militari, sia perché molti artigiani ed artisti greci, attratti forse da una ricca committenza, scelsero di trasferirsi e di mettere bottega a Roma, facendo in tal modo fiorire quella peculiare cultura figurativa definita dagli storici“neo-attica”, verosimilmente sensibile e attenta ai gusti estetici della elite romana. Purtroppo, molto di questo materiale, nel corso dei secoli, è andato disperso ma, fortunatamente, molto si è tuttavia conservato e si è, più o meno scrupolosamente,tramandato nel tempo, contribuendo così a plasmare il duttile linguaggio artistico degli antichi romani, e per loro tramite, il complesso e ramificatonervo ottico della tormentata civiltà europea. Troviamo in mostra, suddivise in più sezioni tematiche, circa centocinquanta opere tra sculture, rilievi, ceramiche e bronzi, immerse in un’atmosfera crepuscolare, meditativa,avvolgente, carica di quel silenzio metafisico che sospinge l’antico oltre il capestro inestricabile del tempo, misteriosamente attualizzandolo. Un’intuizione, questa, che fu già di De Chirico e della sua enigmatica avanguardia. E che suggerisce la possibilità di una lettura non soltanto archeologica e rigorosamente accademica degli antichi reperti,senz’altro preziosissima – questa - e necessariaal fine di analizzarli, contestualizzarli, compararli e allocarli correttamente nel complesso mosaico della storia.“Che cosa può dirmi oggi l’immagine che mi sta dinanzi? E’ possibile interrogarla ignorando o superando il “pathos” della distanza? E’ lecito intrecciare con essa un dialogo che non sia mero espediente estetico?” Queste e altre domande, nella forma discreta di un sommesso borbottìo,ci hanno accompagnato nel nostro flemmatico itinerario per le sale della mostra, inducendoci spesso a sostare dinanzi ad una metopa, ad una stele funeraria, a un bronzo colossale, nella speranza vana che l’attesa ci riservasse la promessa di una rivelazione. Ma non disperiamo.




