di Gianni Lattanzio
Il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, è riconosciuto dalla Repubblica italiana come “Giorno della Memoria” per ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione degli ebrei e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Dal 2005, la stessa data è divenuta anche “Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto”, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione 60/7. È dunque una ricorrenza che nasce da un doppio riconoscimento, nazionale e internazionale, e che interroga in profondità la coscienza delle democrazie contemporanee.
La legge italiana n. 211 del 20 luglio 2000 afferma che il 27 gennaio è dedicato a ricordare lo sterminio del popolo ebraico, le persecuzioni subite, ma anche “coloro che, a rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Non si tratta solo di custodire un lutto collettivo, ma di riconoscere i giusti, le storie di coraggio morale che, dentro l’orrore, hanno testimoniato che un’altra scelta era possibile. Sul piano internazionale, la Risoluzione 60/7 dell’ONU chiede agli Stati di promuovere programmi educativi che tramandino la memoria dell’Olocausto “al fine di prevenire in futuro atti di genocidio” e condanna “tutte le manifestazioni di intolleranza, incitamento, molestia o violenza contro persone o comunità, sia su base etnica che religiosa”. In questo intreccio tra dimensione storica, riconoscimento delle vittime e responsabilità educativa si colloca il significato attuale del Giorno della Memoria.
La parola “memoria” non indica una semplice rievocazione del passato, ma un compito etico e civile che riguarda il presente. In una celebre riflessione, Primo Levi ci ricorda che “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate”. In questa espressione si concentra lo spirito del Giorno della Memoria: non tutto è pienamente comprensibile dell’abisso dello sterminio, ma è necessario conoscerlo, studiarlo, farlo conoscere alle nuove generazioni per rendere più vigile la coscienza dei popoli. La memoria, così intesa, diventa un “vaccino” contro l’indifferenza, come ha ricordato più volte Liliana Segre, ripresa anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È un invito a non voltarsi dall’altra parte di fronte ai segni, talvolta sottili ma inquietanti, del riemergere di razzismi, antisemitismo, negazionismo, discorsi d’odio.
Nel contesto internazionale, il Giorno della Memoria assume una valenza ancora più vasta. L’ONU, con la Risoluzione 60/7, non solo istituisce una giornata di commemorazione, ma lega la memoria della Shoah alla costruzione di una “cultura dei diritti umani”, chiedendo agli Stati di impegnarsi attivamente contro ogni forma di intolleranza e violenza discriminatoria. In un mondo segnato da nuove guerre, da terrorismo, da persecuzioni religiose ed etniche, il richiamo alla Shoah diventa un paradigma per riconoscere e contrastare i meccanismi che possono portare ancora oggi a forme di disumanizzazione di interi popoli. Non si tratta di confondere piani storici diversi, ma di comprendere che l’“unicità” dell’Olocausto non impedisce di trarne insegnamenti universali sulla fragilità dello stato di diritto, sul potere distruttivo dell’ideologia dell’odio, sulla responsabilità della comunità internazionale quando i diritti fondamentali vengono calpestati.
Sul piano filosofico, la Shoah ha messo in crisi categorie tradizionali del pensiero europeo, a partire dal problema del male. Hannah Arendt, riflettendo sul processo Eichmann, ha parlato di “banalità del male”: non un demone eccezionale, ma un funzionario mediocre, incapace di pensare criticamente, che si nasconde dietro l’obbedienza e il linguaggio burocratico. Il Giorno della Memoria, alla luce di questa analisi, non è solo memoria delle vittime, ma interrogazione sulla responsabilità di chi “non pensa”, di chi accetta come normale ciò che normale non è, di chi si trincera dietro il “si è sempre fatto così”. Ricordare Auschwitz significa allora vigilare sui meccanismi di disumanizzazione che possono riprodursi nei contesti più ordinari: nei linguaggi pubblici, nelle organizzazioni, nelle leggi che discriminano o escludono, nelle abitudini che anestetizzano la coscienza.
Hans Jonas, filosofo ebreo tedesco, ha provato a ripensare il rapporto fra Dio, uomo e male dopo l’abisso della Shoah. Nei suoi scritti egli parla di una “responsabilità” nuova, che grava sull’uomo e sulle sue scelte nel mondo, fino a ipotizzare un Dio che, creando, si “ritrae”, rinuncia in parte alla propria onnipotenza per lasciare spazio alla libertà umana. Questo comporta che non possiamo più invocare soltanto Dio come garante del bene, ma dobbiamo riconoscere che sta a noi assumere la responsabilità della storia, delle istituzioni, della tutela della vita e della dignità di ogni persona. Nel contesto del Giorno della Memoria, la lezione di Jonas è chiara: nessuna teodicea può giustificare Auschwitz, ma proprio per questo l’umanità è chiamata a un di più di responsabilità per evitare che il male di massa torni a manifestarsi.
Anche Emmanuel Lévinas, pensatore ebreo segnato dall’esperienza dello sterminio, ha posto al centro la questione dell’Altro. La vera soggettività, per Lévinas, non è quella che si afferma dominando, ma quella che si costituisce come responsabilità singolare, irriducibile, davanti al volto dell’Altro. Nei suoi testi risuona tanto la voce dei profeti biblici quanto il grido delle vittime della violenza antisemita, che contestano l’idea di una storia ridotta a totalità che schiaccia gli individui e considera l’altro solo come nemico. Il Giorno della Memoria, in questa prospettiva, diventa memoria del volto concreto delle vittime, rifiuto di ogni logica che riduca persone a numeri, popoli a problemi, migranti a flussi, minoranze a bersaglio di propaganda.
Sul piano teologico, la Shoah ha provocato un profondo esame di coscienza nelle Chiese, e in particolare nella Chiesa cattolica. La dichiarazione conciliare Nostra aetate ha segnato una svolta irreversibile nei rapporti con l’ebraismo, riconoscendo il legame spirituale che unisce cristiani ed ebrei e rifiutando ogni forma di antisemitismo e di teologia della sostituzione. Su questa linea, san Giovanni Paolo II ha parlato degli ebrei come dei “nostri fratelli maggiori”, compiendo gesti simbolici di grande portata, come la visita alla sinagoga di Roma e il pellegrinaggio al Muro Occidentale. Il Giorno della Memoria, nel contesto cristiano, non è solo ricordo di un crimine subìto da un altro popolo, ma riconoscimento di una ferita inflitta a un fratello, con la conseguente assunzione di responsabilità nel contrastare ogni residuo di antisemitismo religioso o culturale.
Papa Francesco, in continuità con questo cammino, ha richiamato con forza la necessità che “l’orrore non sia dimenticato e l’antisemitismo non metta più radice”, invitando a “debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa”. In una udienza ha ricordato che il ricordo di quell’“orribile sterminio” deve aiutare tutti a non giustificare mai le logiche dell’odio e della violenza, perché esse “negano la nostra stessa umanità”, collegando il 27 gennaio a un appello concreto per la pace in Medio Oriente e in Ucraina. Il Giorno della Memoria assume così anche una dimensione profetica: ricordare l’Olocausto non significa solo custodire il passato, ma rifiutare che il linguaggio della guerra, della vendetta, dell’annientamento torni a imporsi come soluzione dei conflitti.
Anche nel dibattito pubblico italiano, il Giorno della Memoria richiama alla responsabilità verso la nostra storia nazionale. Il Presidente Mattarella ha ricordato più volte che l’Italia fascista “adottò ignobili leggi razziste, capitolo iniziale del terribile libro dello sterminio”, denunciando la “complessiva indifferenza” con cui il Paese le accolse. Le sue parole – “mai più a uno Stato che calpesta libertà e diritti, mai più a una società che discrimina, divide, isola e perseguita” – restituiscono il valore profondamente attuale di questa ricorrenza, che non ammette autoassoluzioni né oblio selettivo. Ricordare significa anche riconoscere le responsabilità interne, non solo altrui, e vigilare su ogni rigurgito di antisemitismo, razzismo, xenofobia che si manifesti nel linguaggio pubblico, nelle piazze reali e in quelle virtuali. È un esercizio di memoria impegnativa, che chiede di coniugare verità storica, giustizia e riconciliazione.
Il significato attuale del Giorno della Memoria, dunque, non si esaurisce nella celebrazione di una data, pur importante, ma implica un cammino educativo, filosofico, teologico e politico. La scuola, le istituzioni, le comunità religiose, le associazioni della società civile hanno il compito di trasformare la memoria in responsabilità: attraverso percorsi formativi, testimonianze dirette, viaggi nei luoghi dello sterminio, ma anche tramite un’attenzione quotidiana alle parole, ai gesti, alle politiche che possono includere o escludere. Sul piano internazionale, la Giornata istituita dall’ONU sollecita un’alleanza tra Stati e organizzazioni per contrastare il negazionismo, la manipolazione della storia, la diffusione dell’odio su base etnica o religiosa, nel segno di una difesa condivisa della dignità umana. Se la memoria rimane viva, se non si riduce a rito formale, allora il 27 gennaio può davvero continuare ad essere – per l’Italia, per l’Europa, per la comunità internazionale – un tempo di verità, di vigilanza e di impegno a costruire un futuro in cui “mai più” non sia soltanto uno slogan, ma un programma concreto di civiltà.
