di Ranieri de Ferrante

Un titolo giusto, per questo articolo, potrebbe essere “note da un eretico”. Se vivessi in America, sarei infatti definito un “liberal” e i liberal sono i nuovi eretici. Cattolici oltranzisti ed evangelici stanno convergendo non per un ecumenismo ritrovato, ma come protezione contro diritti, secolarismo e complessità sociale. La religione è diventata arma politica, strumentalizzata, anche se non creata, dalla nuova Destra. Strange bedfellows, cattolici ed evangelici. Ancora più strani Trump e fede.

All’inizio degli anni Ottanta, negli Stati Uniti, un evangelico rifiutò di sedersi allo stesso tavolo con me perché ero cattolico. Forse era una forma di diffidenza verso gli italiani travestita da intransigenza religiosa. Spero di no. Preferisco pensare che fosse fede presa sul serio.

Io sono cattolico perché sono nato in Italia. Mi definisco credente ma non religioso: credo che Dio esista, ma dal punto di vista teologico potrei essere musulmano o protestante. Con ogni probabilità lo sarei se fossi nato in Norvegia o in Marocco. La mia religione, se devo darle un nome, è l’etica. Non posso quindi condividere la posizione di quella persona. Posso, però, comprenderla. Era un atteggiamento estremo ma coerente: allora Dio divideva perché, almeno in alcune frange, c’era chi accettava di pagare un prezzo sociale pur di restare fedele alle proprie convinzioni. La fede aveva un costo, e quel costo veniva accettato.

Oggi, nella stessa nazione, la scena si è capovolta. Una parte – non banale – dei cattolici e gli evangelici non solo siedono allo stesso tavolo, ma sono allineati. Ma non perché abbiano superato secoli di divergenze teologiche, né perché sia maturato un vero ecumenismo. È avvenuto qualcosa di ben più inquietante: per alcuni la fede ha cambiato funzione. Non è più la lente attraverso la quale giudicare il mondo, e quindi il potere, ma un veicolo per tutelare il proprio mondo e sostenere il potere che lo protegge. È diventata uno strumento identitario, una lingua franca per difendersi dal mondo moderno.

La convergenza fra questi “strange bedfellows” negli Stati Uniti non nasce dall’amore per Dio, ma dalla paura del pluralismo, dei diritti, della secolarizzazione, della complessità sociale. In questo schema, gli eretici non sono più coloro che credono in modo diverso, ma coloro che accettano la modernità. I “liberal” diventano il nuovo nemico teologico, pur non essendo, nella maggior parte dei casi, nemici di Dio, ma semmai critici del potere religioso quando si trasforma in potere politico.

Qui avviene il rovesciamento decisivo. I valori oggi liquidati come “liberal” — attenzione ai poveri, difesa dei deboli, rifiuto della violenza, centralità della coscienza individuale, separazione tra fede e potere — sono in realtà molto più vicini al nucleo etico del cristianesimo di quanto non lo siano l’ossessione per l’ordine, la punizione, l’esclusione e la paura dell’altro. Se si leggono i Vangeli senza lenti ideologiche, è difficile non vedere che il bersaglio principale di Gesù erano i custodi dell’ordine morale che usavano Dio per giustificare il proprio potere.

L’alleanza tra cattolici ed evangelici negli Stati Uniti è dunque un’alleanza impura non perché unisce confessioni diverse, ma perché unisce la religione all’egoismo. È una fede che non chiede conversione, ma obbedienza; che non redime, ma schiera. Ed attenzione! La nuova Destra non è l’origine del fenomeno, ma il suo acceleratore. Non inventa questa dinamica: la rende esplicita, la rende utile, la rende priva di pudore. La religione diventa così una risorsa politica, non una fonte di giudizio morale.

Trump, parlando di religione, è un bedfellow decisamente strano. Ma non è lui il problema. È che questa trasformazione comincia a essere digerita come “normale” e “benedetta”. La religione viene quotidianamente usata per attaccare i “liberal”, per delegittimare il dissenso, per giustificare politiche che colpiscono i più deboli; l’alleanza si consolida e Dio viene arruolato da una parte della società contro un’altra.

Vengono in mente la scomunica ai comunisti e i parroci che nel 1948 predicavano: “nella cabina elettorale Dio vi vede, Stalin no”.

Il risultato è che io, negli USA, sarei un eretico. Non perché rifiuto Dio, in cui credo, ma perché trovo osceno che lo si usi strumentalmente. E perché, nella mia etica non confessionale, considero irrinunciabili valori in realtà profondamente cristiani. Chi mi marcherebbe come eretico, invece, brandisce il nome di Dio per difendere confini, identità e gerarchie. I nuovi Farisei.

Questi Farisei non rappresentano una questione teologica, ma un problema morale. Una fede che non converte, ma mobilita, e per i valori sbagliati. E quando accade questo, non è il mondo “liberal” a essere lontano dal cristianesimo. È il cristianesimo politico ad essersi allontanato dal Vangelo.

Rimpiango quell’evangelico di 40 anni fa …

03-02-2026
Autore: Ranieri de Ferrante
Ranieri de Ferrante è un Fulbright Fellow, ed attualmente si occupa di Ambiente. Nel passato ha operato nella Farmaceutica, Consulenza (McKnsey), Informatica, Energia e Difesa, coprendo posizioni come Presidente, ABB, Central Eastern Europe e Co – CEO, Alenia Marconi Systems.
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