di Gianni Lattanzio
Le Olimpiadi che si aprono in Italia non sono soltanto un appuntamento sportivo: sono un varco. Un varco in cui l’umanità, ferita e disorientata, sembra ricordarsi per qualche giorno che esiste un altro modo di stare insieme, un’altra grammatica delle relazioni, un altro lessico del conflitto. Mentre le cronache raccontano di città sbriciolate dalle bombe e di popoli stremati dagli assedi, la fiamma olimpica attraversa Milano e risale le montagne del Nord, portando con sé una domanda semplice e radicale: è davvero inevitabile continuare a credere solo nelle armi?
Da sempre i Giochi sono intreccio di corpo e spirito, di fatica e di sogno. Ma questa volta, nell’inverno duro che l’Europa e il mondo stanno attraversando, assumono un peso diverso. La cerimonia inaugurale di Milano–Cortina, costruita attorno al tema dell’“Armonia”, non è stata soltanto uno spettacolo perfetto di luci e di musica: è apparsa come una sorta di controcanto alla dissonanza planetaria che abitiamo. La spirale tracciata sul prato di San Siro evocava l’antica Mediolanum romana, ma insieme sembrava disegnare una traiettoria possibile: popoli diversi che non si annullano, che non si temono, ma si sfiorano, si riconoscono, accettano di mettersi alla prova dentro regole comuni.
Non è un caso che, nella sera dell’inaugurazione, uno dei momenti più intensi sia stato l’arrivo allo stadio di San Siro del presidente Sergio Mattarella, accolto da una lunga ovazione, e – soprattutto – la sua firma sulla “lavagna della tregua” dei Giochi invernali. In quel gesto semplice, quasi dimesso, c’era l’essenziale: un capo di Stato che, davanti al mondo riunito per la festa dello sport, non esita a scrivere il proprio nome sotto la parola “pace”. È un atto privo di effetti militari, ma carico di valore civile: indica ai cittadini che l’Italia vuole essere riconosciuta per questo, per la sua capacità di tessere convivenza, non per la sua forza di fuoco.
È questo, in fondo, il paradosso olimpico: in un mondo che si arma fino ai denti, c’è ancora uno spazio in cui la competizione si misura senza odio, lo scontro non prevede cadaveri, la sconfitta non coincide con la distruzione. Si può vincere senza umiliare; si può perdere senza essere annientati. È poco? È tantissimo, se pensiamo a quanta parte della retorica politica contemporanea vive di schiacciamento dell’avversario, di delegittimazione del nemico, di cancellazione dell’altro.
Per questo la parola antica “tregua olimpica” torna oggi a brillare di una luce sorprendentemente attuale. Nell’Ellade di Senofonte, lo sappiamo, non sempre funzionava: persino a Olimpia, nel 364 avanti Cristo, la pace fu violata e il sangue macchiò il suolo sacro dei Giochi. E tuttavia l’idea restava: per gareggiare dobbiamo fermare la guerra, almeno per un momento, almeno su questa porzione di terra. Oggi la stessa intuizione viene rilanciata dall’ONU, dal Comitato olimpico internazionale, da voci morali come quella di Leone XIV, che invita a riscoprire la tregua come “strumento di speranza, simbolo e profezia di un mondo riconciliato”.
Sono parole che non possono restare sospese nell’aria. Perché la contraddizione è sotto gli occhi di tutti: mentre accendiamo il braciere all’Arco della Pace e in piazza Dibona a Cortina, si riaccende, altrove, la corsa agli armamenti; mentre applaudiamo i ragazzi e le ragazze che sfilano con le bandiere, altre bandiere vengono usate per giustificare nuovi bombardamenti, nuovi esodi, nuove morti “collaterali”. Si celebrano gli atleti che misurano la loro forza in centesimi di secondo o in centimetri di altezza, ma si continua a investire in ordigni capaci di cancellare in un istante città intere.
E allora l’interrogativo diventa pressante: possiamo accontentarci del simbolo? Possiamo ridurre l’Olimpiade a parentesi luminosa in un continuum di violenza? Credo di no. I simboli sono necessari, ma non sufficienti. Hanno però una forza: quella di mettere a nudo l’ipocrisia, di costringerci a scegliere.
Oggi la scelta ha un nome preciso: stop alle armi. Non in astratto, non come slogan di piazza, ma come criterio concreto di giudizio e di azione. Fermare la produzione e il commercio indiscriminato di armamenti; riallacciare il filo del controllo degli arsenali nucleari e convenzionali – minato dalla scadenza dei trattati come il New START e dal succedersi di nuove generazioni di sistemi d’arma; riportare al centro delle politiche di sicurezza il disarmo, non la deterrenza illimitata. Non è utopia: è sopravvivenza. La vera ingenuità, semmai, è continuare a credere che la moltiplicazione delle armi produca stabilità.
Le Olimpiadi, in questo senso, possono diventare laboratorio. Non solo diplomazia simbolica, ma spazio in cui chiedere impegni verificabili: una moratoria su test e nuove armi durante i Giochi; corridoi umanitari garantiti e monitorati; la sospensione delle operazioni più offensive nei teatri di guerra almeno per la durata della “tregua olimpica”. Sarebbe già molto: significherebbe riconoscere che esiste un tempo in cui l’umanità decide, liberamente, di non uccidere.
Ma c’è un livello ancora più profondo, che riguarda le coscienze. In un mondo in cui la violenza è diventata spettacolo e la guerra è spesso raccontata come un videogioco, la nobiltà dei Giochi – per usare un’immagine cara alla tradizione olimpica – è antidoto prezioso: vedere atleti che si abbracciano dopo aver dato tutto; scorgere sul volto di una ragazza sconfitta la delusione che non cede all’odio; riconoscere in uno sprinter africano, in una pattinatrice asiatica, in un fondista europeo, la stessa fatica, lo stesso respiro, la stessa dignità. Qui, nello spazio sacro della competizione leale, si prepara – senza proclami – una cultura della pace.
Non si tratta di mitizzare lo sport: anche i Giochi conoscono le tentazioni del denaro, del doping, della strumentalizzazione politica. Ma proprio per questo, ogni volta che lo sport riesce a ripulirsi, a ritrovare il gusto del “giocare pulito”, fa un passo nella direzione giusta. E ci dice che è possibile farlo anche altrove.
C’è un’immagine che, più di altre, può guidarci: quella del giovane atleta che entra nello stadio portando una bandiera che non è solo la sua. Portare una bandiera, oggi, significa assumersi la responsabilità di ciò che essa rappresenta: storia, ferite, speranze. Eppure, dentro il perimetro olimpico, quella bandiera non divide, ma si affianca alle altre. Si corre per il proprio Paese, ma dentro regole che tutti hanno accettato; si cerca la vittoria, ma non la distruzione dell’avversario.
È lo schema che dovremmo avere il coraggio di proporre anche alla politica internazionale: una competizione di progetti, di idee, perfino di interessi, ma dentro limiti chiari e condivisi, in cui l’eliminazione fisica dell’altro non sia mai un’opzione. È l’antica intuizione agostiniana: nessun regno può dirsi giusto se fondato solo sulla forza; tolta la giustizia, i regni diventano “grandi bande di briganti”. La pace vera non è la quiete imposta dall’arma più potente, ma il frutto di un ordine che riconosce la dignità di ogni persona e di ogni popolo.
La firma di Mattarella sulla lavagna della tregua, la risoluzione delle Nazioni Unite in favore della pausa olimpica, la lettera di Leone XIV che rilancia la tregua come “simbolo e profezia di un mondo riconciliato”: sono tasselli di una stessa trama. Una trama fragile, certo, ma indispensabile. Se spegnessimo anche queste luci – se rinunciassimo al diritto e al dovere di chiedere un alt alle armi proprio mentre il mondo guarda ai Giochi – non ci resterebbe che la nuda logica della forza. E allora la fiamma olimpica sarebbe davvero solo un fuoco d’artificio.
Oggi, invece, può ancora diventare promessa. E da un Paese che ha scritto la pace nella propria Costituzione, e che oggi si ritrova al centro dei Giochi del mondo, questo messaggio può e deve partire con forza nuova.
