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le imprese di olimpiadi e mondiali diventano epica e leggenda.
di Emanuele Mariani

Ci sono voci che restano scolpite nella memoria e nel tempo; al solo sentirle, infatti, l’impresa sportiva, narrata in radio o in televisione, si mescola con il ricordo che fa associare immediatamente quello sport a chi ha narrato l’evento.

Parli del calcio e subito, vengono in mente, in oltre 100 anni di servizio pubblico Rai, Nicolò Carosio, Nando Martellini, Bruno Pizzul, Giorgio Martino, Ennio Vitanza ed, in tempi recenti, Gianni CerquetiCarlo Nesti, Marco Civoli (che commentò la finale di Berlino del Mondiale di calcio in Germania 2006, vinta ai rigori dall’Italia contro la Francia)

ed oggi gli attualiStefano Bizzotto(che ha raccontato la vittoria ad Euro 2020 della nostra Nazionale di calcio, ai rigori, a Wembley, Londra, l’11 luglio 2021)ed Alberto Rimedio o alle voci di “Tutto il Calcio Minuto per Minuto”, Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Alfredo Provenzali, Ezio Luzzi,

  Claudio Ferretti, Roberto Bortoluzzi da studio,Mario Giobbe, Paolo Valenti (che condurrà poi la trasmissione 90° minuto, curata ed ideata con Maurizio Barendson nel 1970, con i loro cronisti che diverranno celebri, ben prima di Aldo Biscardi con il suo Processo), Paolo Carbone, Massimo De Luca, Rino e ClaudioIcardi,Bruno Gentili, fino a Francesco Repice di oggi, solo per citarne alcuni

Per gli altri sport, dal ciclismo all’atletica, però, magari solo con Olimpiadi e Mondiali alcuni cronisti sono passati alla storia, raccontando le gesta di campionesse e campioni straordinari: basti pensare ad Adriano De Zaned allo stesso Sergio Zavoli per il ciclismo, poi seguiti da Francesco Pancani ed Alessandro Fabretti e Mimmo Fusco; Paolo Rosi (grande giocatore di rugby) per atletica e pugilato (con Mario Guerrini e Mario Mattioli, Davide Novelli in anni successivi) oppure Franco Bragagnache ha commentato, dopo Rosi, atletica e sport anche invernali, ben sessanta discipline, con 17 edizioni dei Giochi Olimpici totali, tra estive e invernali; sempre per lo sci Guido Oddo (che commentò anche il tennis), Alfredo Pigna, Ivana Vaccari e Floriana Bertelli ed il tennis e il canottaggio con Gian Piero Galeazzi.Per la pallavolo, la voce dei Mondiali ed Olimpiadi è stata quella di Iacopo Volpi, poi di Renato Bianda, Maurizio Colantoni e Marco Fantasia, con al fianco grandi commentatori ex pallavolisti, sport in cui siamo detentori del titolo di campioni del mondo, sia femminile che maschile. Piace anche ricordare Alessandro Tiberti, che commentò, tra gli altri sport, anche invernali, il nuoto e la pallacanestro e che di recente ci ha lasciato e per le nazionali, anche di calcio, Alessandro Antinelli e Luca De Capitani.

La figlia di Nando, Simonetta Martellini, ha seguito con passione e competenza le orme del padre, arrivando a commentare per Radio Rai anche le partite di pallavolo.

Tutte voci della Rai, che hanno narrato imprese epiche di sport, senza dimenticare anche quelli delle emittenti private (tra queste,le reti Mediaset, Tmc (oggi La7), SkyDaznEurosport)come Giuseppe Albertini, Bruno Longhi, Luigi Colombo (con Altafini e Bulgarelli resero celebri le cronache ed i commenti calcistici di Telemontecarlo oggi La 7)Rino Tommasi per pugilato e con Gianni Clerici, anche per il tennis, Sandro Piccinini e Massimo Marianella, allievi di Michele Plastino come Fabio Caressa di Sky ePierluigi Pardo, oggi aDaznMassimo Tecca, telecronista ed oggi al Processo al 90° in Rai, Antonio Raimondi,giornalista e telecronista che insieme a Vittorio Munari, forma un duo di commentatori amatissimo dagli appassionati di rugbyMassimiliano Ambesi, per gli sport invernali di Eurosported Elena Pero di Sky, per il tennis.

Ma chi sono i cronisti che con le loro voci perdute del calcio hanno trasformato ogni partita in epica; in principio, fu Nicolò Carosio e poi Martellini e Pizzul e loro successori.

Sono, infatti, tanti quelli che non hanno mai visto una partita di calcio allo stadio o un grande evento sportivo dal vivo, ma ciò non ha scalfito la loro passione; gli è bastato per decenni ascoltare una radiolina, fino a quando sono giunte le immagini televisive che hanno reso spettatore diretto chiunque e dovunque. 

In ambedue i casi, la narrazione non ha mai sminuito il fascino e l’epicità della contesa. Anzi, proprio qualche celebre commento del cronista o il suo tono, a volte particolarmente enfatico, hanno spesso accresciuto il pathos dell’evento consegnandolo alla storia dello sport; di questo dobbiamo rendere grazie ad un gruppo di commentatori sportivi la cui voce ha segnato un’epoca ormai lontana. 

E’ da poco che ci ha lasciati anche l’ultimo grande cronista del nostro calcio, Bruno Pizzul, erede di Nicolò Carosio e Nando Martellini: per quasi 70 anni, sono stati la voce narrante della nostra Nazionale di calcio.

Vi fu un’epoca d’oro della narrazione calcistica ed il maestro di tutti fu senza dubbio il primo, Nicolò Carosio che anche mio nonno materno ebbe la fortuna di vedere all’opera a bordo campo, durante i Mondiali del 1934 che, quell’anno, si svolsero in Italia.

Un tono di voce pacato, un racconto preciso e senza dettagli inutili; evitava i termini calcistici in inglese e fu celebre il suo “quasi gol” con cui appellava le realizzazioni mancate per poco

Con cappotto, sciarpa e cappello, su una sediolina a bordo campo o su di una tribuna in legno, per trentasette anni commentò i trionfi della nostra Nazionale e delle nostre squadre di club. 

La sua prima partita ufficiale per radio fu l’amichevole disputata il 1° gennaio 1933 a Bologna tra Italia e Germania. Nel 1934 inaugurò per l’EIAR le radiocronache dei Mondiali di calcio che l’Italia vinse; due anni dopo, nel 1936, fu la voce della Nazionale di calcio alle Olimpiadi di Berlino dove l’Italia si aggiudicò la medaglia d’oro, così come furono sue le radiocronache ai Mondiali di calcio del 1938 in Francia vinti nuovamente dall’Italia. Nel 1954, iniziarono ufficialmente le trasmissioni televisive in Italia. 

Il 24 gennaio,Carosio effettuò la telecronaca della prima partita trasmessa in diretta della Nazionale italiana: Italia – Egitto 5-1, valevole per le qualificazioni ai Mondiali di Svizzera. 

Fu il telecronista delle vittorie di Inter e Milan in Coppa dei Campioni del 1963, 1964, 1965 e 1969, dello sfortunato, per noi,Mondiale del 1966 in Inghilterra, del Campionato Europeo del 1968 vinto dall’Italiafino alla prima finale con la Jugoslaviadell’8 giugno 1968, all’Olimpico di Roma, finita 1 a 1, poi ripetuta il 10 giugno 1968, sempre all’Olimpico di Roma, ed affidata al commento di Nando Martellini e vinta dai nostri per 2 a 0, concludendo la carriera con il Mondiale del 1970 in Messico. Se per radio a volte accentuava il tono del racconto a beneficio di chi lo ascoltava, le sue telecronache furono sempre un esempio di stile. 

Aveva commentato tutti i trionfi azzurri tra cui due titoli mondiali ed un’olimpiade, ma gli toccò commentare anche quell’Italia – Corea del Nord del 19 luglio 1966 a Middlesbrough, la partita che per sessant’anni sarà ricordata come la pagina più nera della nostra Nazionale. 

Sul triplice fischio del francese Schwinte che sancì la vittoria per 1 a 0 dei coreani, Carosio chiuse la telecronaca in maniera lapidaria con il suo solito aplomb: “L’Italia è eliminata dalla ottava edizione della Coppa Rimet”; forse nell’occasione nemmeno lui riuscì a trovare le parole.

Il successoredel grande maestro e l’eredità del racconto sportivo, in particolare della nostra Nazionale di calcio, passò aNando Martelliniche in carriera seguì e commentò sia per la radio che per la televisione 10 Campionati del mondo di calcio, 18 Giri d’Italia, 12 Tour de France e 3 Olimpiadi, totalizzando quasi 2000 telecronache tra calcio e ciclismo. 

Esordì il 22 ottobre 1958, come radiocronista di Inghilterra–Russia finita 5-0. 

Passato dalla radio alla televisione, commentò la seconda partita di finale del Campionato Europeo di calcio del 1968 tra Italia e Jugoslavia, vinta dagli azzurri per 2 a 0; la prima finale, disputata due giorni prima, era finita 1 a 1 e l’aveva commentata Nicolò Carosio

Il 17 giugno 1970, al Mondiale in Messico, con calcio d’inizio quando da noi era scoccata mezzanotte, fu sua la telecronaca della leggendaria semifinale tra Italia e Germania Ovest finita 4 a 3, così come quella della finale giocata il 21 giugno e purtroppo persa dagli azzurri contro il Brasile per 4 a 1.

L’11 luglio 1982, commentò la finale del Campionato Mondiale di calcio tra Italia e Germania Ovest, vinta dagli azzurri per 3-1. Sul triplice fischio del brasiliano Coelho resterà indimenticabile il suo “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”, detto tre volte come tre erano i titoli mondiali dell’Italia e persino con un rimando a: “E sono tre” detto sul gol di Altobelli, che faceva il paio con “Non ci prendono più” del nostro Pertini in tribuna d’onore.

Se Carosio resta l’unico ad aver commentato due vittorie consecutive dei Mondiali di calcio della nostra Nazionale (con una vittoria olimpica in mezzo, 1934, 1936 e 1938), Martellini è stato, fino ad oggi, invece, l’unico telecronista a commentare due vittorie in due diversi campionati (europeo e mondiale) della nostra Nazionale, quella del 10 giugno 1968 (la seconda partita) che vide Italia laurearsi campione d’Europa a Roma, Italia – Jugoslavia, 2 a 0, allo Stadio Olimpico equella appena citata del Santiago Bernabeudi Madrid. 

E’ anche l’unico telecronista ad aver commentato due finali di due diverse edizioni della Coppa del Mondo, la Rimet, il 21 giugno 1970, persa per 4 a 1 dalla nostra Nazionale con il Brasile di Pelè allo Stadio Atzeca di Città del Messico (peraltro unico impianto al mondo ad aver ospitato due finali mondiali, vinte da squadre dove militavano i due migliori calciatori di tutti i tempi, Pelè e Maradona, quest’ultimo vincitore con l’Argentina, il 30 giugno 1986, contro la Germania Ovest per 3 a 2, Stadio Atzecache ospiterà la partita inaugurale del prossimo Mondiale, l’11 giugno 2026) e quella Fifa, invece, vittoriosa dell’11 luglio 1982.

In quell’occasione aumentò solo di poco il tono della voce, una giustificata eccezione alla elegante pacatezza delle sue impeccabili narrazioni. Avrebbe dovuto commentare anche il mondiale in Messico del 1986 ma, una volta giunto in terra messicana, ebbe difficoltà di ambientamento a causa dell’altitudine e ciò lo costrinse a rientrare in Italia e a passare definitivamente il testimone.

Fu Bruno Pizzul che ne prese il posto; è stato l’ultimo grande telecronista della RAI in un mondo della comunicazione che con l’avvento dei grandi Network stava cambiando radicalmente. Ma stava cambiando lo sport stesso, oramai soggiogato dai diritti televisivi che avrebbero finito con l’assumere ogni decisione organizzativa lasciando ai protagonisti la semplice disputa dell’evento sportivo. 

Pizzul commentò la sua prima partita l’8 aprile 1970: Juventus–Bologna, spareggio di Coppa Italia disputato sul campo neutro di Como. Fatto curioso e forse unico, arrivò con quindici minuti di ritardo e cominciò a commentare quella partita dal 16º minuto; fortunatamente la partita era trasmessa in differita e perciò si poté rimediare registrando la parte mancante. La sua prima finale di una competizione internazionale fu quella del campionato europeo del 1972 a Bruxelles, con la vittoria della Germania Ovest sull’URSS per 3-0.

Il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles, c’era lui a commentare la finale della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, quella che resta una delle pagine più vergognose nella storia dello sport mondiale. Cercò di assolvere il suo compito in una situazione tragicamente irreale, mantenendo un tono pacato anche quando pronunciò la frase che è rimasta nella storia di quella serata e del giornalismo: “E ora purtroppo una notizia che debbo dare, perché è ufficiale, viene dall’Uefa. Ci sono 36 morti… Una cosa rabbrividente, inaudita… e per una partita di calcio”. In realtà i morti furono 39, di cui 33 tifosi italiani. La partita fu fatta disputare ugualmente, con un’ora e venticinque minuti di ritardo sull’orario ufficiale, allo scopo dichiarato di evitare che la situazione potesse ulteriormente degenerare; con grande professionalità e con una forza d’animo eccezionale, lui la commentò fino all’ultimo minuto pur mantenendo un tono del tutto distaccato e impersonale. 

Per la RAI ha raccontato le principali partite di squadre calcistiche di club nelle competizioni europee e nazionali. E’ stato la voce della Nazionale in cinque Campionati Mondiali (da ricordare quelli del 1990), quattro Campionati Europei comprese le relative partite di qualificazione. 

L’ultima partita dell’Italia da lui commentata fu l’amichevole giocata, il 21 agosto 2002, a Trieste contro la Slovenia. E’ rimasta celebre la sua frase “Tutto molto bello” con la quale sottolineava un’azione spettacolare.

Ma se la televisione ha cambiato lo sport rendendolo visibile dovunque e da chiunque, la radio ne è stata non solo lo strumento primario di diffusione, ma soprattutto una fondamentale scuola di formazione per coloro che quegli eventi li hanno raccontati. 

Questo è valso non solo per il calcio, ma soprattutto per quegli sport che fino ad una certa epoca hanno avuto una grandissima diffusione popolare, come il ciclismo e la boxe, che oggi scontano un ingiusto oblio dettato da scelte televisive di natura esclusivamente commerciale. 

Quelli con i capelli bianchi hanno ancora vivo il ricordo di quella notte del 18 aprile 1967 quando, sul ring del Madison Square Garden, Nino Benvenuti divenne campione del mondo dei pesi medi battendo ai punti Emile Griffith. Per la differenza di fuso orario con New York qui in Italia era notte fonda e la RAI decise di non trasmettere la telecronaca, affidandosi alla sola diretta radiofonica. Quella notte fummo oltre diciotto milioni gli italiani di ogni età incollati alle radioline ad ascoltare la voce appassionata, tesa e poi commossa di Paolo Valenti che quell’incontro, più che raccontarlo, ce lo fece quasi vedere.

Ritornando al calcio, gli appassionati hanno potuto da sempre seguire il loro sport preferito grazie ad una lunga schiera di grandi radiocronisti che tante volte conferirono al racconto un magistrale tocco di epicità. Incontrando gran parte di loro la gente non li avrebbe riconosciuti, ma le loro voci erano inconfondibilmente note come quelle dei cantanti più famosi o dei divi del cinema: Nicolò Carosio, Nando Martellini, Enrico Ameri, Guglielmo Moretti, Sandro Ciotti, Mario Ferretti, Paolo Rosi, Adone Carapezzi, Claudio Ferretti, Bruno Pizzul, Beppe Viola, Everardo Dalla Noce, Maurizio Barendson, Alfredo Provenzali, Paolo Valenti, Roberto Bortoluzzi, Gilberto Evangelisti, Andrea Boscione, Mario Giobbe, Ezio Luzzi, Carlo Nesti, Emanuele Dotto, Riccardo Cucchi, Bruno Gentili, Livio Forma,coordinati da studio, dopo Bortoluzzi, da Paolo Carbone e Massimo De Luca e mi scuso se involontariamente ne ho dimenticato qualcuno.

Ecco, oggi forse questi grandissimi non hanno lasciato grandi eredi professionali al loro pari, se si eccettua qualche lodevole eccezione. 

In tal senso, c’è, però, una trasmissione radiofonica che è diventata un culto ed oggi ancora mantiene intatto il fascino di quelle voci della radio che animano “Tutto il calcio minuto per minuto”permettendo ad una nazione intera di seguire in diretta il campionato di Serie A e che viene ripresa, nel momento dei gol, anche nei titoli di coda della attuale edizione della trasmissione il Processo al 90°, condotta da Paola Ferrari e Marco Mazzocchi, con la cura ed il coordinamento giornalistico di Alessandro Forti,per la regia di Annarita Cardinali.

“Tutto il calcio minuto per minuto” ebbe inizio domenica 10 gennaio 1960. Il collegamento coincideva con l’inizio dei secondi tempi e solo dal Campionato 1977-78 la trasmissione coprì sin dal fischio d’inizio. Dalla stagione 1969-70, la Rai ottenne l’autorizzazione per trasmettere tutte le giornate di campionato perché fino ad allora le ultime quattro ne erano rimaste escluse.

“Gentili ascoltatori, buon giorno…”: per ventisette anni la voce di Roberto Bortoluzzi segnò l’inizio di un momento clounella domenica degli italiani. 

Persino il pranzo della domenica (partite che si giocavano tutte allo stesso orario, in inverno alle 14:30) si interrompeva e non c’erano legami familiari, affettivi o lavorativi che potessero distogliere gli appassionati dall’apprestarsi all’apparecchio nel salotto di casa o ad incollarsi all’orecchio la radiolina a transistor. 

Bortoluzzi coordinava i campi dallo studio, secondo una scaletta predefinita che prevedeva il “campo centrale”, cioè la partita più importante, affidata alla voce di Enrico Ameri, e poi a seguire le partite in ordine di importanza con Sandro Ciotti dal secondo campo, in un ordine interrotto solo dal cambio di qualche risultato. Ed è così che la domenica degli italiani riprendeva il suo corso normale solo dopo la celeberrima sigla che chiudeva il programma a partite ultimate. 

A volte immaginiamo di risentire una voce inconfondibilmente arrocchita da un edema alle corde vocali e dal  fumo, quella con cui Sandro Ciotti interrompeva il campo principale con il suo celeberrimo “Scusa Ameri“. Ma oggi quella voce resta solo nel ricordo di microfoni che ancora oggi sono accesi.

Oggi viviamo in un’altra epoca, con un calcio che si è adeguato alla comunicazione globale. Le telecronache non hanno più lo stesso fascino, il tono del cronista è troppo spesso fuori contesto e i commenti a sproposito si sprecano, non sempre senza approfondita preparazione e stileE’ un po’ il declino dell’artedella telecronaca. Ma c’è forse un rimediobasta parlare meno e lasciar spazioalle immagini, come quelle di Milano-Cortina che vedono numerosi i successi delle nostre atlete ed atleti.

​​​​​​​     Emanuele Mariani

20-02-2026
Autore: Emanuele Mariani
saggista e scrittore
meridianoitalia.tv

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