di Gianni Lattanzio
Le immagini delle esplosioni su Teheran, delle navi immobili davanti allo Stretto di Hormuz, dei terminal energetici del Golfo avvolti dal fumo non raccontano soltanto l’ennesima guerra mediorientale, ma la fragilità di un intero ecosistema da cui dipende, più di quanto amiamo ammettere, la nostra quotidianità. In questo nuovo conflitto che intreccia Israele, Stati Uniti e Iran, il fuoco dei missili si riflette nelle borse europee, nelle bollette italiane, nei bilanci delle piccole imprese, ma anche nelle falde sotterranee, nelle condotte, nelle centrali di desalinizzazione che garantiscono l’acqua potabile a milioni di persone sulle coste del Golfo. L’oro nero e l’“oro blu” si ritrovano così sullo stesso fronte, trasformando una crisi militare in un laboratorio inquietante di vulnerabilità globali.
Il cuore pulsante di questa tempesta resta un tratto di mare largo poche decine di chilometri: lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il 20 per cento del petrolio mondiale e una quota analoga del gas naturale liquefatto. È bastato che l’Iran minacciasse di chiuderlo e che alcuni tanker venissero colpiti perché il Brent balzasse intorno a 76 dollari al barile, con un +7 per cento in pochi giorni, e il gas europeo schizzasse a circa 63 euro al megawattora al TTF di Amsterdam, +41 per cento rispetto alla settimana precedente. Non sono numeri da addetti ai lavori: sono il modo in cui i mercati traducono in cifre la paura. Per l’Italia, grande importatrice netta di energia, è come scoprire che la presa a cui è collegata la nostra rete elettrica nazionale è in realtà un interruttore installato su una costa lontana, in un’area improvvisamente dichiarata zona di operazioni. Ogni colpo esploso nel Golfo si traduce, dopo pochi passaggi, in una cifra diversa sulla bolletta o sul cartellone di un distributore.
Se lo sguardo si sposta sulle famiglie, la guerra assume il volto di una stanchezza economica che diventa anche stanchezza morale. Secondo le stime delle associazioni dei consumatori, la crisi in Medio Oriente potrebbe costare tra 614 e 818 euro l’anno a nucleo familiare, somma che include rincari energetici, alimentari e di trasporto. Nello scenario di un aumento dell’1 per cento dei prezzi nel comparto alimentari e bevande, l’aggravio è di circa 64 euro l’anno per la “famiglia tipo” e 93 euro per un nucleo con due figli, per un totale di 1,65 miliardi di euro solo per cibo e bevande. Sul fronte energetico, si prevede un aumento delle bollette di luce e gas compreso tra il 10 e il 20 per cento, pari a 210–380 euro annui in più per famiglia, cui si aggiungono circa 180 euro per l’aumento stimato del 5 per cento nei costi di trasporto privato e pubblico. Il Codacons ha tradotto questi numeri in un’immagine semplice: tra sei e dodici mensilità in più di “pseudotassa di guerra” all’anno, concentrate soprattutto sulle famiglie a reddito medio‑basso.
A livello macro, l’effetto è altrettanto significativo. I dati preliminari Istat indicano un balzo dell’inflazione italiana a febbraio all’1,6 per cento su base annua (dall’1 per cento di gennaio), con una crescita mensile dello 0,8 per cento, trainata proprio dai rincari energetici e del carrello della spesa salito al 2,2 per cento. Secondo Confesercenti, un vero shock energetico legato alla guerra in Iran potrebbe spingere l’inflazione fra il 2,4 e il 3 per cento, erodendo in modo sensibile il potere d’acquisto e deprimendo i consumi. Il centro studi di Unimpresa stima che un +10 per cento dei prezzi energetici possa aggiungere 0,3–0,5 punti percentuali all’inflazione e sottrarre fino a 0,2 punti di PIL all’Italia se lo shock dura alcuni trimestri. E Conflavoro calcola che sei mesi di conflitto intenso potrebbero costare all’economia italiana fino a 32,9 miliardi di euro, con circa 100 euro al mese di rincari per famiglia e fino a 200.000 posti di lavoro a rischio nei settori più esposti.
Parallelamente, la piccola e media impresa italiana vive questa fase come un nuovo stress test su un organismo già indebolito. Le PMI, che pagano l’energia molto più delle grandi aziende – in media 99,5 euro per MWh di gas contro 47,9 euro per le grandi imprese e 218,2 euro per MWh di elettricità contro 140,4 – sono le prime a soffrire ogni shock sul costo delle forniture. Già prima del nuovo conflitto, i dati mostravano che le micro e piccole imprese italiane scontano bollette elettriche quasi il 28 per cento più care rispetto alla media dell’area euro e gas con un differenziale superiore al 13 per cento; ora il rischio è che questo divario si trasformi in una vera selezione darwiniana del tessuto produttivo. Il Centro studi di Conflavoro ha stimato che le famiglie più vulnerabili potrebbero perdere fino al 7 per cento del loro potere d’acquisto in caso di protrarsi della crisi e che i rincari alimentari potrebbero arrivare all’8 per cento, pari a 400–500 euro l’anno in più per nucleo solo per la spesa, con un impatto diretto su bar, ristoranti, negozi e filiere agroalimentari locali.
Ma è tornando al Golfo che si coglie forse l’aspetto più sottovalutato di questa crisi: la questione dell’acqua. I paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che agli occhi del mondo appaiono come giganti energetici, sono in realtà nani idrici: Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Kuwait ricavano fino al 90–95 per cento dell’acqua potabile da impianti di desalinizzazione alimentati a gas e petrolio, posizionati proprio lungo quelle coste oggi esposte ai missili. Una parte significativa dell’acqua utilizzata da famiglie, industrie e agricoltura intensiva dipende dalla continuità di questi impianti, che richiedono energia elettrica stabile, intatte infrastrutture marittime e qualità minima dell’acqua di mare in ingresso. In un contesto di guerra, il rischio non è solo teorico: un attacco a una centrale, un blackout prolungato dovuto a danni alla rete, un grave inquinamento da idrocarburi nello specchio d’acqua circostante possono interrompere in poche ore l’erogazione di milioni di metri cubi al giorno
In una regione già tra le più aride del pianeta, dove in alcuni bacini la disponibilità pro capite d’acqua è scesa sotto la soglia critica dei 500 metri cubi annui e le falde fossili vengono pompate a ritmi insostenibili, il connubio tra conflitto e infrastrutture idriche vulnerabili apre scenari di “guerra dell’acqua” tutt’altro che futuribili. L’acqua, più ancora del petrolio, è il fondamento invisibile della legittimità politica dei regimi del Golfo: la promessa implicita è che, in cambio di lealtà e stabilità, i cittadini avranno sempre energia, climatizzazione, servizi e, soprattutto, rubinetti che funzionano. Se questa promessa si incrina, se la popolazione dovesse sperimentare razionamenti severi o contaminazioni, l’onda d’urto travolgerebbe non solo l’ordine interno ma anche la capacità di questi paesi di onorare contratti energetici e finanziari verso l’Europa.
Tutto ciò rimbalza direttamente sull’Italia e sull’Unione europea. Già oggi la crescita italiana viaggia al di sotto delle attese – lo 0,5 per cento stimato contro lo 0,7 previsto, con effetti evidenti sul rapporto deficit/PIL – e un ulteriore shock energetico e alimentare rischia di spingere l’inflazione verso il 2,5–3 per cento, comprimendo i consumi e complicando ancora di più la gestione del debito pubblico. Le associazioni imprenditoriali avvertono che una crisi prolungata nel Golfo può tradursi non solo in maggiori costi per energia e materie prime, ma anche in un calo dell’export verso la regione, quantificato in decine di miliardi, e in nuove strette creditizie per famiglie e imprese, come già paventato dall’ABI.
In questo quadro, l’Europa rischia di essere ancora una volta il vaso di coccio fra vasi di ferro: condanna la dottrina della guerra preventiva, denuncia l’erosione del diritto internazionale, invoca la diplomazia multilaterale, ma fatica a tradurre le proprie parole in una strategia capace di incidere sui fatti. L’Italia, che per storia e geografia sente sulla propria pelle ogni movimento nel Mediterraneo allargato, non può permettersi di vivere questa crisi come un semplice “shock esterno”: è chiamata, al contrario, a legare in un’unica visione ciò che troppo spesso abbiamo tenuto separato, la protezione concreta di famiglie e PMI attraverso politiche fiscali ed energetiche mirate, l’accelerazione reale – non più retorica – sulle energie rinnovabili e sull’efficienza, un impegno diplomatico che riconosca come la sicurezza energetica e idrica altrui sia, in ultima analisi, anche sicurezza nostra.
Se c’è una verità che questa guerra ci sbatte in faccia, è che non esistono più periferie del mondo. Quando un drone colpisce un impianto di desalinizzazione nel Golfo o una raffineria sulle sue coste, la conseguenza non è solo un blackout temporaneo sotto altri cieli: è un aumento di prezzi, una stretta sui bilanci pubblici, un taglio agli investimenti sociali qui. E quando, su quelle stesse coste, l’acqua diventa più preziosa del petrolio, si accorciano i tempi di una stagione in cui il conflitto non sarà più solo per i barili o per i metri cubi di gas, ma per ogni metro cubo d’acqua potabile.
Proprio per questo, l’unica conclusione razionale – al di là delle indignazioni a corrente alternata e delle retoriche muscolari – è che occorre impegnarsi di più, molto di più, per costruire percorsi di pace credibili, pazienti e inclusivi. Percorsi che non si limitino a congelare i fronti per qualche mese, ma affrontino le radici profonde delle tensioni: la corsa agli armamenti, la marginalizzazione di intere popolazioni, l’uso cinico delle risorse naturali come leva di potere. La diplomazia non è un orpello per tempi sereni, è l’unico strumento che abbiamo per impedire che le guerre si trasformino in sistema e che l’insicurezza diventi la normalità. Ogni volta che rinunciamo a cercare soluzioni politiche, che accettiamo la forza come linguaggio principale dei rapporti internazionali, stiamo di fatto scegliendo di pagare il prezzo della guerra due volte: in vite umane lontane da noi e in dignità economica vicinissima a noi.
