di Raffaele Redi
Non chiamatelo più volontariato. Con un valore della produzione di circa 100 miliardi di euro e oltre un milione di dipendenti, il non-profit, capace di crescere anche dove il ‘profit’ rallenta, si candida a tutti gli effetti a volano dell'economia italiana.
Non più dunque una galassia di volenterosi che agisce ai margini dello Stato, ma un asset strategico per la resilienza economica e sociale dell'Italia, un comparto non più ‘altro’ rispetto allo Stato, ma un partner strutturato e trasparente. I numeri parlano chiaro: con un contributo al Pil che sfiora il 5%, sfidando settori industriali consolidati, il non-profit ha dimostrato di saper coniugare solidarietà e valore economico.
Ma il raggiungimento di quota €100 mld non è il solo punto di svolta del 2026. Il non-profit è infatti alle prese con una rivoluzione storica: il tramonto definitivo dell’era delle ‘Onlus’, con l’acronimo ‘Onlus’ relegato ufficialmente agli archivi per lasciare spazio a una realtà più moderna e strutturata: gli Enti del Terzo Settore (ETS). Con l’entrata in vigore del nuovo regime fiscale, frutto di anni di gestazione parlamentare, le oramai ex Onlus sono infatti confluite nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, (RUNTS), un registro operativo da circa 4 anni e che raccoglie buona parte degli enti, o per meglio dire, del cosiddetto associazionismo italiano.
Il superamento del regime Onlus a favore del RUNTS, non si limita al classico cambio di targa, ma impone agli enti elevati standard di rendicontazione e trasparenza, catalizzando le donazioni, in gergo: ‘erogazioni liberali’, con il 5x1000 che ha inoltre recentemente mostrato una fase espansiva senza precedenti. Nel 2024 il contributo ha raggiunto quota 17,9 milioni di firme, secondo stime dell’Atlantis Company, con un incremento di oltre 714.000 rispetto all’anno precedente. Numeri che dimostrano una ritrovata fiducia nel sistema, evidenziando come il 5x1000 non sia più una misura marginale, ma un vero e proprio pilastro dell’economia sociale.
Bilanci pubblici, rendicontazione dell’impatto sociale e tracciabilità non più opzionali divengono dunque marketing puro per un settore in cui i donatori, oltre a coloro che firmano il 5x1000, premiano chi dimostra esattamente come spende ogni euro.
In questo nuovo scenario, un occhio di riguardo merita anche la gestione dei rischi, con l’obbligo assicurativo (previsto dall’Art. 18 del Codice del Terzo Settore), garanzia di affidabilità, a rendere gli enti più appetibili per partner istituzionali e grandi aziende.
Più in generale, la disponibilità di dati granulari sull’impatto sociale riduce le asimmetrie informative, trasformando la donazione in un ‘investimento sociale’ monitorabile; un cambio di paradigma essenziale per l’attrazione di capitali privati nel non-profit.
Ma la centralizzazione dei dati nel RUNTS ha avuto anche un impatto diretto sulla qualità e sulla quantità degli enti accreditati. I dati mostrati dalla Fondazione Terzjus evidenziano a inizio 2026 un incremento di circa il 10% del numero di enti iscritti al registro, (che, ad oggi, conta oltre 140.000 enti), a fronte della cancellazione di oltre 20.000 associazioni.
Numeri che confermano come il Terzo Settore italiano stia completando la sua transizione verso un modello maggiormente qualificato e trasparente. Un Terzo Settore composto per il 30% da enti legati allo sport, mentre per il restante 70% quasi equamente suddiviso in attività sociali e ricreative, culturali e artistiche, istruzione e ricerca ed infine assistenza sociale, secondo i dati della Confederazione Aepi.
Con un milione di dipendenti circa, il non-profit si presenta oggi come un vero e proprio ‘gigante invisibile’. Un comparto che, laddove i settori industriali tradizionali faticano, segna una crescita del 42% rispetto ai €70,4 miliardi registrati dall'Istat nel 2015, dimostrando una resilienza che è al tempo stesso economica, occupazionale e civile.
Il superamento delle Onlus allinea di fatto l'Italia agli standard europei, con il 5x1000 che evolve da ‘sussidio’ a vero e proprio investimento sociale, affidando agli enti in grado di coniugare la missione solidale con una gestione rigorosa, un ruolo di guida nella crescita del settore nei prossimi anni.
Ma, come spesso accade a margine di una poderosa riforma settoriale, il rischio di ‘iper-regolazione’ è dietro l’angolo. Se la conformità al RUNTS e al nuovo regime IVA 2026 diventasse troppo onerosa, il ‘gigante’ rischierebbe infatti l’affanno, specialmente al Sud o nelle aree interne dove il ricambio generazionale dei volontari appare più lento.
La tutela di un tale patrimonio di cittadinanza attiva passa così necessariamente per la semplificazione dei processi amministrativi per le piccole associazioni e la valorizzazione del Terzo Settore non come fornitore di servizi a basso costo, ma come partner paritario nella co-programmazione delle politiche pubbliche.
Altro nodo da affrontare resta, inoltre, la frammentazione degli enti: al tempo stesso, la forza e la debolezza del Terzo Settore: se da un lato garantisce una capillarità democratica unica nel Paese, dall’altro condanna infatti il non-profit a una perenne precarietà organizzativa.
Proteggere il 'Gigante Invisibile' significa, così, garantirgli gli strumenti per crescere senza snaturarsi: semplificazione per le realtà più piccole, sostegno al ricambio generazionale dei volontari e un riconoscimento pieno del ruolo degli enti sportivi come presidi di welfare.
In un’epoca di incertezze globali, l'Italia ha una risorsa unica: un modello di sussidiarietà che trasforma il dono in Pil e la cittadinanza in servizio. La scommessa della politica, ora, è non lasciare che questo gigante operi in solitudine, ma renderlo il cuore pulsante di un nuovo patto tra Stato, mercati e società civile.
