Per una nuova regolazione dei processi migratori tra lavoro, formazione, diritti e sviluppo locale
di Gianni Lattanzio
Vi sono epoche nelle quali le parole pubbliche arrivano in ritardo rispetto alla realtà. Migrazione è una di queste parole. Troppo spesso viene pronunciata quando il fenomeno è già divenuto emergenza, quando la persona è già arrivata, quando l’amministrazione è già in affanno, quando il territorio è già impreparato, quando il lavoro rischia di diventare invisibile. Eppure la mobilità umana è una delle costanti più antiche della storia: non un incidente della modernità, ma una forma permanente attraverso cui le società si trasformano, si impoveriscono o si rigenerano.
Il punto, allora, non è chiedersi se le migrazioni continueranno. Continueranno. Il punto è decidere se vogliamo subirle come fatto disordinato o governarle come processo umano, economico, sociale e istituzionale. Una democrazia matura non nega la complessità, ma non la lascia nemmeno alla casualità. La accompagna, la orienta, la rende leggibile, costruisce regole giuste e strumenti efficaci.
Per troppo tempo il dibattito pubblico ha oscillato tra due semplificazioni opposte. Da un lato, la migrazione rappresentata soltanto come minaccia, pressione, problema da contenere. Dall’altro, la migrazione evocata come apertura astratta, priva di organizzazione e spesso disattenta ai bisogni concreti dei territori, delle comunità locali, delle imprese e delle persone stesse che migrano. Entrambe le visioni sono insufficienti. La prima dimentica la persona. La seconda dimentica la struttura.
Occorre una terza via: una regolazione nuova dei processi migratori, capace di unire legalità e umanità, programmazione e accoglienza, sicurezza e diritti, lavoro e integrazione. Regolare non significa erigere labirinti burocratici. Significa dare forma. Significa sapere chi parte, perché parte, con quali competenze, verso quale territorio, con quale progetto, con quali tutele e con quali responsabilità condivise.
La migrazione non comincia al confine. Comincia molto prima: nei Paesi di origine, nei percorsi formativi, nelle reti familiari, nelle aspettative, nelle informazioni ricevute, nei contratti promessi, nei canali di selezione, nella conoscenza della lingua, nella consapevolezza dei diritti e dei doveri. Se lo Stato interviene solo al momento dell’arrivo, interviene tardi. Se l’impresa cerca il lavoratore solo quando il bisogno è già urgente, lo cerca male. Se il territorio accoglie senza essere preparato, accoglie con fatica. Se la persona migra senza accompagnamento, entra in uno spazio di vulnerabilità.
Anche il diritto europeo si sta muovendo, pur con gradualità, verso una maggiore razionalizzazione della migrazione legale. La Direttiva UE 2024/1233 sul permesso unico mira a semplificare il rilascio dei titoli che autorizzano insieme soggiorno e lavoro, riducendo procedure frammentate e rafforzando la parità di trattamento dei lavoratori provenienti da Paesi terzi. Questo orientamento europeo dimostra che la semplificazione amministrativa non è un indebolimento della legalità, ma uno strumento per rendere la legalità più effettiva, più accessibile e più controllabile.
Naturalmente, l’Unione Europea non sostituisce integralmente gli Stati membri nella gestione della migrazione per lavoro. L’articolo 79, paragrafo 5, del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea lascia agli Stati membri il diritto di determinare i volumi di ingresso dei cittadini di Paesi terzi che arrivano per cercare lavoro, sia subordinato sia autonomo. Proprio per questo, però, la responsabilità nazionale resta decisiva: ogni Paese deve costruire canali coerenti con il proprio mercato del lavoro, con la propria demografia, con i propri territori e con il proprio sistema amministrativo.
In questa prospettiva, l’esperienza spagnola merita attenzione. Con il Real Decreto 1155/2024, pubblicato il 20 novembre 2024 ed entrato in vigore il 20 maggio 2025, la Spagna ha approvato un nuovo regolamento della Ley Orgánica 4/2000 sui diritti, le libertà e l’integrazione sociale degli stranieri. Non si tratta di una misura episodica, ma di un riordino organico che disciplina ingresso, visti, soggiorno, residenza temporanea, lavoro stagionale, assunzioni collettive nei Paesi di origine, radicamento, famiglia, studio, lungo periodo e permesso unico.
Il Governo spagnolo ha individuato tre pilastri della riforma: occupazione, formazione e famiglia. È una scelta politicamente significativa, perché sposta il tema migratorio dal terreno esclusivo dell’autorizzazione amministrativa a quello del progetto di inserimento sociale. Il migrante non viene considerato soltanto come soggetto da registrare, ma come persona che lavora, studia, si forma, abita, ricongiunge legami familiari e partecipa alla comunità.
Uno degli elementi più interessanti del modello spagnolo è il rafforzamento del nesso tra permesso di soggiorno e accesso al lavoro. Le autorizzazioni iniziali hanno generalmente durata annuale e molti rinnovi arrivano a quattro anni, con l’obiettivo di dare maggiore stabilità giuridica alle persone e maggiore certezza alle imprese. Anche il visto per ricerca di lavoro è stato esteso da tre mesi a un anno, rendendo più realistico l’incontro tra domanda e offerta nel mercato occupazionale.
Ancora più rilevante è il sistema dell’ “arraigo”, cioè del radicamento. Il nuovo regolamento spagnolo prevede diverse forme di “arraigo” socio-lavorativo, sociale, socio-formativo, familiare e di seconda opportunità. In molte ipotesi, il periodo di permanenza richiesto viene ridotto a due anni e le autorizzazioni per “arraigo” abilitano al lavoro, collegando così emersione amministrativa, integrazione sociale e partecipazione economica.
Il punto non è trasferire meccanicamente il modello spagnolo in Italia. Ogni ordinamento ha la propria storia, le proprie istituzioni, le proprie fragilità. Ma l’esperienza spagnola suggerisce un principio utile: la legalità non coincide con la rigidità burocratica. Al contrario, quando le procedure sono comprensibili, i tempi sono certi e il soggiorno viene collegato a lavoro, formazione e famiglia, lo Stato diventa più forte, non più debole.
Accompagnare significa costruire una filiera della mobilità. Prima della partenza occorrono informazione corretta, formazione linguistica e professionale, verifica delle competenze, trasparenza contrattuale, collaborazione tra autorità consolari, istituzioni locali, associazioni, enti formativi e imprese. Durante l’arrivo servono procedure rapide, documenti chiari, orientamento amministrativo, accesso all’alloggio, presa in carico territoriale, prevenzione dello sfruttamento. Dopo l’ingresso servono inserimento lavorativo, continuità formativa, riconoscimento delle qualifiche, mediazione culturale, partecipazione alla vita della comunità.
Questa visione è tanto più necessaria in un Paese come l’Italia, attraversato da una doppia fragilità: da un lato il bisogno crescente di lavoro in molti settori; dall’altro lo spopolamento di vaste aree interne, montane, rurali e periferiche. Parlare di migrazione senza parlare dei territori significa mancare il cuore del problema. Non ogni territorio ha gli stessi bisogni. Non ogni comunità può assorbire gli stessi percorsi. Non ogni impresa cerca le stesse competenze. Una politica nazionale intelligente deve avere una grammatica territoriale.
I piccoli comuni, i borghi, le aree agricole, le zone turistiche, i distretti manifatturieri, i territori colpiti dall’invecchiamento e dalla perdita di servizi non chiedono semplicemente numeri. Chiedono persone che possano entrare in un progetto di vita e di lavoro. Chiedono strumenti per accogliere senza essere lasciati soli. Chiedono scuole, case, trasporti, sanità, formazione, mediazione, sostegno alle famiglie, reti associative. La migrazione, se ben governata, può contribuire alla tenuta di questi territori. Se mal governata, rischia invece di aggiungere fragilità a fragilità.
Per questo la questione migratoria deve uscire dalla sola competenza emergenziale e diventare politica ordinaria dello sviluppo. Non può essere confinata al linguaggio dei decreti, delle quote e dei controlli. Deve entrare nella programmazione economica, nella politica industriale, nella formazione professionale, nella cooperazione internazionale, nella strategia per le aree interne, nella rigenerazione dei borghi, nella sanità, nell’assistenza, nell’agricoltura, nel turismo, nell’edilizia, nella cura della persona.
Il lavoro è certamente una chiave fondamentale, ma non può essere l’unica. Un lavoratore non è una funzione produttiva isolata. È una persona che abita, si cura, si sposta, impara, manda i figli a scuola, partecipa, costruisce relazioni. Ridurre la migrazione a domanda e offerta di manodopera sarebbe un errore simmetrico a quello di ridurla a questione di ordine pubblico. Una buona regolazione deve tenere insieme mercato del lavoro e cittadinanza sociale.
Le nuove norme spagnole insistono anche su studio e formazione: gli studenti stranieri possono lavorare fino a trenta ore settimanali e il passaggio dal percorso formativo al lavoro viene reso più agevole. Questo punto è centrale anche per l’Italia, perché una politica migratoria moderna non può limitarsi a selezionare manodopera già pronta, ma deve investire in lingua, competenze, qualifiche, riconoscimento professionale e formazione continua.
Vi è poi il tema della famiglia. La riforma spagnola introduce un regime specifico per i familiari di cittadini spagnoli, amplia l’attenzione verso le famiglie miste e riconosce che l’integrazione non avviene soltanto nel luogo di lavoro, ma anche nello spazio delle relazioni familiari e della stabilità personale. È una lezione importante: dove la vita familiare è lasciata nell’incertezza, anche l’inserimento lavorativo diventa più fragile.
Anche il lavoro stagionale merita una considerazione specifica. Il regolamento spagnolo disciplina la residenza e il lavoro per attività stagionali, prevedendo strumenti di migrazione circolare e garanzie a carico del datore di lavoro, tra cui alloggio, viaggio, assicurazione medica e informazioni comprensibili per il lavoratore. Questo aspetto è particolarmente utile per l’Italia, dove agricoltura, turismo e assistenza vivono spesso una tensione tra fabbisogno reale di lavoro e rischio di sfruttamento.
Una nuova regolazione dovrebbe fondarsi su alcuni principi semplici. Primo: anticipare, non rincorrere. Secondo: accompagnare, non abbandonare. Terzo: differenziare, perché i territori non sono tutti uguali. Quarto: formare, perché l’integrazione comincia dalle competenze e dalla lingua. Quinto: tutelare, perché senza diritti il lavoro diventa sfruttamento. Sesto: valutare, perché ogni politica pubblica deve essere misurata nei suoi risultati. Settimo: cooperare, perché nessuna istituzione può governare da sola un fenomeno transnazionale.
Vi è poi una dimensione culturale che non va sottovalutata. Governare la migrazione significa anche cambiare sguardo. Chi arriva non è soltanto portatore di un bisogno; può essere portatore di capacità. Chi parte non è soltanto una perdita per il Paese di origine; può diventare ponte. Chi accoglie non è soltanto destinatario di un onere; può diventare protagonista di una rigenerazione. La mobilità umana produce fratture se è lasciata al disordine. Produce sviluppo se è inserita in una trama di responsabilità.
L’Italia, per la sua storia, dovrebbe comprenderlo meglio di altri. Siamo stati Paese di partenze, di valigie, di comunità costruite altrove, di lavoro italiano nel mondo. Oggi siamo anche Paese di arrivi, di nuovi bisogni, di nuove convivenze. Questa doppia memoria dovrebbe impedirci tanto la paura cieca quanto la retorica facile. Dovrebbe insegnarci che ogni migrazione contiene fatica, rischio, speranza e possibilità.
La sfida dei prossimi anni sarà dunque trasformare la migrazione da tema divisivo a politica ordinata di futuro. Non perché sia semplice, ma perché è inevitabile. Non perché basti aprire, ma perché occorre organizzare. Non perché basti controllare, ma perché occorre accompagnare. Non perché i territori debbano adattarsi passivamente, ma perché devono essere messi nelle condizioni di scegliere, progettare e governare.
Una società che invecchia, che perde giovani, che vede svuotarsi interi paesi, che fatica a trovare competenze e che al tempo stesso vive dentro un mondo mobile non può permettersi di pensare la migrazione con strumenti del secolo scorso. Serve una politica più colta, più concreta, più amministrativamente intelligente. Una politica capace di vedere nella persona migrante non un problema da spostare, ma un percorso da costruire.
Il futuro non sarà di chi alzerà soltanto muri, né di chi pronuncerà soltanto buone intenzioni. Sarà di chi saprà dare ordine alla mobilità, dignità al lavoro, sicurezza alle comunità, responsabilità alle istituzioni e speranza alle persone. Questo significa regolare i processi migratori: non fermare la storia, ma governarla con giustizia.
