di Paolo Balduzzi
Fino a pochi anni fa, in gran parte dell’opinione pubblica dei paesi europei, l’espressione “economia di guerra” era relegata ai dibattitisulla storia economica del secolo scorso o, in alternativa, utilizzata come una metafora per altri eventi. Gli effetti del covid, per esempio, ole conseguenze della Grande recessione (2009-2013), furono infatti descritti da numerosi commentatori e giornalisti come simili a quelli di una guerra.
Dopo la seconda invasione Russia in Ucraina, nel 2022, la questione si è tuttavia riposta nei termini più tradizionali. L’aumento dei prezzi, che, in tutta Europa, ha fatto seguito a quell’evento, ha portato a interrogarsi sull’eventualità che anche nel nostro paese si potessero (e possano) creare le condizioni di una economia di guerra. Nel marzo 2022, a margine di un vertice tenutosi a Versailles, l’allora Presidente del consiglio, Mario Draghi, rispose così ai giornalisti: “Dobbiamo prepararci ma non è assolutamente un’economia di guerra”. Tre anni dopo, è possibile concludere come l’allora Presidente del consiglio avesseragione. I tratti tipici di una economia di guerra non si sono manifestati nel nostro paese, salvo per la già richiamata decisa impennata dell’inflazione: le fabbriche non sono state riconvertite verso beni di necessità bellici, i cittadini non sono stati richiamati nell’esercito, nessun bene è stato razionato, la pressione fiscale non è significativamente aumentata, né lo hanno fatto i debiti pubblici. Tuttavia, è indiscutibile come, con riferimento ai paesi belligeranti, quel conflitto abbia al contrario sconvolto vite ed economie. Non solo: alla luce delle recenti decisioni dei paesi membri della Nato e dell’Unione europea di aumentare le spese per la difesa nei prossimi anni, è prevedibile che qualcosa cambierà davvero anche nel nostro paese, a partire, per esempio, dalla necessità di reperire risorse per finanziare i nuovi impegni.
Il costo della guerra
La produzione industriale è una variabile fondamentale nelle economie di guerra, soprattutto quando queste si prolungano nel tempo. Le possibili conseguenze di un conflitto sono variegate. Da un lato, potrebbe verificarsi un incremento produttivo dovuto alla crescente domanda di materiali bellici e altri beni necessari allo sforzo di guerra, beneficiando così l'industria della difesa. Dall'altro, la necessità di reindirizzare uomini e capitali verso la produzione bellica potrebbe limitare la produzione di altri beni, causando un calo in settori diversi da quello bellico. Di conseguenza, l'impatto complessivo sulla produzione rimane incerto.Alla produzione industriale si accompagnano, in maniera naturale e con le stesse considerazioni, altri due indicatori come il tasso di crescita dell’economia e il livello di occupazione. Un altro elemento che caratterizza le economie di guerra è certamente l’aumento del livello dei prezzi. In questi anni, chiunque se ne sarà accorto. La guerra ha contribuito a far lievitare i prezzi dell’energia (tra gli altri) e, di conseguenza, le bollette energetiche di famiglie e imprese. Le quali, a loro volta, hanno aumentato i prezzi dei beni prodotti. Per quanto riguarda le finanze pubbliche, e in particolare la spesa per la difesa, le nazioni europee hanno recentemente deciso di contrastare le azioni russe attraverso un aumento del proprio impegno militare, perlomeno a livello finanziario. In seguito alla seconda invasione Russia in Ucraina (2022) e alle pressioni della presidenza americana (2025), i 32 Paesi della Nato hanno infatti stabilito di fissare un nuovo obiettivo di spesa pubblica per la difesa pari al 5% del Pil entro il 2035, oltre il doppio di quanto era stato negoziato nel 2014 (2%), proprio in occasione della prima invasione e poi annessione della Crimea da parte della Russia (Ministero per la difesa, 2024). Per alcuni stati, si tratta di un impegno notevole. Tuttavia, bisogna evidenziare come questo 5% non sia composto solo da spesa strettamente militare (“core militaryspending”): quest’ultima deve comunque aumentare in modo considerevole rispetto ai volumi attuali, ma fino a raggiungere il 3,5% di Pil come valore minimo. Il restante 1,5%, invece, può essere composto da un non meglio specificato “defence and security related spending”, vale a dire spese per la sicurezza la cui finalità può anche riguardare ambiti civili. Inoltre, gli accordi stabiliscono una tempistica molto lunga per il raggiungimento del 5% (entro il 2035), nonché la possibilità di una revisione intermedia dell’obiettivo, programmata per il 2029. Oltre a questo impegno in ambito Nato, nel marzo del 2025 la Commissione europea ha presentato un piano per rafforzare la capacità di difesa del continente. L’iniziativa, inizialmente battezzata ReArm Europe, venne poi ridenominata Readiness 2030 ed è stata orientata a limitare tutte le evidenti vulnerabilità europee: difesa, quindi, ma non solo, anche approvvigionamenti energetici, tecnologie critiche e protezione delle infrastrutture digitali. Il piano della Commissione prevede il sostegno diretto alla produzione industriale nel settore della difesa, un maggiore coordinamento tra gli Stati membri, un uso più flessibile delle regole fiscali per favorire gli investimenti militari, e persino la possibilità di aprire la Banca europea per gli investimenti a finanziamenti nel comparto bellico. Infine, il concetto di “economia di guerra” si lega, in maniera retorica ma anche logica e consequenziale, a quello di “guerra dell'economia”; all’utilizzo, in altre parole, degli strumenti propri dell’economia come armi di offesa, vale a dire l’erogazione di sanzioni. A differenza della mobilitazione di risorse per il conflitto armato diretto, le sanzioni rappresentano una strategia di confronto indiretto, utilizzata per influenzare o modificare le politiche o il comportamento di uno stato senza ricorrere alla forza militare. Le sanzioni economiche possono includere una vasta gamma di misure, tra cui l'imposizione di dazi doganali, il blocco delle esportazioni e delle importazioni, il congelamento degli asset finanziari, e il divieto di transazioni commerciali con specifiche persone o altre entità. Tali strumenti sono progettati per infliggere un danno economico significativo ai paesi destinatari e alle entità coinvolte, limitando la loro capacità di commerciare e finanziare le proprie attività, comprese quelle militari, attraverso restrizioni mirate che impediscono loro di accedere ai mercati internazionali. Naturalmente, a fronte di sanzioni, esistono anche le contro-sanzioni. Le qualipossono essere anche più efficaci delle prime.
Il valore della pace
La storia ci insegna che la pace ha un effetto migliore sull’economia della guerra. Tuttavia, vale la pena di considerare come proprio le condizioni di pace non siano mai neutrali e, a volte, possano diventare controproducenti.Per illustrare il punto, è sufficiente ricordare come si conclusero i conflitti mondiali del secolo scorso. Il Trattato di Versailles del 1919 fu l'atto con cui vennero imposte le condizioni di pace alla Germania, sconfitta alla fine della Grande guerra insieme all'Impero austroungarico, all'Impero ottomano e al Regno di Bulgaria. Le potenze vincitrici, tra cui Francia, Gran Bretagna e Stati uniti, imposero alla Germania non solo ingenti risarcimenti di guerra e sanzioni economiche, ma anche significative cessioni territoriali. Questo duro colpo economico e politico rappresentò un fattore cruciale per le tensioni che sarebbero esplose due decenni dopo. Mentre si stavano elaborando questi accordi, l’economista inglese John Maynard Keynes, presente ai lavori come inviato della corona britannica, decise di abbandonare i lavori in esplicito contrasto con il proprio governo. Keynes era stato invitato per fornire consulenza economica sui termini delle riparazioni di guerra. Tuttavia, egli ritenne che le sanzioni economiche fossero eccessive e che avrebbero destabilizzato l’intero sistema economico europeo. In particolare, secondo Keynes, il probabile collasso economico tedesco avrebbe ridotto drasticamente la capacità della Germania di commerciare con gli altri paesi europei, rallentando la ripresa economica dell'intero continente (Keynes, 1919). Come previsto, l'instabilità economica in Germania, aggravata dall'iperinflazione degli anni '20 e dalla Grande depressione del 1929, preparò il terreno per l'ascesa del nazismo e, infine, per lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Al contrario, alla fine di quest’ultima, Germania e Italia, nazioni sconfitte, vennero coinvolte dagli Stati uniti nell’ambizioso progetto di aiuti ufficialmente noto come “European Recovery Program”, ma passato alla storia come “Piano Marshall”. Il Piano fu lanciato nel 1948 e rimase attivo fino al 1952. Gli Stati Uniti destinarono circa 13 miliardi di dollari dell’epoca per sostenere la ricostruzione dell’Europa devastata dalla guerra. Il programma coinvolse diciassette nazioni europee, tra cui Austria, Francia, Germania occidentale, Italia, Regno Unito e Turchia. I principali beneficiari furono la Francia, la Germania e l’Italia, con quest’ultima che ricevette circa il 10,6% del totale degli aiuti, utilizzati per ricostruire infrastrutture, stimolare la produzione industriale e stabilizzare l’economia. L’investimento complessivo del Piano Marshall rappresentò circa l’1,3% del Pil annuo degli Stati Uniti durante il periodo di attuazione, un impegno significativo che dimostra l’importanza strategica attribuita alla ricostruzione europea. Questo modello fu di nuovo proposto e applicato in Europa in occasione dell’emergenza da covid-19, con l’istituzione del programma da 750 miliardi di euro denominato “Next generation EU”, che è poi sfociato nei Piani di ripresa e resilienza nazionali. I paesi europei decisero non solo di applicare la “clausola di salvaguardia generale” per sospendere le regole di bilancio imposte dal Patto di stabilità e crescita ma anche di condividere il costo per il finanziamento di azioni, opere e infrastrutture che, fino al 2026, sono state programmate nei paesi dell’Unione. Le stesse flessibilità e grado di solidarietà non sembrano essere invece alla base di “Readiness 2030”. Quando la guerra ai confini dell’Europa finalmente sarà conclusa, sarà dunque importante ricordarsi le lezioni della storia.
*Prolusione per la Conferenza “Guerre, confini, dialogo. Ipotesi concrete per costruire la pace nel disordine globale” -Roma, 13 febbraio 2026 – Camera dei Deputati
