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di Gianni Lattanzio

L’operazione militare congiunta lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran segna un punto di svolta nella lunga crisi tra Washington, Tel Aviv e Teheran. Ai raid contro infrastrutture militari e siti legati al programma missilistico e nucleare si somma oggi un possibile vuoto di leadership al vertice della Repubblica islamica, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Donald Trump hanno lasciato intendere che Ali Khamenei potrebbe essere rimasto ucciso nei bombardamenti, mentre fonti ufficiali di Teheran parlano di “guerra psicologica” e ne smentiscono la morte.

Guerra convenzionale e percezioni di minaccia

I raid congiunti USA‑Israele, che secondo fonti iraniane hanno causato centinaia di vittime, vengono presentati da Washington come risposta “necessaria” per impedire all’Iran di mettere a rischio la sicurezza di Israele e delle forze statunitensi nella regione, in continuità con una narrativa di “difesa preventiva” consolidata nel discorso strategico americano. Israele descrive l’azione come prosecuzione della propria politica di interdizione di lungo periodo delle capacità militari iraniane e ribadisce che non permetterà a Teheran di dotarsi dell’arma nucleare.
Questa percezione di minaccia esistenziale, rafforzata dagli attacchi missilistici iraniani e dal ruolo di attori come Hezbollah, alimenta una dinamica di escalation che riduce lo spazio per soluzioni diplomatiche e rende più probabile un conflitto regionale a geometria variabile, in cui entrano in gioco milizie e proxy oltre agli Stati.

Narrative ufficiali e guerra dell’informazione su Khamenei

La sorte di Ali Khamenei è divenuta un elemento centrale della crisi mediatica e politica. Netanyahu ha dichiarato che “tutti gli indizi” indicano che la Guida suprema non sarebbe più in vita, richiamando anche immagini satellitari del suo compound danneggiato; Trump ha affermato che gli Stati Uniti “ritengono corretta” la notizia della morte di Khamenei e che gran parte della leadership iraniana sarebbe stata colpita nei primi raid.
Teheran, attraverso media come Tasnim e Mehr, respinge queste affermazioni come “guerra mentale” e insiste sul fatto che la Guida sarebbe “salda” al comando. Più che la verifica immediata dei fatti, rileva qui l’uso della comunicazione come strumento di pressione: per gli attori occidentali, per far apparire il regime vulnerabile; per l’Iran, per preservare l’immagine di continuità e controllo in un momento in cui la prospettiva di una successione non è più solo teorica.

Meccanismo di successione e reggenza

Comprendere le implicazioni di una eventuale morte accertata di Khamenei richiede di guardare all’architettura costituzionale iraniana. L’Assemblea degli Esperti – 88 religiosi eletti ogni otto anni – è incaricata di designare la Guida suprema e di sorvegliarne formalmente l’operato; il suo sesto mandato, eletto nel 2024 e in carica fino al 2032, è destinato a gestire la fase post‑Khamenei.
L’articolo 111 della Costituzione stabilisce che, in caso di morte, dimissioni o destituzione del leader, l’Assemblea deve procedere “il più presto possibile” alla nomina del successore e, nel frattempo, le funzioni della Guida sono esercitate da un consiglio di reggenza composto dal presidente, dal capo del potere giudiziario e da un giurista religioso del Consiglio dei Guardiani scelto dal Consiglio per il Discernimento. Questo dispositivo di continuità si innesta però su un sistema in cui Khamenei ha a lungo influenzato la composizione degli stessi organi chiamati a gestire la transizione, riducendo il margine per opzioni realmente “devianti” rispetto alla linea tracciata.

Il consiglio di reggenza come attore di guerra

Se la morte di Khamenei fosse confermata, il consiglio di reggenza diventerebbe l’epicentro della gestione congiunta di guerra e successione. Presidente, capo della magistratura e rappresentante del Consiglio dei Guardiani sono espressione di equilibri interni nei quali i Guardiani della Rivoluzione, l’apparato di sicurezza e segmenti del clero conservatore esercitano un forte condizionamento; non si tratta dunque di un organo neutrale, ma di un luogo in cui gli interessi delle componenti più securitarie del regime possono trovare ulteriore consolidamento.
In un simile contesto, la tentazione di dilatare i tempi della scelta del successore, pur nel rispetto formale delle procedure, sarebbe elevata: la gestione quotidiana del conflitto rischierebbe così di rafforzare il peso politico dei vertici militari e di spingere la Repubblica islamica verso una forma più collegiale e meno personalistica in apparenza, ma sostanzialmente più “pretoriana”, centrata sull’asse tra clero lealista e Pasdaran.

Scenari di trasformazione del regime

La combinazione tra guerra esterna, pressioni sociali interne e possibile vacanza al vertice riapre il dibattito su scenari di trasformazione più profonda della Repubblica islamica. Diversi studi ipotizzano che il post‑Khamenei potrebbe vedere, in sequenza o in sovrapposizione, tre traiettorie: una “seconda repubblica” a forte impronta militare, in cui la velayat‑e faqih sopravvive ma il baricentro del potere si sposta ulteriormente verso i Pasdaran; un’evoluzione “dall’alto” che svuoti gradualmente il ruolo politico della Guida mantenendone la funzione simbolica; oppure, nel caso di una crisi di legittimità più profonda, l’avvio di una “terza repubblica” a impronta più nazionale e secolare, con separazione fra istituzioni religiose e potere politico.
Al momento, lo scenario più realistico sembra essere un ibrido instabile: un sistema in cui il riferimento all’Islam rimane centrale sul piano identitario, ma la gestione concreta del potere è sempre più concentrata in un nucleo ristretto di attori politico‑militari, interessati a garantire la sopravvivenza del regime anche a costo di modificarne gradualmente il carattere. In questo senso, la guerra con Stati Uniti e Israele è un fattore ambivalente: può fungere da collante per la teocrazia, attraverso la mobilitazione patriottica, ma può anche accelerare il logoramento strutturale che, nel medio‑lungo periodo, apre la strada a un cambiamento più radicale dell’assetto di Teheran.

Quale spazio per la diplomazia

In un quadro di guerra aperta e di possibile transizione al vertice, lo spazio per la diplomazia multilaterale appare ristretto ma non nullo. L’esperienza dell’accordo sul nucleare (JCPOA) mostra che il sistema iraniano può accettare compromessi quando essi sono percepiti come funzionali alla propria sopravvivenza e non come preludio a un cambio di regime imposto dall’esterno.
Per l’Unione Europea e per gli altri attori multilaterali, la sfida è duplice: evitare di essere percepiti come semplice estensione delle strategie coercitive statunitensi e, allo stesso tempo, mantenere la credibilità di un discorso centrato sulla sicurezza collettiva, sul rispetto del diritto internazionale e sulla costruzione di un quadro regionale di sicurezza inclusivo. La fase di eventuale reggenza e la successiva scelta della nuova Guida rappresentano, in questo senso, non solo un momento di rischio massimo, ma anche una finestra in cui i costi di una guerra prolungata potrebbero indurre le élite iraniane a rivalutare l’opzione negoziale, se sostenuta da una pressione internazionale coordinata e da incentivi credibili.

28-02-2026
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore editoriale di Meridianoitalia
meridianoitalia.tv

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