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di Gianni Lattanzio

«Si vince con ciò che si costruisce, non con ciò che si distrugge», ammoniva Giorgio La Pira. Oggi, sulle macerie ancora fumanti dei bunker di Teheran, l’eliminazione di Ali Khamenei viene celebrata da Washington e da Tel Aviv come l’atto liberatorio che dovrebbe aprire all’Iran una stagione di libertà e di modernità. Ma la storia del Medio Oriente, quando la si legge senza illusioni, è piuttosto un catalogo di promesse tradite: i dittatori cadono, le bombe tacciono, ma l’ordine nuovo non arriva – o arriva sotto forma di caos, signori della guerra, Stati falliti.

Baghdad, Tripoli, Damasco: le rivoluzioni mancate

L’abbattimento di Saddam Hussein, nel 2003, avrebbe dovuto inaugurare il “nuovo Iraq”: pluralista, federale, riconciliato. In realtà aprì un lungo interregno di violenza settaria, l’ascesa e la caduta del sedicente Stato islamico, una fragilità istituzionale che ancora oggi pesa su tutto il Levante. Gheddafi, travolto e ucciso nel 2011, avrebbe dovuto liberare la Libia dal giogo personale del Colonnello: al suo posto è arrivata una geografia di milizie, governi paralleli, interferenze regionali, con il Mediterraneo trasformato in corridoio instabile di traffici e fughe.
In Siria, il logoramento del potere di Assad non ha prodotto il patto costituzionale che molti auspicavano, ma una mappa di zone d’influenza – russe, turche, iraniane, jihadiste, curde – dove lo Stato sopravvive a macchie e milioni di persone vivono in una sospensione permanente tra guerra e tregua. In tutti questi casi, la “decapitazione” del regime non si è tradotta in un ordine migliore, ma in una lunga stagione di incertezza. Tocqueville ci aveva avvertito: il momento più pericoloso per un regime è quello in cui si tenta di riformarlo; noi abbiamo aggiunto il momento in cui lo si abbatte senza sapere chi raccoglierà i cocci.

Iran: la fine di un’epoca, non del sistema

L’uccisione di Khamenei segna indubbiamente la fine di un ciclo: quello della Repubblica islamica plasmata dalla sua Guida tra rivoluzione, guerra con l’Iraq, isolamento e aperture intermittenti. Ma l’Iran non è una monarchia patrimoniale che muore col suo sovrano. È un regime a più pilastri – clero, Pasdaran, apparati di sicurezza, grandi fondazioni economiche – che proprio per questo ha codificato, nella Costituzione, un meccanismo di reggenza e di successione per sopravvivere al leader.
Il consiglio di leadership ad interim, che oggi assume collegialmente le funzioni della Guida, non è un corpo improvvisato: è l’espressione di equilibri sedimentati tra presidenti, giudici supremi, giuristi religiosi, tutti selezionati dentro un sistema che Khamenei ha modellato in trent’anni di potere. Non siamo di fronte a un vuoto, ma a un pieno: pieno di apparati, di interessi, di paure. Nelle strade, il lutto si mescola al nazionalismo ferito e alla stanchezza di una generazione che chiedeva cambiamento ben prima delle bombe. Gramsci direbbe che il vecchio ordine è stato colpito, ma il nuovo non ha ancora nome né struttura: e in questi interregni, spesso, “sorgono i fenomeni morbosi più svariati”.

Petrolio, Hormuz, Cipro: la geografia concreta del rischio

Sul piano economico‑energetico, la morte di Khamenei non è un episodio locale: è un sasso gettato nello stagno della globalizzazione. L’Iran siede su immense riserve di petrolio e gas e controlla, per posizione e capacità di interdizione, lo stretto di Hormuz, perno di una quota rilevante del traffico mondiale di greggio. Ogni tensione in quell’imbuto marittimo si traduce in rialzo dei prezzi, volatilità sui mercati, incertezza nelle strategie di approvvigionamento di Europa e Asia.
Ma ormai la linea del fronte non è solo nel Golfo. Il boato della crisi risuona nel Mediterraneo orientale, dove Cipro è diventata una sorta di sismografo avanzato di ciò che accade tra Teheran, Tel Aviv e Washington. L’isola, sede di basi occidentali e crocevia di rotte aeree e marittime, ha attivato piani di emergenza per evacuazioni dal Medio Oriente, mentre si moltiplicano notizie e timori su traiettorie missilistiche che lambiscono lo spazio cipriota. È il segnale che il conflitto non è più confinato alla “periferia” del sistema: investe direttamente uno Stato membro dell’Unione Europea, il cuore dei progetti energetici dell’Est Med, l’asse Grecia‑Cipro‑Israele pensato per diversificare le nostre fonti di gas e elettricità.
Se Hormuz è la valvola, Cipro è il collettore: destabilizzare il primo significa mettere sotto pressione il secondo. E l’Europa, ancora impegnata a emanciparsi dal gas russo e a finanziare una transizione energetica delicata, non può permettersi di giocare con il fuoco in entrambe le aree contemporaneamente.

Nazionalismo, paura, stanchezza: la psicologia del “dopo”

Dentro i confini iraniani non si muovono pedine, ma persone. Le donne che si sono tolte il velo nelle piazze, i giovani che hanno sfidato le forze di sicurezza, gli intellettuali che hanno pagato con il carcere il loro dissenso non scompaiono perché un missile ha centrato il bunker della Guida. Ma a queste energie di cambiamento si sovrappongono, oggi, altre due forze: la paura del caos e l’orgoglio nazionale.
Per molti iraniani, Iraq e Siria sono incubi che si preferirebbe non replicare. Per altri, l’uccisione di Khamenei da parte di potenze esterne è uno schiaffo alla dignità del Paese che rischia di ricompattare, almeno in parte, il fronte interno. Qui si gioca una battaglia sottilissima: se la guerra verrà percepita come una punizione inflitta al regime ma anche alla nazione, le spinte riformatrici potrebbero essere risucchiate in un riflesso difensivo. È la dialettica, tutta novecentesca, tra “patria” e “regime”: chi sbaglia la prima, consegna la seconda ai falchi.

Il Vaticano e la memoria lunga del diritto

In questo quadro, la voce del Vaticano è una delle poche che osa parlare una lingua diversa da quella degli ultimatum. Non è un caso: la Santa Sede ha interiorizzato, sulle rovine di due guerre mondiali e di una lunga guerra fredda, che senza un minimo di ordine giuridico condiviso la politica estera si riduce a mera amministrazione del disastro.
Quando già in passato si erano affacciati scenari di bombardamenti sull’Iran, il Papa aveva ricordato che «l’umanità grida e invoca la pace» e che questo grido non deve essere sommerso dal rumore delle armi; aveva parlato del rischio di un “abisso irreparabile”, invitando a fermarsi sulla soglia. Oggi, di fronte all’esecuzione extragiudiziale di un capo di Stato de facto, in un’azione unilaterale, la linea non cambia: cordoglio per tutte le vittime, condanna della repressione interna, ma ferma difesa del divieto dell’uso arbitrario della forza e dell’esigenza che sia la diplomazia – e non la vendetta – a dettare l’agenda.
È un realismo diverso, che non idealizza la Repubblica islamica ma rifiuta l’idea che il male si possa estirpare tagliando, di notte, la testa del serpente. Chi ha memoria della “inutile strage” evocata da Benedetto XV o del “no” di Giovanni Paolo II alla guerra in Iraq sa che la Chiesa, quando parla di pace, non parla di quiete: parla di ordine giusto, di istituzioni legittime, di processi politici che richiedono tempo, pazienza, ascolto.

L’Europa tra commento e responsabilità

E l’Europa? Per ora appare come quel personaggio di cui parlava Manzoni, «che vedeva tutto, capiva tutto, ma non muoveva un dito». Preoccupazione per l’escalation, dichiarazioni sul rispetto del diritto internazionale, richiami alla moderazione: tutto giusto, tutto necessario. Ma insufficiente, se il continente continua a restare spettatore sulle gradinate mentre la partita si gioca sul campo che va dal Golfo al Levante passando per Cipro.
La verità è semplice e scomoda: l’Unione Europea ha un interesse vitale a evitare il collasso di uno Stato cardine come l’Iran, a preservare per quanto possibile la continuità delle rotte energetiche, a scongiurare nuove crisi umanitarie e migratorie che investirebbero anzitutto le sue coste. Ma ha anche una responsabilità politica: difendere il principio che la sicurezza non si costruisce fuori dal diritto, che il cambiamento dei regimi – per essere duraturo – deve avere una radice interna, accompagnata e non sostituita da pressioni esterne.
Questo significa, concretamente, tre cose: lavorare per un cessate il fuoco che fermi la spirale della vendetta; riaprire, per quanto difficile, spazi negoziali sul nucleare e sulla sicurezza regionale, che includano anche gli attori meno graditi; sostenere, con discrezione e costanza, quelle forze della società iraniana che chiedono riforme, diritti, spazi di libertà, senza illuderle che il loro destino possa essere deciso al tavolo di altri.
Norberto Bobbio ricordava che «la pace è un processo, non un evento». La morte di Khamenei è un evento: tragico, spettacolare, destinato a occupare titoli e copertine. Il processo che seguirà – di assestamento interno, di riallineamenti regionali, di scelte europee – sarà meno visibile, ma decisivo. Sta anche a noi, europei, decidere se vogliamo limitarci a registrarlo o contribuire, almeno un poco, a orientarlo. Perché la storia, anche in Medio Oriente, non è un destino; è, ancora, una responsabilità.

01-03-2026
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore editoriale di Meridianoitalia
meridianoitalia.tv

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