di Gianni Lattanzio
La guerra, prima ancora che un capitolo in più nei manuali di geopolitica, è un attacco frontale alla dignità della persona umana. Ogni decisione presa in poche stanze, ogni strategia avvolta nel linguaggio asettico dei comunicati ufficiali, si traduce in corpi straziati, famiglie disperse, città che passano dall’essere mappe di vita a diventare cartografie di rovine. Prima di contare barili di petrolio, punti di PIL o navi deviate, dovremmo contare i volti: quelli che non rivedremo più, quelli di chi fugge, quelli di chi resta sotto le bombe. È da qui, e non da un grafico, che occorre partire.
E tuttavia, proprio perché la guerra nasce nel corpo vivo delle persone, dobbiamo guardare anche a come essa distrugge le condizioni materiali della loro esistenza. L’Iran in fiamme non è solo un dramma nazionale o regionale; è l’epicentro di un sisma che può propagare le sue onde lungo tutte le faglie dell’economia globale. In scenari di tensione prolungata, un conflitto nell’area del Golfo può spingere il Brent 10–20 dollari oltre i livelli di relativa calma, con punte sopra i 90–100 dollari al barile quando la minaccia allo Stretto di Hormuz viene percepita come credibile. Per un’Unione europea che importa circa il 90% del petrolio che consuma, anche un aumento di 10 dollari al barile significa, a volumi invariati, decine di miliardi di euro in più pagati all’estero in un solo anno: non cifre astratte, ma risorse sottratte alla domanda interna, agli investimenti, alla coesione sociale.
Dentro questi numeri si cela un racconto molto concreto. Uno shock petrolifero del 10–20% può erodere la crescita dell’area euro di 0,3–0,5 punti percentuali nell’arco di dodici mesi, colpendo soprattutto i paesi a forte vocazione manifatturiera e dipendenza energetica dall’estero. L’Italia sta esattamente qui. In un’economia che, nei momenti migliori, cresce di poco più dell’1%, perdere anche solo mezzo punto di PIL per effetto dell’energia significa sacrificare posti di lavoro, comprimere i salari reali, rinviare investimenti industriali strategici. Ogni decimale di PIL “bruciato” dalla guerra è un pezzo di futuro che si assottiglia per intere generazioni.
L’altra faccia della medaglia è nei colli di bottiglia del commercio mondiale. Quando il Golfo e il sistema Mar Rosso–Suez diventano territori di rischio elevato, una quota non trascurabile delle rotte tra Asia ed Europa viene spinta verso il Capo di Buona Speranza: dieci, quindici giorni in più di navigazione, premi assicurativi che salgono, costi logistici che lievitano. Dopo la pandemia, i noli container avevano già sperimentato picchi del 200–300% rispetto ai livelli pre‑crisi; lo spazio per assorbire nuovi rincari senza riflessi sui prezzi al consumo è ormai minimo. Il risultato, prevedibile, è una pressione inflazionistica di ritorno proprio mentre banche centrali e governi cercano faticosamente di domare l’inflazione. Anche qui, dietro la parola “inflazione” ci sono vite: famiglie che vedono erodersi il potere d’acquisto, imprese costrette a tagliare, Stati che devono scegliere cosa finanziare e cosa rimandare.
Ma la vera novità di questa crisi è che essa si gioca su una scacchiera a quattro livelli intrecciati: terra, mare, cielo e spazio. A terra, il conflitto attraversa un Medio Oriente già lacerato, moltiplicando linee di frattura etniche, religiose, politiche. In mare, lo Stretto di Hormuz – un braccio d’acqua di poche decine di chilometri attraverso cui transita una quota cruciale del petrolio mondiale – e la rotta Mar Rosso–Suez sono diventati punti di vulnerabilità strutturale: basta che missili, droni o mine trasformino questi stretti in zone grigie perché l’intero sistema commerciale globale inizi a tossire. Nel cielo, la proliferazione di vettori e droni a lungo raggio ridisegna la profondità del rischio per basi militari, infrastrutture energetiche, città.
E poi c’è l’orbita. Qui, la crisi iraniana incontra la partita silenziosa, ma decisiva, delle costellazioni satellitari. L’accesso pieno dell’Iran a sistemi di navigazione e posizionamento alternativi – a cominciare da BeiDou – significa, in termini operativi, missili e droni con una guida più precisa, più resiliente alle interferenze, più integrata con reti di comunicazione cifrate. Se a questo si somma un sostegno crescente di copertura satellitare – capacità di osservare in tempo quasi reale la movimentazione navale nello Stretto di Hormuz, i flussi energetici, le basi e le flotte nel Golfo – la capacità iraniana di colpire obiettivi sensibili lungo le principali vie energetiche e commerciali aumenterebbe in modo significativo.
Le conseguenze di un tale scenario sarebbero profonde. Sul piano della deterrenza, un Iran che può contare non solo sui propri occhi ma anche, in misura crescente, su quelli di un grande attore extra‑regionale, costringe qualunque intervento occidentale a misurarsi con il rischio di toccare indirettamente interessi e asset di potenze globali. Sul piano delle rotte, petroliere, terminali, choke‑points come Hormuz e Bab el‑Mandeb diventano non solo vulnerabili ai mezzi convenzionali, ma oggetto di una sorveglianza permanente che alimenta premi di rischio nei prezzi del greggio, nelle assicurazioni marittime, nei calcoli degli operatori logistici. Sul piano tecnologico, infine, si apre un divario: l’Europa, che ancora fatica a dotarsi di infrastrutture spaziali pienamente autonome e integrate, rischia di vedere i propri approvvigionamenti e le proprie catene del valore dipendere da piattaforme che altri controllano, proprio mentre queste piattaforme diventano strumenti di pressione geopolitica.
In questo quadro complesso, il ruolo della Cina introduce un ulteriore livello di ambivalenza. Pechino, grande importatore di energia, ha tutto l’interesse a evitare un barile stabilmente sopra soglie destabilizzanti; eppure, al tempo stesso, può usare la crisi per rafforzare il proprio ruolo di partner di ultima istanza per regimi isolati dall’Occidente. Acquistando greggio a sconto, offrendo linee di credito, investendo in infrastrutture e tecnologie dual use, fornendo – più o meno discretamente – supporto di navigazione e osservazione satellitare, la Cina consente all’Iran di resistere più a lungo alle sanzioni. Ne risulta un paradosso: mentre l’Occidente cerca di “stringere” l’economia iraniana, parte dell’energia e delle tecnologie che tengono in piedi il sistema iraniano continua a fluire, ridisegnando gli equilibri di potere e di profitto lungo l’asse Eurasia–Indo‑Pacifico.
Per l’Italia e per l’Unione europea, considerare questa guerra come un “conflitto lontano” è non solo ingenuo, ma pericoloso. È, invece, uno specchio crudele delle nostre vulnerabilità strutturali: energetiche, logistiche, tecnologiche, politiche. Sul fronte energetico, accelerare sulla transizione – rinnovabili, efficienza, diversificazione delle fonti e delle rotte – non è più soltanto un obbligo climatico, ma una polizza contro la geopolitica dell’instabilità. Sul fronte logistico, contribuire alla sicurezza dei colli di bottiglia marittimi e aerei da cui dipendono le nostre filiere produttive non è un lusso, è una necessità. Sul fronte tecnologico, investire in infrastrutture spaziali e digitali autonome significa non rimanere prigionieri delle costellazioni altrui, terrestri e orbitali.
Resta però una gerarchia che non possiamo capovolgere. Le cifre sul prezzo del petrolio, sui punti di PIL, sui noli marittimi sono importanti perché ci rendono tangibile quanto profondamente la guerra possa incidere sulle nostre società. Ma sono, in fondo, la traduzione contabile di un disordine che ha la sua origine nel sacrificio delle vite umane. I danni economici, per quanto ingenti, possono essere, almeno in parte, ricostruiti: bilanci si riequilibrano, infrastrutture si riparano, rotte si ridisegnano. Le vite spezzate, le generazioni traumatizzate, le città trasformate in cimiteri di memorie non si ricostruiscono allo stesso modo.
La vera scelta che si pone oggi all’Europa – e all’Italia dentro l’Europa – è duplice: fermare l’espansione del conflitto per salvare vite e prevenire una crisi economica globale, e trasformare questa consapevolezza in progetto politico. Nei prossimi anni, questa scelta non parlerà il linguaggio delle dichiarazioni solenni, ma quello dei numeri di bilancio: quanti miliardi sapremo destinare alla transizione energetica, alla sicurezza delle rotte, alla ricerca tecnologica, alle nostre capacità spaziali autonome. Quegli stessi miliardi potranno essere, a seconda di come li useremo, il costo di una dipendenza sempre più cara oppure l’investimento in un’autonomia responsabile, all’altezza della nostra storia e delle nostre ambizioni.
Senza mai dimenticare che, prima di ogni curva del PIL e di ogni barile di petrolio, ci sono le persone che questa guerra continua a mettere in pericolo. È da loro – e per loro – che dovremmo ricominciare a pensare la pace.
