di Gianni Lattanzio
In Iran si combatte oggi una doppia guerra. Quella che si vede – tra Stati Uniti, Israele e la Repubblica islamica – ha il suo fronte nei cieli di Teheran, nelle basi militari, nello stretto di Hormuz dove transita una quota decisiva del petrolio mondiale.
Quella che si vede meno – ma che dura da anni – è la guerra del regime contro il proprio popolo: repressione delle proteste, pena di morte usata come strumento politico, discriminazione sistemica contro donne e minoranze. L’errore più grave che l’Europa potrebbe commettere, in questo passaggio, sarebbe lasciare che la prima cancelli la seconda.
Il rapporto appena presentato dalla Missione internazionale d’inchiesta del Consiglio ONU per i diritti umani descrive una realtà che non può essere archiviata come “eccessi” di un sistema autoritario. Le proteste esplose il 28 dicembre 2025, in poche settimane, si sono trasformate in un bagno di sangue: uso sistematico di fuoco letale contro manifestanti, inclusi minori, almeno 7.000 morti stimati, oltre 50.000 arresti, torture, violenze sessuali, minacce alle famiglie, funerali impediti o condizionati all’accettazione di versioni di comodo da parte delle autorità. Sullo sfondo, un dato agghiacciante: 1.639 esecuzioni nel solo 2025, il numero più alto di cui si abbia notizia a livello globale, con un incremento del 68% rispetto al 2024.
La violenza non è episodica, è strutturale. Il rapporto ONU parla apertamente di crimini contro l’umanità: la combinazione di un quadro legale che criminalizza il dissenso, di una magistratura non indipendente e di apparati di sicurezza sostanzialmente impuniti ha trasformato la repressione in “strategia di governo”. Le donne sono al cuore di questo dispositivo: dall’obbligo di hijab alla persecuzione delle attiviste, fino alle morti in custodia e all’uso della violenza sessuale come arma di intimidazione, la “Donna, Vita, Libertà” non è stata solo una stagione di protesta, ma la risposta spontanea a un sistema che considera metà della popolazione un problema da controllare.
Su questa realtà si è innestata, nel giugno 2025, la guerra aerea tra Israele e Iran e, dal 28 febbraio di quest’anno, l’offensiva congiunta israelo‑americana, con raid che hanno colpito basi, infrastrutture strategiche, ma anche – secondo le prime inchieste –obiettivi civili come scuole e ospedali. Il bombardamento della prigione di Evin, dove secondo fonti indipendenti sono stati uccisi almeno 73 civili, viene qualificato dalla Missione ONU come potenziale crimine di guerra: non sono emerse prove della presenza di installazioni militari nel compound, mentre le visite dei familiari erano in corso. Lungi dal dividere il Paese contro il regime, questa campagna militare ha offerto alla leadership iraniana l’occasione di ricompattare il fronte interno, saldando nazionalismo ferito e retorica della “resistenza” contro l’aggressione esterna.
La morte di Ali Khamenei sotto le bombe non ha aperto un vuoto di potere ma un nuovo capitolo di ambiguità. La nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, è ferita, non si mostra in pubblico, ma resta il riferimento simbolico di un sistema che continua a ruotare attorno ai pasdaran e agli apparati di sicurezza. È il presidente Masoud Pezeshkian, il riformista eletto in un contesto già segnato dalla protesta, a dettare in queste ore la linea politica del regime: sì a un cessate il fuoco, ma a tre condizioni – riconoscimento dei “legittimi diritti dell’Iran” (in primis sul nucleare), pagamento di riparazioni di guerra da parte di Stati Uniti e Israele, garanzie internazionali che il Paese non sarà più attaccato in futuro. Non è una resa, non è un piano di pace: è la trasformazione dell’offensiva esterna in piattaforma negoziale, senza alcun passo indietro sul controllo interno.
Mentre Pezeshkian parla di diritti nazionali e ricostruzione, lo speaker del Parlamento Ghalibaf e il capo della polizia Radaninvitano apertamente i sostenitori del regime a “tenere le strade”, avvertendo che chi dovesse tornare a manifestare sarà considerato non più un semplice protestante, ma un “nemico” – con “le dita sul grilletto” delle forze di sicurezza pronte a intervenire. La macchina della repressione non si è fermata con la guerra: l’ONU documenta nuove ondate di arresti, anche tra medici e operatori sanitari che curano i feriti, processi lampo per “enemistà contro Dio”, una legge del 2025 che estende automaticamente la pena di morte a forme vaghe di “spionaggio” o “collaborazione con regimi ostili”. Il conflitto esterno sta dunque aggravando la spirale interna, non spezzandola.
Intanto, lo scenario regionale è diventato esplosivo. Gli attacchi incrociati nello stretto di Hormuz hanno trasformato una rotta commerciale in un corridoio militare: navi mercantili sequestrate o colpite, infrastrutture portuali danneggiate, compagnie di navigazione costrette ad allungare le rotte con costi aggiuntivi che contribuiscono a spingere il petrolio verso i 200 dollari al barile, come segnalano diverse analisi raccolte nella rassegna stampa internazionale. Il G7, riunito sotto presidenza francese, ha reagito con un pacchetto di misure che dice molto della posta in gioco: coordinamento per il ripristino della libertà di navigazione, studio di scorte navali alle petroliere, via libera a un rilascio coordinato fino a 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dell’Agenzia internazionale dell’energia, invito ai Paesi produttori a incrementare l’output e ad evitare restrizioni all’export. Tutto con un obiettivo dichiarato: “rispondere alle legittime preoccupazioni dei cittadini sull’andamento dei prezzi dei carburanti”.
È qui che entra in gioco l’Europa. Ursula von der Leyen, intervenendo al Parlamento europeo, ha ricordato che ogni nuova crisi in Medio Oriente – e quindi in Iran – si trasforma subito in un problema energetico per l’UE: anche se importiamo meno combustibili fossili rispetto al passato, restiamo esposti a balzi improvvisi dei prezzi. In soli dieci giorni di guerra, il gas è aumentato del 50% e il petrolio del 27%, con un conto extra di circa 3 miliardi di euro per le importazioni europee.
Per questo la Presidente propone di passare da una semplice agenda “verde” a una vera agenda di sicurezza energetica: più rinnovabili e nucleare prodotti in casa; reti elettriche più moderne, capaci di assorbire tutta la nuova energia pulita senza sprechi; una fiscalità che non penalizzi l’elettricità rispetto al gas; e una riforma dell’ETS, il sistema di scambio delle quote di CO₂, che lo renda più efficace senza snaturarne il prezzo del carbonio.
Ma l’Europa non può fermarsi a una risposta solo tecnica o economica: la crisi iraniana è anche una questione di diritti umani, diritto internazionale e sicurezza regionale, e richiede scelte politiche conseguenti su tutti questi fronti. Si tratta di un test di coerenza per un’Unione che si definisce attore normativo e difensore del multilateralismo. La prima responsabilità è verso il diritto internazionale: sostenere senza ambiguità la Missione ONU sui diritti umani in Iran, consolidarne il mandato e le risorse, promuovere – in sede ONU e nelle capitali – la raccolta e conservazione delle prove per futuri procedimenti giudiziari, inclusi quelli per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, da qualsiasi parte essi siano stati commessi. La seconda è verso le vittime: l’UE ha gli strumenti giuridici e politici per offrire visti umanitari, programmi di evacuazione mirata per difensori dei diritti, giornalisti, donne a rischio, e forme di protezione temporanea per chi fugge sia dalla repressione sia dai bombardamenti.
C’è poi la dimensione geopolitica. Le condizioni poste da Pezeshkian – diritti nucleari, riparazioni, garanzie contro future aggressioni – non sono compatibili, così come sono, con la linea europea condivisa sul JCPOA (Piano d’azione congiunto globale) che chiede un ritorno a limiti verificabili in cambio di graduale rimozione delle sanzioni. Ma nella richiesta di garanzie di sicurezza c’è uno spiraglio che l’UE può cercare di ampliare, facendo leva sui rapporti con i Paesi del Golfo, con l’Oman, con l’ONU stessa: costruire, nel medio periodo, un quadro di sicurezza cooperativa nel Golfo che riduca l’incentivo di Teheran ad usare il nucleare e le milizie regionali come strumenti di deterrenza “povera”. Nessuna illusione: non basterà un tavolo a Bruxelles. Ma se l’Europa rinuncia a esplorare questa via, lo spazio sarà occupato da altri – meno interessati alla tutela dei diritti e del diritto internazionale.
La tentazione, nel dibattito interno europeo, sarà duplice: da un lato normalizzare il regime in nome della “stabilità” energetica, dall’altro indulgere all’idea che un cambio di regime imposto dalle bombe possa risolvere, da solo, il problema iraniano. Sono due scorciatoie speculari e sbagliate. La prima dimentica che un sistema che reprime così brutalmente i propri cittadini resta intrinsecamente fragile e imprevedibile, dunque poco affidabile come partner; la seconda ignora le lezioni dell’Iraq e della Libia, dove l’abbattimento del dittatore non ha portato automaticamente né democrazia né stabilità.
La vera domanda per l’Europa, allora, è se sia disposta a pagare il costo politico di una postura coerente: assumersi una quota di onere umanitario, correre qualche rischio diplomatico nel parlare anche con chi non ci piace, investire davvero – e non solo a parole – in un’energia più autonoma e pulita, sapendo che ogni barile in meno importato da regioni instabili è anche un margine in più di libertà per la politica estera. In Iran, oggi, un popolo soffre sotto le bombe e sotto la repressione. L’Unione europea non può fermare da sola la guerra, né rovesciare il regime. Ma può scegliere di non voltarsi dall’altra parte, di non barattare diritti per barili, di usare tutto il peso – politico, economico, normativo – che ha per tenere aperto uno spazio, anche minimo, in cui un giorno la libertà degli iraniani non sia più un incidente della storia, ma il suo esito naturale.
