di Sonia Rocca
Lo Stretto di Hormuz e l’isola di Kharg sono tornati ad essere il cuore pulsante di una crisi che intreccia sicurezza marittima, equilibrio energetico globale e confronto strategico tra Stati Uniti, Iran e alleati regionali. La recente campagna di attacchi statunitensi e israeliani ha colpito duramente la flotta convenzionale di Teheran, senza però eliminare la capacità iraniana di minacciare la navigazione attraverso tattiche “asimmetriche”, basate su droni, mine navali e motoscafi veloci, in uno dei choke point più sensibili del pianeta. In questo contesto, lo Stretto di Hormuz – da cui transita circa un quinto delle forniture petrolifere mondiali – è oggi al centro di un gioco ad altissimo rischio, in cui ogni incidente può tradursi in un’immediata impennata dei prezzi dell’energia con ricadute sulle economie europee e asiatiche, Italia compresa. L’isola di Kharg, considerata il “tallone d’Achille” dell’Iran per la concentrazione di terminali petroliferi e infrastrutture di export, è diventata a sua volta un obiettivo simbolico e strategico, sul quale si misura la pressione degli Stati Uniti e la capacità di deterrenza di Teheran.
Di questi scenari e delle possibili vie d’uscita diplomatiche parliamo con il generale Giuseppe Morabito, membro del NATO Defense College Foundation e analista di questioni strategiche e di sicurezza internazionale.
Intervista al generale Giuseppe Morabito
Perché lo Stretto di Hormuz e l’isola di Kharg sono oggi al centro della crisi?
Lo sono perché le recenti operazioni offensive statunitensi e israeliane hanno gravemente danneggiato la flotta navale convenzionale iraniana, affondando decine di imbarcazioni e distruggendo diverse importanti navi da combattimento. Di fronte a queste perdite, Teheran fa sempre più affidamento sulla Marina delle Guardie Rivoluzionarie, che continua a minacciare la navigazione con tattiche “asimmetriche”: droni, mine subacquee, motoscafi e motovedette veloci. Il risultato è che il traffico commerciale attraverso Hormuz, da cui passa circa il 20% delle forniture petrolifere mondiali, è di fatto bloccato.
Qual è oggi lo stato reale delle capacità navali iraniane?
Dal 28 febbraio gli Stati Uniti hanno reso sostanzialmente inefficace la marina convenzionale iraniana, affondando o danneggiando la maggior parte della flotta, comprese alcune tra le unità più importanti come le navi di classe Mowj, la fregata Sabalan e la nave da supporto Makran. Il 4 marzo un sottomarino americano ha inoltre silurato la nave IRIS Dena nell’Oceano Indiano, nel primo affondamento confermato di una nave da guerra di superficie da parte di un sottomarino in guerra dai tempi delle Falkland nel 1982. Nonostante questo, la componente asimmetrica delle Guardie Rivoluzionarie resta in grado di colpire e di molestare il traffico civile nel Golfo.
Che cosa si intende quando si parla di “tattiche navali asimmetriche” iraniane?
Dopo il 1988, quando la Marina USA affondò circa metà della flotta convenzionale iraniana in un solo giorno, a Teheran è diventato chiaro che una guerra navale simmetrica contro una superpotenza era una strategia perdente. Da allora l’Iran ha investito in motovedette d’attacco rapido, missili antinave basati a terra, mine navali, minisommergibili e, più di recente, veicoli di superficie senza equipaggio configurati come vere e proprie “bombe galleggianti”. Le unità navali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie operano nelle acque poco profonde e ricche di isole del Golfo Persico, dove la geografia riduce i vantaggi delle grandi unità navali statunitensi.
Qual è l’impatto di questa situazione sul mercato energetico?
La minaccia, anche solo potenziale, alle rotte che attraversano Hormuz contribuisce all’aumento dei prezzi degli idrocarburi, insieme alle immancabili speculazioni di mercato. Per questo gli Stati Uniti indicano l’isola di Kharg come il “tallone d’Achille” dell’Iran: in 90 kmq si concentra il 90% della capacità di vendita di idrocarburi del regime, ed è il principale hub di export verso Paesi come la Cina Popolare. Finora Kharg è stata colpita solo in aree logistiche non essenziali alla vendita del greggio, ma un attacco ai terminali petroliferi annullerebbe la capacità di esportazione iraniana, con effetti immediati sull’economia di Teheran e sui grandi importatori asiatici.
Siamo di fronte a un “gioco delle parti” tra Washington e Teheran?
In parte sì. Washington lascia intendere che, se lo Stretto di Hormuz verrà riaperto e non più minacciato, non colpirà i terminali petroliferi di Kharg. Teheran, dal canto suo, minaccia di colpire infrastrutture simili nei Paesi arabi del Golfo se i suoi terminali verranno attaccati nelle aree di pompaggio. In mezzo ci sono gli operatori del trasporto marittimo, che giudicano oggi estremamente alta la probabilità di essere colpiti e scelgono di non transitare, con conseguenze immediate sulle forniture.
Vede una via d’uscita diplomatica credibile da questa crisi?
Al momento un accordo pieno tra Stati Uniti e Iran sembra difficilmente praticabile, anche perché Washington continua a insistere per una resa incondizionata del regime iraniano. La via della “rivoluzione interna” appare altrettanto complessa, dopo anni di repressione violenta che hanno decimato lo “zoccolo duro” dell’opposizione. Una tregua e un’intesa diplomatica restano la soluzione più intelligente, ma manca un mediatore realmente credibile: Russia, Turchia e Cina Popolare non possono assolvere a questo ruolo in modo accettabile per tutte le parti.
