Scarica l'app ufficiale di Meridianoitalia.tv per accedere a notizie e analisi direttamente sul tuo smartphone.

di Gianni Lattanzio

Per lunghi decenni abbiamo contemplato il mondo da un unico balcone privilegiato: Washington. Prima come acropoli del fronte occidentale nella guerra fredda, poi come centro di irradiazione di un ordine liberale che pretendeva di farsi orizzonte universale del pianeta. Oggi quella centralità non è venuta meno, ma si è fatta ambivalente, quasi tormentata. Gli Stati Uniti restano il perno del sistema internazionale, e tuttavia non aspirano più – o non riescono più – a sorreggerne da soli l’intera architettura. Ne scaturisce un passaggio d’epoca, in cui la guerra torna a imporsi come grammatica ordinaria della politica, mentre l’ordine e il disordine s’intrecciano in forme nuove, cangianti, inquietanti.


Alle spalle di questo mutamento si consuma anzitutto una rottura filosofica con il mito dell’“internazionalismo liberale”. La globalizzazione che avrebbe dovuto diffondere benessere e democrazia ha, in realtà, corroso basi industriali, svuotato comunità locali, lacerato la coesione sociale nel cuore stesso dell’America. Le guerre “infinite” in Afghanistan e in Iraq hanno logorato la legittimità della proiezione imperiale, rivelandone l’enorme costo umano e finanziario a fronte di risultati precari, reversibili. Una parte crescente dell’élite americana – soprattutto nel nuovo campo nazional‑conservatore – legge oggi quell’intero ciclo non come un incidente di percorso, ma come un errore sistemico di hybris: nel tentativo di rifare il mondo a propria immagine, gli Stati Uniti avrebbero indebolito proprio la società chiamata a guidarlo.
Da questo esame di coscienza distorto, ma potente, nasce la svolta sovranista che impregna le più recenti dottrine strategiche. L’obiettivo non è più la gestione benevola dell’ordine mondiale, bensì la “rigenerazione” della nazione americana: ricostruzione della base industriale, riarmo delle filiere produttive, difesa dell’identità culturale e demografica, blindatura dei confini. La guerra torna al suo significato originario: non crociata civilizzatrice, ma strumento di difesa di un popolo percepito come minacciato, all’esterno da rivali sistemici e regimi ostili, all’interno da élite globalizzate e da forze considerate disgregatrici. Non è un ripudio della forza; è, al contrario, una sua riorganizzazione. Meno invasioni e occupazioni senza fine, più colpi di mano mirati, pressione economica, competizione tecnologica, conflitti per procura in teatri periferici.
Dentro questo repertorio rinnovato, il potere finanziario e tecnologico assume una centralità inedita. Il dollaro, i circuiti bancari, i sistemi di pagamento, le infrastrutture digitali, le piattaforme tecnologiche cessano di essere semplici strumenti di scambio: diventano leve di costrizione. Sanzioni, esclusioni dai mercati, controllo di semiconduttori, dati, intelligenza artificiale si trasformano in armi capaci di piegare avversari e disciplinare alleati senza muovere un esercito. La logica della guerra si insinua così in campi un tempo considerati neutri o “civili”: commercio, innovazione, investimenti, standard tecnici. È una conflittualità diffusa, capillare, spesso invisibile, che ridisegna gerarchie e dipendenze al riparo dai riflettori dell’opinione pubblica.
Il mutamento più dirompente, tuttavia, riguarda la geografia delle priorità. La nuova lettura strategica definisce l’emisfero occidentale come spazio vitale, quasi organico, della sicurezza americana. L’obiettivo è edificare un vero e proprio “sistema continentale”: controllo delle principali fonti di energia e dei minerali critici delle Americhe, delle strozzature logistiche come i canali interoceanici, delle rotte nel Golfo del Messico e nei Caraibi, di una costellazione di basi militari che, dal Polo Nord fino all’istmo centroamericano, delimitano un grande bastione. In un mondo percepito come instabile e popolato da potenze rivali, gli Stati Uniti investono nel trasformare il proprio emisfero in una fortezza relativamente autosufficiente, riducendo al minimo le vulnerabilità prodotte dall’interdipendenza globale.
Il prezzo di questo consolidamento è un progressivo “declassamento” del resto del mondo. In Europa, la presenza militare statunitense resta, ma perde l’aura sacrale che la circondava durante la guerra fredda. Washington non si propone più come “arsenale illimitato della democrazia”, bensì come garante condizionato, che pretende dagli alleati contributi molto più consistenti in termini di spesa, capacità e rischio politico. La difesa del fianco orientale, la resilienza ucraina, la deterrenza verso la Russia vengono sempre più pensate come responsabilità primaria degli europei, mentre l’impegno americano diventa variabile negoziale su dossier energetici, commerciali, tecnologici.
Nell’Indo‑Pacifico, la competizione con la Cina si fa strutturale e al tempo stesso meno messianica. Pechino è rivale sistemico, ma anche partner inevitabile in filiere produttive e mercati saturi di interdipendenze. Ne deriva una strategia bifronte: da un lato, rafforzamento di alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia, India, rete di esercitazioni navali, accordi su tecnologie sensibili; dall’altro, un realismo prudente nel gestire il rischio di escalation, in particolare intorno a Taiwan. Non si tratta più di “contenere” la Cina sulle orme del modello sovietico, quanto di negoziare, da posizioni di forza relativa, un equilibrio mobile in cui deterrenza, competizione e coesistenza forzata si mescolano in dosi sempre variabili.
Il Medio Oriente appare, in questo quadro, come laboratorio permanente del nuovo approccio. L’America rifiuta di impegnarsi in grandi progetti di nation building che ricordano i fallimenti iracheni e afghani, ma non esita a colpire con durezza quando un regime o un attore non statale è percepito come minaccia diretta agli interessi vitali propri o degli alleati. La logica è dichiaratamente transazionale: sicurezza in cambio di allineamento su energia, relazioni con Cina e Russia, gestione delle rotte marittime e dei flussi migratori. Si cristallizzano così sotto‑ordini regionali in cui Washington resta arbitro indispensabile, ma rifiuta di trasformarsi di nuovo in potenza occupante.
L’esito di questo insieme di tendenze è un mondo in cui l’idea stessa di “ordine” unitario appare sempre più fragile. Il ritorno della logica delle sfere d’influenza – americana, cinese, russa, ma anche turca, iraniana, indiana, brasiliana – presupporrebbe confini netti, interessi separabili, regole minime di reciproco rispetto. La realtà è l’opposto: gli spazi di proiezione delle grandi e medie potenze si sovrappongono dall’Africa al Pacifico, dalle Americhe al Mediterraneo. I medesimi porti, le stesse miniere, gli stessi cavi sottomarini, gli stessi mercati diventano terreno di corteggiamento, competizione e talvolta sabotaggio incrociato. La guerra – nelle sue forme convenzionali, ibride, economiche, cibernetiche – torna a essere il regolatore estremo di tensioni altrimenti ingestibili.
Il vecchio ordine liberale non è semplicemente crollato: si è incrinato, lasciando affiorare un ibrido instabile. Le grandi impalcature sopravvivono – Nazioni Unite, istituzioni finanziarie nate a Bretton Woods, regimi di cooperazione tematica – ma sotto di esse prolifera una trama di ordini parziali, accordi settoriali, coalizioni ad hoc che nascono e muoiono intorno a singoli dossier: energia, clima, migrazioni, sicurezza marittima, tecnologie digitali, controllo degli armamenti. Gli Stati Uniti restano l’attore più potente, ma non più il regista unico. Devono fare i conti con rivali dotati di capacità crescenti e con alleati meno docili, determinati a ritagliarsi margini di autonomia in un sistema senza un centro indiscusso.
È proprio in questa fase, segnata dal ritorno brutale della forza, che il tema del diritto internazionale riemerge in tutta la sua importanza. Il divieto di aggressione, l’integrità territoriale, la tutela dei diritti fondamentali, la responsabilità degli Stati verso la comunità internazionale non sono residui retorici di un’altra epoca. Sono gli argini minimi che separano un ordine imperfetto da un disordine permanente. Quando quei principi vengono violati senza conseguenze credibili, quando l’uso della forza torna a essere percepito come strumento legittimo per ridisegnare confini, regimi, equilibri regionali, la soglia del ricorso alla violenza si abbassa ovunque, a tutte le latitudini.
Le istituzioni nate nel secondo dopoguerra – dalle Nazioni Unite ai tribunali internazionali, dalle organizzazioni regionali ai grandi regimi multilaterali – appaiono oggi logore, lente, spesso paralizzate dai veti e dai calcoli dei più forti. Ma non per questo sono cimeli da museo. Al contrario, la loro riforma è condizione necessaria per trasformare un multipolarismo competitivo in uno spazio almeno parzialmente cooperativo. Riformare significa aggiornare la rappresentanza nei consigli decisionali, rivedere meccanismi di voto e di veto, rafforzare gli strumenti di prevenzione dei conflitti, dotare il diritto internazionale di strumenti più efficaci di attuazione e di sanzione, in particolare nei nuovi domini: cyberspazio, intelligenza artificiale, catene del valore, sicurezza climatica, gestione delle migrazioni.
Se le grandi potenze – Stati Uniti in testa, ma anche Cina, Unione Europea, India e attori regionali emergenti – continueranno a misurare la propria grandezza soltanto in termini di sfere d’influenza e superiorità militare, la traiettoria del sistema sarà quella di una competizione senza freni, punteggiata da crisi e guerre sempre più frequenti. Se, al contrario, accetteranno di essere giudicate anche dal contributo alla produzione di beni pubblici globali – stabilità climatica, salute, sicurezza alimentare, apertura regolata dei commerci, tutela dei mari e dello spazio, governance delle tecnologie – allora il diritto e le istituzioni internazionali potranno tornare a essere non un orpello decorativo, ma il linguaggio minimo di una convivenza possibile.
Il destino dell’ordine mondiale, in definitiva, non si deciderà solo sui campi di battaglia né unicamente nelle stanze ovattate delle capitali. Si giocherà nello spazio – stretto, ma non ancora chiuso – tra potenza e norma, tra interessi nazionali e beni comuni, tra sovranità e responsabilità. L’America, con il suo ripiegamento verso un nazionalismo selettivo che non rinuncia però all’ambizione di regolare il sistema, è al centro di questo bivio. Sta anche all’Europa, e alle altre potenze medie, decidere se limitarsi a oscillare tra i giganti o impegnarsi, con pazienza e tenacia, a rammendare il tessuto del diritto internazionale e delle istituzioni comuni. È in quella faticosa opera di ricostruzione che si gioca la possibilità di evitare un semplice “disordine mondiale” e dare forma a un ordine diverso: meno trionfalistico nelle pretese, ma più consapevole della fragilità del pianeta e della necessità, ormai ineludibile, del bene comune globale.

14-03-2026
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore editoriale di Meridianoitalia
meridianoitalia.tv
Scarica l'app ufficiale di Meridianoitalia.tv per accedere a notizie e analisi direttamente sul tuo smartphone.

Questo sito utilizza cookie tecnici, google analytics e di terze parti. Proseguendo nella navigazione accetti l’utilizzo dei cookie. Se rifiuterai, nel tuo pieno diritto secondo la norma GDRP, la tua navigazione continuerà all'esterno del sito, Buon Navigazione Meridianoitalia.tv