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di Gianni Lattanzio

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha avuto l’effetto di uno squillo improvviso in un concerto che si illudeva ormai di poter suonare in automatico. Il commercio mondiale, rassicurato da anni di interdipendenze tanto fitte quanto fragili, riscopre all’improvviso che la geografia conta, e che pochi chilometri d’acqua possono piegare indici di Borsa, bilanci pubblici e conti familiari. In quelle acque, dove si intrecciano rotte e interessi, riaffiora una verità antica: la prosperità, se si separa dalla coscienza della propria fragilità, si trasforma in illusione collettiva, in un castello di carte esposto al primo colpo di vento.

Attraverso Hormuz transita una quota decisiva del greggio mondiale trasportato via mare e del gas naturale liquefatto, e ogni tensione in quell’imbuto si traduce in volatilità sui mercati e in rialzi dei prezzi dell’energia. Il Brent, che a inizio anno si muoveva intorno ai 70–75 dollari, supera la soglia simbolica dei 100, mentre il dirottamento delle rotte via Capo di Buona Speranza aggiunge settimane di viaggio e costi di nolo crescenti. È come se l’immagine del pane “gettato sulle acque” (Qoelet) tornasse oggi in forma rovesciata: il pane che abbiamo lanciato – il nostro commercio, la fiducia illimitata nelle catene globali, la certezza che tutto arriverà sempre “just in time” – rientra carico di rischi, ritardi, rincari imprevisti.
L’agricoltura è tra i primi settori a percepire il rumore sordo di questo shock. Una parte significativa dei fertilizzanti azotati e fosfatici, così come dello zolfo destinato alle colture, dipende infatti da produzioni e rotte che passano per il Golfo. La chiusura di Hormuz, sommata ai cambiamenti climatici, innesca una doppia pressione: l’urea, il fosfato biammonico e altre sostanze fondamentali vedono i prezzi impennarsi, mentre i margini aziendali si assottigliano. Dagli agricoltori del Mediterraneo alle campagne asiatiche e africane, il bivio è lo stesso: ridurre la concimazione accettando rese minori, o indebitarsi per difendere i raccolti. Il rischio è che, invece di una condivisione dei benefici, si spalanchi un divario crescente tra chi può permettersi fertilizzanti e tecnologie e chi deve rassegnarsi a campi meno produttivi, hormuz2con conseguenze dirette sulla sicurezza alimentare e sulla giustizia sociale.
Meno visibile ai rotocalchi, ma altrettanto insidioso, è l’effetto sulle catene del farmaco. In mezzo alle petroliere bloccate o deviate scorrono – o non scorrono più – principi attivi e farmaci generici prodotti in Asia e smistati negli hub del Golfo. Le filiere farmaceutiche europee, già note per la loro dipendenza da pochi snodi logistici e da un numero ristretto di fornitori extra‑UE, scoprono di avere il fiato corto. Per ora non siamo alla carenza generalizzata, ma gli analisti avvertono: se la crisi dovesse protrarsi, nell’arco di alcuni mesi potrebbero emergere rallentamenti produttivi, tensioni sui prezzi, mancate consegne mirate per antibiotici, antidiabetici, antipertensivi. Non è più solo una questione di “catene del valore”: è il diritto alla cura che entra nel cono d’ombra di un collo di bottiglia lontano sulle carte nautiche, ma vicino alle corsie degli ospedali e alle tasche dei pazienti. Difendere le forniture di farmaci essenziali diventa così non solo esercizio di efficienza, ma gesto di giustizia nei confronti dei più fragili.
Mentre l’attenzione del mondo si concentra sullo Stretto di Hormuz, un’altra “strozzatura” si manifesta nel cuore della Terra Santa. A Gerusalemme, nella Domenica delle Palme che apre la Settimana Santa, al Patriarca latino e al Custode di Terra Santa viene impedito di entrare nel Santo Sepolcro per la celebrazione. La porta che tradizionalmente si apre per accogliere la processione diventa barriera, proprio nel luogo che per miliardi di credenti simboleggia il passaggio dalla morte alla vita. Non è solo un incidente diplomatico o un eccesso di zelo nella gestione dell’ordine pubblico: è un gesto che tocca la libertà di culto, incrina lo status quo dei Luoghi Santi, ferisce un equilibrio costruito in secoli di memoria condivisa.
Le parole provenienti da Gerusalemme sono nette: decisione “irragionevole”, colpo alla libertà religiosa, ferita inferta alla presenza cristiana in Medio Oriente. La logica della sicurezza, quando non è temperata dal rispetto dei diritti fondamentali, rischia di trasformarsi in un accecamento selettivo: vede solo il rischio da contenere, non la relazione da custodire. Così, il controllo dei varchi della città vecchia finisce per restringere anche gli spazi del dialogo, della fiducia reciproca, della coabitazione possibile tra comunità diverse. Gerusalemme, città delle tre fedi, diventa a sua volta un collo di bottiglia: non per petrolio o container, ma per la libertà religiosa, la memoria, la speranza di un futuro condiviso.
In queste stesse ore, alle immagini dei cieli solcati dai bombardieri e delle strade blindate si sovrappone la voce di Papa Leone XIV, che nella Messa della Domenica delle Palme sceglie il linguaggio essenziale del Vangelo. Davanti a una piazza gremita e a un mondo in guerra, il Pontefice ricorda che Gesù è il Re della pace, non il patrono di nessuna dottrina della “guerra giusta” usata come alibi. Dio – ammonisce – non ascolta le preghiere di chi fa la guerra, ma le respinge: non si può invocare il suo nome con le labbra mentre le mani grondano sangue. È un colpo frontale a ogni tentativo di arruolare Dio nella propaganda militare, di trasformare l’Armageddon in slogan di reclutamento, la “violenza schiacciante” in supplica liturgica.
Il Papa restituisce alla coscienza cristiana la sua nudità originaria: chi crede non può limitarsi a “pregare per i nostri ragazzi al fronte”, se non si chiede prima che cosa stia facendo al fratello che abita sull’altra riva. La fede, ci ricorda, non è cappellania del conflitto: o diventa voce che spezza l’autogiustificazione della guerra, o si riduce a ornamento di un potere che ha già deciso.
Dentro questo quadro, la parola del Pontefice incrocia direttamente la sfida rivolta all’Europa. Se Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra, come può l’Unione che si definisce comunità di diritto e di valori limitarsi a reagire solo quando il conflitto attraversa i suoi colli di bottiglia – Hormuz, i fertilizzanti, i principi attivi farmaceutici – e non quando a essere bombardate sono le case, gli ospedali, i giornalisti, i luoghi di culto? Le parole di Leone XIV invitano a saldare ciò che spesso viene tenuto separato: la difesa degli interessi materiali e l’obbedienza a una coscienza spirituale che rifiuta di benedire le armi e chiede, a chi ha potere, di convertire la logica stessa della crisi.
In questo intreccio di colli di bottiglia – economici e spirituali – l’Unione europea non può recitare la parte dello spettatore neutrale. Dal punto di vista materiale, è tra gli attori più esposti allo shock di Hormuz: dipende in larga misura dalle importazioni energetiche, dai fertilizzanti esteri, dai principi attivi farmaceutici extraeuropei. Dal punto di vista valoriale, continua a presentarsi come comunità fondata su diritti umani, stato di diritto, tutela delle minoranze, libertà di culto. La domanda che la crisi le pone è semplice e implacabile: dov’è davvero il suo tesoro? Nella sola sicurezza delle forniture, o anche nella capacità di farsi garante credibile della dignità umana, dal contadino asiatico che rischia il raccolto al fedele fermato davanti a una basilica chiusa?
Che cosa potrebbe fare, allora, l’Europa? Sul piano geopolitico, fissare un doppio obiettivo chiaro. Da un lato, lavorare per una riapertura sicura e graduale dello Stretto, promuovendo in sede ONU, G7 e G20 un corridoio marittimo tutelato, sul modello delle iniziative per il grano del Mar Nero, coinvolgendo gli attori regionali e globali interessati alla stabilità delle rotte. Dall’altro, far sentire una voce univoca e ferma a difesa della libertà di culto e dello status quo a Gerusalemme, perché la città non diventi ostaggio di misure unilaterali e calcoli di breve periodo, ma resti spazio aperto di preghiera e di incontro. Anche nella diplomazia, la fame e sete di giustizia non sono un lusso retorico: sono la misura concreta della distanza – o della coerenza – tra i principi proclamati e le scelte effettive.
Sul piano interno, l’Unione è chiamata a una vera conversione strutturale. Significa pensare a scorte comuni di beni strategici, accelerare la diversificazione reale delle fonti energetiche, sostenere in modo coordinato gli agricoltori travolti dall’aumento dei costi, riportare in Europa almeno una parte della produzione farmaceutica più critica. Ma significa anche maggiore unità nel parlare di Medio Oriente, nel difendere le comunità cristiane e tutte le minoranze perseguitate, nel denunciare con una sola voce ogni violazione della libertà religiosa, ovunque avvenga. È come se tornasse, sotto altra forma, la domanda originaria: dov’è tuo fratello? L’Europa non può rifugiarsi nella risposta comoda – “non lo so, non ne sono il custode” – perché la sua storia, il suo patrimonio spirituale e culturale la chiamano precisamente a farsi custode, non padrona, di un equilibrio più giusto nelle relazioni internazionali.
In un mondo che riscopre, spesso in modo traumatico, il peso dei colli di bottiglia – stretti di mare, oleodotti, confini contestati, varchi di una basilica – l’Europa può scegliere se essere vaso di coccio tra vasi di ferro, o se trasformare la propria vulnerabilità in piattaforma di iniziativa politica e morale. Hormuz e Gerusalemme restano lontani sulle carte geografiche, ma sono vicinissimi alle nostre bollette, ai campi dei nostri agricoltori, alle farmacie dei nostri quartieri, alle nostre comunità di fede, come alle nostre coscienze.
Per chi legge la storia alla luce della fede, questi colli di bottiglia non sono solo luoghi di paura: sono soglie in cui una crisi può diventare possibilità di conversione, per la politica come per le coscienze. È qui che l’antica preghiera del salmista torna ad essere programma spirituale e impegno civile insieme: “Domandate pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano” (Sal 122,6). Domandarne la pace, oggi, significa lavorare perché giustizia e pace si incontrino anche nelle scelte economiche, nelle mediazioni internazionali, nella custodia della libertà religiosa; e perché, attraverso le decisioni dei governi e la responsabilità di ciascuno, quella pace non resti solo parola sulle labbra, ma diventi bene condiviso per chi, su altre rive, attende pane, lavoro, cure e libertà di pregare.

30-03-2026
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore Editoriale MeridianoItalia.tv
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