di Susanna Clavarino
A meno di due settimane dalle elezioni presidenziali, il dato più rilevante non riguarda un candidato, ma l’assenza di scelta. Il 34% dell’elettorato si colloca infatti tra “non preciso”, voto bianco, nullo o annullato. Più che indecisione, si tratta di un rifiuto: una quota significativa della popolazione non si riconosce in nessuna delle opzioni disponibili. In questo senso, la campagna elettorale del 2026 appare meno come una competizione tra candidati e più come un sintomo di una crisi di rappresentanza.
A rafforzare questa dinamica è la frammentazione estrema del sistema politico. Oltre trenta partiti partecipano alle elezioni, rendendo difficile l’emergere di leadership capaci di aggregare consenso. I candidati tradizionali, come Keiko Fujimori (11%) e Rafael López Aliaga (9%), restano centrali ma mostrano segnali di erosione.
Allo stesso tempo, il sondaggio di Ipsos evidenzia l’emergere di nuovi profili che intercettano parte dell’elettorato indeciso, come Jorge Nieto Montesinos (5%), Marisol Pérez Tello e Mesías Guevara (3–4%). Si tratta di candidati finora marginali che, grazie alla visibilità dei dibattiti, iniziano a occupare uno spazio politico lasciato libero dall’indebolimento delle leadership tradizionali.
Questo scenario si inserisce in una crisi istituzionale più ampia. Negli ultimi anni il Perù ha conosciuto una successione accelerata di presidenti — ben dieci tra eletti e successori nell’ultimo decennio — contribuendo a indebolire la fiducia nelle istituzioni. In questo contesto, il ritorno alla bicameralità — nonostante nel Referendum costituzionale del Perù del 2018 circa l’85% degli elettori si fosse espresso contro — rafforza la percezione di una distanza tra classe politica e volontà popolare.
Allo stesso tempo, diversi osservatori sottolineano come la creazione del nuovo Senato sia stata interpretata anche come uno strumento per consentire agli attuali parlamentari di ricandidarsi e prolungare la propria permanenza politica, in un contesto in cui, senza tale riforma, molti di loro sarebbero stati esclusi dal sistema istituzionale.
Le elezioni si svolgono inoltre in un clima segnato da crescente insicurezza urbana, espansione del crimine organizzato e livelli di violenza percepiti come tra i più elevati degli ultimi anni. In questo scenario, le dichiarazioni passate del presidente ad interim, José María Balcázar, sulla sessualità nelle bambine hanno suscitato una forte indignazione a livello nazionale e internazionale, contribuendo a erodere ulteriormente la credibilità delle istituzioni.
Il dato più significativo resta tuttavia l’assenza di un attore capace di aggregare consenso. Più che una competizione tradizionale, il processo elettorale appare come una ricerca incompiuta di rappresentanza.
La storia recente suggerisce che questo vuoto può essere colmato all’ultimo momento. L’elezione di Pedro Castillo nel 2021 — pressoché assente nei sondaggi fino alle ultime settimane — dimostra come candidati outsider possano emergere rapidamente in contesti di forte disaffezione politica.
In un sistema segnato da frammentazione, sfiducia e instabilità, l’assenza di scelta diventa essa stessa una scelta politica. Finché il “non scegliere” resterà l’opzione dominante, il problema non sarà soltanto chi governerà, ma se il sistema sarà ancora in grado di rappresentare i cittadini.
