di Gianni Lattanzio
Nel cuore di una guerra che pretende di essere “gestita” mentre si negozia il modo di uscirne, un dettaglio rivela più di molte dichiarazioni ufficiali: l’uomo considerato a Teheran come il principale riferimento politico‑diplomatico di Washington, l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, viene gravemente ferito in un attacco aereo contro la sua abitazione, proprio mentre sono in corso contatti indiretti tra Stati Uniti e Iran. Non è soltanto un episodio in più nella spirale di colpi e ritorsioni; è il segnale che il confine – già fragile – tra campo di battaglia e tavolo negoziale è stato oltrepassato, e che nessuno, nemmeno chi tesse i fili del dialogo, può più dirsi al riparo dalla logica della forza.
Per capire la portata di questo gesto occorre ricordare chi è Kharazi nel sistema iraniano. Ex ministro degli Esteri della Repubblica islamica, presidente dello Strategic Council on Foreign Relations, consigliere di vertice della Guida Suprema, egli incarna quella ristretta cerchia di figure in grado di tradurre, in un linguaggio comprensibile alle cancellerie occidentali, le rigidità dottrinali del potere rivoluzionario. È stato spesso descritto come uno dei pochi “ponti” tra Teheran e il mondo, capace di parlare tanto con i custodi dell’ortodossia quanto con interlocutori americani ed europei. Colpire lui, nel momento in cui il suo ruolo di interlocutore possibile degli Stati Uniti veniva percepito con crescente chiarezza, significa colpire la stessa idea che la guerra possa avere un esito politico e non solo militare.
La sequenza è, in questo senso, eloquente. Da un lato, Washington insiste nel raccontare all’opinione pubblica interna e ai partner alleati la narrazione di contatti “seri”, “in corso” e “produttivi” con Teheran, persino mentre la campagna aerea congiunta continua a degradare infrastrutture, capacità militari e leadership politiche iraniane. Dall’altro lato, un raid mirato contro l’abitazione di Kharazi – con il ferimento grave dell’ex ministro e la morte di sua moglie – manda alla leadership iraniana un messaggio opposto: nessun interlocutore gode di un margine reale di immunità, nessuna figura, per quanto centrale nei canali informali, è sottratta alla logica del targeting. È come se i missili dicessero, con linguaggio brutale, ciò che la diplomazia non può ammettere: si parla, sì, ma in un contesto in cui anche chi parla è un bersaglio legittimo.
Le implicazioni interne per l’Iran sono profonde. Da anni, la dialettica dentro il sistema post‑rivoluzionario oscilla tra falchi che puntano sulla resistenza a oltranza e segmenti più pragmatici che, pur senza mettere in discussione l’architettura del regime, comprendono il costo esorbitante dell’isolamento e delle sanzioni. Kharazi appartiene a quest’ultima famiglia: non un “riformista” nel senso occidentale del termine, ma un funzionario di regime che riconosce il valore della mediazione come strumento di sopravvivenza strategica. Vederlo ridotto al silenzio, mentre erano in corso scambi riservati sul futuro del conflitto e sul destino delle rotte energetiche del Golfo, offre ai fautori della linea dura un argomento potente: ogni apertura verso gli Stati Uniti non solo è inutile, ma espone chi la promuove a un rischio personale diretto. La tesi del negoziato come “trappola” trova, così, una conferma drammaticamente tangibile.
Ma l’episodio interroga anche, e forse soprattutto, la coerenza della strategia occidentale. Si può davvero sostenere di voler coltivare un canale politico quando non si esita a colpire – o si accetta che vengano colpiti dall’alleato sul terreno – coloro che, nella controparte, rendono politicamente possibile un compromesso? La storia recente della regione è scandita da momenti in cui i “pragmatici” sono stati indeboliti, delegittimati o eliminati, lasciando la scena a leadership sempre più rigide e radicali. È la logica, crudele nella sua semplicità, del gioco a somma zero: se non si crede davvero alla possibilità di un accordo, allora l’interlocutore che lo incarna diventa, agli occhi dei falchi, un ostacolo da rimuovere più che un partner con cui misurarsi.
L’attacco a Kharazi, in questo quadro, avvelena il negoziato su almeno tre livelli. Sul piano psicologico, mostra che il tavolo non è un luogo separato dal conflitto, ma la sua estensione in altra forma: chi siede dall’altra parte sa che non gode di alcuna protezione, e che il ruolo di mediatore può trasformarsi in condanna. Sul piano politico, brucia un canale costruito nel tempo, costringendo l’Iran – se vorrà ancora parlare – a far emergere nuovi volti, plausibilmente più duri, meno disposti a rischiare capitale personale per un’intesa con Washington. Sul piano simbolico, infine, conferma agli occhi delle opinioni pubbliche regionali che il diritto, le convenzioni, il non‑detto della prassi diplomatica valgono sempre meno in un contesto in cui la tecnologia militare consente di colpire chiunque, ovunque, in qualunque momento.
Il paradosso è che proprio mentre si moltiplicano i richiami alla necessità di una “soluzione politica” – termine ormai rituale in ogni comunicato occidentale – i gesti concreti che potrebbero renderla credibile vengono sistematicamente contraddetti dalla pratica sul terreno. Si afferma la volontà di evitare “errori del passato”, ma si ripercorre, quasi con ostinazione, la traiettoria già vista in altre crisi: indebolire i possibili interlocutori interni finché, dall’altra parte, non rimangono che attori irriducibili, per i quali il compromesso sarebbe una sconfitta esistenziale. A quel punto, la finestra negoziale si restringe quasi fino a scomparire e la guerra, anziché essere lo strumento di pressione per arrivare a un accordo, diventa il solo linguaggio ancora praticabile.
Per Washington e per i suoi alleati, europei compresi, l’episodio di Teheran dovrebbe essere letto come un campanello d’allarme, non come una semplice “success story” sul piano operativo. Se è vero che non esistono conflitti moderni privi di una dimensione segreta, di contatti informali, di emissari che si muovono nello spazio grigio tra ufficialità e plausibile negazione, allora la credibilità stessa di questo universo parallelo della diplomazia dipende dal fatto che chi lo abita non venga considerato un bersaglio come gli altri. Una guerra che non fa più distinzione tra negoziatori e combattenti non è solo più brutale: è una guerra che si chiude, da sola, la via d’uscita.
L’attacco a Kamal Kharazi rende più difficile, per tutti, fingere che queste due dimensioni – quella militare e quella negoziale – possano procedere in parallelo senza contaminarsi. La realtà è che si influenzano a vicenda, e che un missile ben piazzato può cancellare in un attimo il lavoro discreto di mesi di contatti informali. Se davvero si vuole che la parola “negoziato” non resti soltanto un elemento di scenografia nei comunicati ufficiali, occorrerà trarre da questo episodio una lezione scomoda: non si può coltivare un interlocutore e, al tempo stesso, accettare che venga colpito come un obiettivo qualsiasi. Perché, una volta che l’interlocutore è stato messo fuori gioco, resta soltanto il fragore delle armi – e il silenzio di chi, magari in modo imperfetto, stava tentando di sostituire alla guerra il linguaggio faticoso della politica.
