di Gianni Lattanzio
Ci stiamo abituando alla guerra. Ci abituiamo al lessico degli “ultimatum”, delle “rappresaglie mirate”, dei “danni collaterali” come a un linguaggio amministrativo; alle immagini dei bombardamenti come a un sottofondo televisivo che, come una colonna sonora cupa e ripetitiva, accompagna le nostre giornate senza più interromperle. La guerra, da scandalo della coscienza, diventa gestione ordinaria dell’ordine mondiale, capitolo di politica economica, variabile di consenso interno.
E quando l’eccezione si fa routine, non si consuma soltanto il diritto internazionale: si corrode la nostra capacità di indignarci, di dare un nome al male, di riconoscerlo come tale. È la banalizzazione del male di cui scriveva Hannah Arendt, ma in una forma diffusa: non più confinata nelle stanze di un potere totalitario, bensì dispersa nelle nostre timeline, nelle dichiarazioni di leader democraticamente eletti, nella rassegnazione di opinioni pubbliche stanche.
La fragile tregua raggiunta tra Stati Uniti e Iran è la sintesi plastica di questo scivolamento. Non nasce da una vittoria, bensì da un reciproco logoramento: Washington ha bisogno di interrompere un conflitto che minaccia la recessione globale, la tenuta dei mercati energetici e la fragile trama di alleanze internazionali; Teheran deve sopravvivere dopo settimane di bombardamenti che hanno colpito catena di comando, infrastrutture, segmenti del programma nucleare, senza tuttavia riuscire a rovesciare il regime. È una pausa sul ciglio del baratro, non la soglia di un ordine nuovo. Fino a poche ore prima, il mondo ascoltava le parole del presidente americano che evocava la possibilità che “un’intera civiltà muoia stanotte, per non tornare mai più”: una minaccia pronunciata con la stessa disinvoltura con cui, in altre epoche, si annunciavano sanzioni o embarghi. Poi, quasi senza transizione, la promessa di un cessate il fuoco di due settimane, la proclamazione di una “vittoria totale e assoluta”, la narrazione di un negoziato che sarebbe già “a un passo dalla pace definitiva”.
In questa coreografia di parole, la voce della Chiesa entra come un contro‑canto dissonante, ma tanto più necessario proprio perché rompe l’incantesimo della normalizzazione. Papa Leone XIV, parlando ai giornalisti davanti alla residenza di Castel Gandolfo, ha definito “veramente non accettabile” la minaccia rivolta “a tutto il popolo dell’Iran”, ricordando che qui non sono in gioco solo questioni di diritto internazionale, ma “molto di più la questione morale, per il bene del popolo”. L’accento, volutamente posto sul “popolo” e non sul “regime”, ha un valore preciso: sposta il baricentro dalla dimensione geopolitica alla carne viva delle persone, ai volti, alle storie. Quando un leader politico mette sul piatto, anche solo come eventualità retorica, la distruzione di un’intera civiltà, non viola soltanto norme giuridiche, ma oltrepassa una soglia etica che dovrebbe essere invalicabile per chiunque eserciti un potere pubblico.
Il Pontefice invita tutti a pensare “ai tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti, che sarebbero vittime di questa escalation” e chiede ai cittadini di farsi sentire, di scrivere ai propri rappresentanti, ai membri dei parlamenti, per dire con chiarezza: “non vogliamo la guerra, vogliamo la pace”. È un rovesciamento sottile ma radicale: finora il cittadino globale è stato soprattutto spettatore, consumatore di notizie e immagini; qui gli si chiede di tornare soggetto politico, di assumere la propria quota di responsabilità nel frenare una deriva che non è solo militare, ma culturale e spirituale. È, se vogliamo, una riedizione contemporanea della grande tradizione della dottrina sociale della Chiesa, che rifiuta l’idea di una politica amputata dall’etica.
Intanto, nella sostanza, la tregua non scioglie nessuno dei nodi essenziali. Il dossier nucleare, l’architettura delle sanzioni, la presenza militare americana nella regione, il controllo dei flussi energetici e del collo di bottiglia di Hormuz restano sul tavolo, intatti e inconciliati. Da un lato, la proposta in quindici punti degli Stati Uniti, che chiede la rinuncia alla dimensione militare del programma atomico, ai missili balistici, alla rete di milizie alleate – Hezbollah in Libano, le forze collegate in Siria, Iraq, Yemen – che costituiscono l’ossatura della proiezione iraniana. Dall’altro, il documento in dieci punti di Teheran, che domanda il ritiro progressivo delle forze americane, la fine o almeno un alleggerimento sostanziale delle sanzioni, garanzie di sicurezza effettive e il riconoscimento di un ruolo regolatore sullo Stretto. Due architetture di sicurezza che si negano a vicenda: ciò che per l’uno è condizione di stabilità è, per l’altro, preludio di vulnerabilità esistenziale. Chiedere loro di “trovare una via di mezzo” è, al momento, formulare un auspicio più che una reale opzione negoziale.
Nel frattempo, il conflitto ha messo a nudo – e forse irreversibilmente – la vulnerabilità strutturale del Golfo. Per anni abbiamo parlato del “Golfo” come di un’astrazione geopolitica, un’area definita più dalle sue riserve energetiche che dalle sue persone; oggi scopriamo che quell’astrazione è, in realtà, la regione più esposta del pianeta. Non esistono più “zone sicure”: tutto è diventato bersaglio o leva – terminal petroliferi, gasdotti, oleodotti alternativi a Hormuz, hub logistici, infrastrutture idriche ed elettriche che rendono abitabili città cresciute nel deserto. I droni e i missili iraniani contro impianti in Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, così come le operazioni congiunte americano‑israeliane sui nodi strategici in territorio iraniano, hanno dimostrato che la geografia dell’energia globale coincide con la geografia della sua fragilità. Il blocco, anche parziale, di Hormuz ha generato un’impennata dei prezzi, premi assicurativi insostenibili, riduzione delle spedizioni, fino alla sensazione, per molti operatori, di trovarsi in un mercato in cui il problema non è il costo del barile, ma la possibilità stessa di reperirlo.
In questo contesto, la proposta iraniana di trasformare la riapertura di Hormuz in un pedaggio permanente, condiviso con l’Oman, non è solo un capitolo di contabilità. È la pretesa di cristallizzare in istituto giuridico una realtà di fatto: lo Stretto non è più un semplice choke‑point marittimo, ma lo strumento con cui Teheran intende garantire la propria sopravvivenza e finanziare la ricostruzione. È la versione marittima di ciò che il canale di Suez è stato per l’Egitto: una rendita strategica trasformata in rendita sovrana, con tutte le tensioni che questo comporta per gli altri attori.
Su questo sfondo si delinea il paradosso di Teheran: indebolita militarmente, rafforzata politicamente. Gli apparati sono stati colpiti, le difese messe a dura prova, alcune infrastrutture devastate; eppure, il regime può rivendicare davanti alla propria popolazione e al mondo di aver resistito all’urto della prima potenza militare e del suo alleato regionale. Le “catene umane” a difesa delle centrali elettriche, la narrazione della resistenza all’aggressione, la fusione simbolica tra difesa di impianti civili e difesa dell’identità nazionale hanno alimentato un consenso di sopravvivenza che trasforma un costoso pareggio in “vittoria morale”. È, in filigrana, la dinamica dello “stato di eccezione” come la descriveva Carl Schmitt: è nella crisi, nella sospensione delle regole, che il sovrano mostra e rafforza la propria forza. Ma è anche, in controluce, la conferma di quanto la voce profetica – religiosa e civile – sia necessaria per ricordare che nessuna sovranità è legittima se costruita sulla minaccia permanente di guerra.
Sul fronte opposto, Donald Trump utilizza la tregua come palcoscenico per proclamare il trionfo americano. Dopo aver minacciato la morte di una civiltà, annunciato la possibilità di colpire in poche ore ponti, centrali elettriche, reti ferroviarie, ospedali, rivendica di non preoccuparsi affatto dell’accusa di crimini di guerra e, nel contempo, racconta il cessate il fuoco come il frutto della sua abilità negoziale. Il suo discorso oscilla fra apocalisse e compromesso, fra annuncio di devastazioni irreparabili e improvviso ritorno alla diplomazia. Non è un inciampo comunicativo: è un metodo. L’iperbole permanente, l’escalation verbale continua, servono a saturare lo spazio pubblico, a rendere accettabile qualsiasi esito perché, comunque vada, potrà essere presentato come il prodotto di una volontà sovrana. Ma questo gioco ha un costo altissimo: a furia di invocare l’“annientamento” e l’“estinzione di civiltà”, si sfuma la differenza tra deterrenza e terrore, tra legittima difesa e punizione collettiva.
È esattamente a questo scarto che si rivolge il monito della Chiesa. Papa Leone non si limita a ricordare che “gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale”; aggiunge che essi sono “segno dell’odio, della divisione, della distruzione di cui l’essere umano è capace”. Non è solo una condanna giuridica, ma una diagnosi spirituale. Colpire ciò che permette la vita – acqua, luce, trasporti, ospedali – significa colpire la speranza stessa di un popolo. In questo senso, la sua definizione del conflitto come “guerra ingiusta” non è un aggettivo tra i tanti, ma l’inquadramento teologico e morale di una vicenda che rischia di essere letta, altrove, soltanto in termini di calcolo.
Mentre questo braccio di ferro si consuma, gli alleati europei appaiono divisi, spesso in ritardo rispetto agli eventi. L’incontro di Trump con il segretario generale della NATO, Mark Rutte, alla Casa Bianca si chiude con il presidente americano che accusa l’Alleanza di non essere “lì quando serviva” nella crisi di Hormuz e torna a evocare, con toni risentiti, la possibilità di un’uscita degli Stati Uniti, nonostante una legge federale limiti questa facoltà. Ai partner viene chiesto un maggiore coinvolgimento militare nel Golfo, con sfumature che molti diplomatici leggono come ultimative. La risposta di Berlino, per bocca del cancelliere Friedrich Merz, è prudente ma densa di significato: la Germania potrebbe impegnare truppe solo dopo un cessate il fuoco, nel quadro di un mandato internazionale e con l’approvazione del Bundestag. È una presa di distanza dai tempi e dai modi della Casa Bianca, ma è anche un segnale di quanto l’Europa fatichi a elaborare una propria dottrina di sicurezza all’altezza della nuova realtà. Qui l’appello del Papa ai cittadini – “contattare le autorità, i leader politici, i deputati per chiedere la pace e rifiutare la guerra” – trova uno spazio concreto: non si tratta solo di una raccomandazione spirituale, ma di un invito a riempire il vuoto che la politica istituzionale lascia spesso aperto.
La fragilità della tregua si vede però soprattutto dove la guerra non si è fermata: in Libano. Mentre tra Stati Uniti e Iran il cessate il fuoco viene presentato come “finestra diplomatica”, Israele chiarisce fin dall’inizio che il Libano ne è escluso. Nel giro di poche ore, Beirut e altre città vengono investite da una delle offensive aeree più pesanti degli ultimi anni: palazzi sventrati, quartieri residenziali rasi al suolo, strade trasformate in corridoi di ambulanze, centinaia di morti e migliaia di feriti. Benjamin Netanyahu afferma che la tregua non è la fine della guerra con l’Iran, ma una semplice fase. Il Libano diventa il teatro in cui colpire indirettamente Teheran: logorare Hezbollah significa intaccare il pilastro più solido della proiezione regionale iraniana, senza infrangere formalmente l’accordo fra Washington e Teheran. È una guerra per procura, condotta sul corpo di un Paese che vive da decenni in una precarietà strutturale, tra crisi politica, collasso economico e fratture interne.
Per Teheran, però, Hezbollah non è una pedina sacrificabile. È parte integrante della propria architettura di deterrenza, il “braccio avanzato” al confine con Israele. Accettare un cessate il fuoco a “geometria variabile”, che protegge il territorio nazionale ma lascia indifesi gli alleati, equivarrebbe a riconoscere un ordine disegnato da altri. Non sorprende, dunque, che alla “scaramuccia” libanese – così ridimensionata retoricamente da Trump – l’Iran risponda con una ripresa di attacchi contro infrastrutture energetiche delle monarchie del Golfo e con una nuova stretta sulle condizioni di transito a Hormuz. La tregua, più che spegnere la guerra, la redistribuisce: meno fuoco diretto su Teheran, più pressione sul Libano e sulle capitali del petrolio, con il rischio costante che un incidente laterale riaccenda il fronte centrale. È la logica dei “fuochi a bassa intensità” che si sommano, fino a disegnare un paesaggio in cui la pace non è mai piena, ma solo una sospensione provvisoria dei bombardamenti.
In questo scenario complesso, la voce della Chiesa acquista un valore doppiamente controcorrente. Da un lato, ricorda con insistenza che “attaccare infrastrutture civili è contro il diritto internazionale” e che il conflitto in corso è “ingiusto”, dunque moralmente inaccettabile. Dall’altro, insiste sulla responsabilità personale e collettiva: invita a pregare, certo, ma anche a “comunicare con le autorità”, a dire con chiarezza che “non vogliamo la guerra, vogliamo la pace”. È il rifiuto di una spiritualità disincarnata, che si limita a registrare il dolore senza interpellare le strutture che lo producono. È, in fondo, la fedeltà a una tradizione che, da Giovanni XXIII in poi, ha legato la pace non solo all’assenza di guerra, ma alla giustizia, alla dignità, al rispetto del diritto.
La posta in gioco, oggi, non è soltanto la stabilità di Hormuz o il futuro del programma nucleare iraniano, né la presenza delle truppe americane nel Golfo o l’assetto politico del Libano. È la nostra disponibilità ad accettare che la guerra diventi infrastruttura permanente del sistema internazionale: un dispositivo che si accende e si spegne a comando, secondo i cicli elettorali o le fluttuazioni dei mercati, senza più scandalo né memoria. Finché chiameremo “tregua” un fuoco che non cessa, “autodifesa preventiva” una guerra decisa a tavolino, “scaramuccia” l’agonia di un Paese come il Libano, la nostra capacità di indignarci sarà già in gran parte sconfitta. E con essa, lentamente, anche la credibilità di quelle democrazie che continuano a presentarsi come custodi dell’ordine giuridico e della dignità umana.
La voce della Chiesa, in questo contesto, non è un’appendice morale da aggiungere a posteriori. È un promemoria scomodo e necessario: ricorda che nessuna ragion di Stato può cancellare il volto concreto dei bambini, degli anziani, dei malati che pagano il prezzo delle decisioni prese nelle capitali; che i limiti imposti alla guerra dalla coscienza giuridica e religiosa dell’umanità non sono merce di scambio; che la pace non è solo l’assenza di colpi di artiglieria, ma la ricostruzione di un tessuto di fiducia e di diritto. In definitiva, la domanda che ci consegna – credenti e non credenti – è semplice e terribile: vogliamo davvero abituarci alla guerra, fino a considerarla un elemento “fisiologico” del mondo che abitiamo? O siamo ancora disposti a ascoltare, dietro il frastuono delle armi, il grido delle vittime e il sussurro ostinato di chi, come il Papa, continua a ripetere che “la gente vuole la pace”?
