di Gianni Lattanzio
Certe notti europee hanno il sapore dei passaggi d’epoca. Budapest, aprile 2026: dopo sedici anni di potere quasi ininterrotto, Viktor Orbán compare davanti alle telecamere e, con un’espressione che tradisce più stupore che rassegnazione, ammette una “sconfitta dolorosa”. In piazza, tra le bandiere ungheresi ed europee che tornano a intrecciarsi senza imbarazzo, il nome che rimbalza è quello di Péter Magyar, l’ex funzionario del sistema Fidesz che ha scelto di diventare il suo accusatore più implacabile.
È l’immagine plastica di un Paese che prova a scrollarsi di dosso l’etichetta di “democrazia illiberale” e a rientrare, con passo incerto ma deciso, nel solco dell’integrazione europea.
Non è solo la fine di un ciclo politico nazionale. È come se l’Unione europea, dopo anni di coabitazione forzata con il suo enfant terrible, fosse costretta a guardarsi allo specchio. Per oltre un decennio, Orbán ha giocato con abilità spregiudicata nelle pieghe dei Trattati: ha colonizzato le istituzioni interne, riscritto la Costituzione, piegato i media, trasformato il sistema degli appalti in un meccanismo di arricchimento per una ristretta élite politico-economica; e, allo stesso tempo, ha sfruttato dal Consiglio il potere di veto per rallentare, annacquare o bloccare decisioni cruciali su Ucraina, sanzioni, migrazione, bilancio. Un leader nazionale che, grazie all’unanimità, riusciva di fatto a influenzare l’agenda di un intero continente: un paradosso che ha esposto tutti i limiti di un’Unione costruita su un delicato equilibrio fra sovranità statale e sovranità condivisa.
Da anni giuristi e filosofi del diritto si interrogano su questa ambivalenza. Habermas ha insistito sull’idea di una “costituzionalizzazione” dell’Europa, di uno spazio pubblico sovranazionale in cui i diritti fondamentali non siano ostaggio degli umori nazionali. Bobbio ci ha messo in guardia sulla differenza tra democrazia formale e democrazia sostanziale, ricordandoci che non bastano le elezioni per definire libero un regime. La parabola ungherese ha funzionato come un doloroso promemoria: è possibile, dentro l’Unione, svuotare dall’interno lo stato di diritto, mantenendo in apparenza le sue procedure esteriori.
Per questo, mentre in Ungheria si festeggia la vittoria di Magyar, a Bruxelles prevale una emozione trattenuta, un sollievo punteggiato di domande. La Presidente della Commissione saluta “un giorno importante per la democrazia ungherese e per l’unità europea”, l’Alto Rappresentante parla di un partner che “torna affidabile su Ucraina, sanzioni, stato di diritto”. Eppure, dietro le frasi di circostanza, nessuno si illude che basti cambiare primo ministro per cancellare quindici anni di ingegneria costituzionale illiberale. Nel Parlamento europeo, che da tempo denuncia il governo di Budapest come “minaccia per i valori e i fondi dell’UE”, la soddisfazione si mescola alla consapevolezza che ciò che è stato costruito mattone dopo mattone – leggi sulla stampa, norme “contro la propaganda LGBT”, riforme della magistratura, concentrazione proprietaria dei media – non evapora con una notte elettorale.
È qui che entra in gioco il grande esperimento giuridico degli ultimi anni: il vincolo tra accesso ai fondi europei e rispetto dello stato di diritto. Dopo infinite trattative, la UE ha approvato un meccanismo di condizionalità che lega i miliardi del bilancio e del Recovery al funzionamento indipendente dei tribunali, alla lotta alla corruzione, alla trasparenza della spesa. L’Ungheria è stata il laboratorio di questo “costituzionalismo condizionale”: fondi congelati, tranche bloccate, negoziati durissimi su ogni riforma. Ora, con Magyar che promette di riallineare Budapest agli standard europei e di cooperare con la Procura europea, la Commissione intravede la possibilità di trasformare una logica emergenziale in un metodo ordinario: sbloccare gradualmente le risorse in cambio di cambiamenti misurabili, verificabili, irreversibili.
È un equilibrio delicatissimo. Da un lato, l’Unione non può permettersi di apparire cinica: dopo aver usato i fondi come leva contro l’illiberalismo, non può gettare alle ortiche, in nome della stabilità geopolitica, tutti i paletti fissati in questi anni. Dall’altro, sa che una democrazia che esce da un ciclo di potere così lungo ha bisogno di tempo per ricostruire i propri contrappesi. Tocqueville, osservando la Francia post-rivoluzionaria, affermava che “il momento più pericoloso per un cattivo governo è di solito quello in cui comincia a riformarsi”: l’avvertimento suona attuale oggi a Budapest, e non solo per Budapest.
Sul fronte geopolitico, la discontinuità è ancora più netta. Orbán ha lungamente giocato di sponda con Mosca: contratti energetici privilegiati, retorica ambigua sulla guerra in Ucraina, contestazione sistematica delle sanzioni, veti sugli aiuti macrofinanziari a Kiev. Il risultato è stato un’UE a 27 ostaggio, di fatto, di un solo leader, costretta a inventare soluzioni ad hoc – dall’uso creativo degli interessi sugli asset russi congelati a complicate architetture di voto – per aggirare il muro ungherese. Con Magyar che annuncia il sostegno agli aiuti militari ed economici all’Ucraina e la fine della “politica del veto”, la Russia perde il suo più visibile alleato all’interno dell’Unione, e il fronte europeista può finalmente mostrarsi compatto non solo nelle dichiarazioni, ma anche negli atti.
Tuttavia, anche qui, la storia non si riduce a una morale edificante. Il nuovo governo dovrà fare i conti con un’opinione pubblica ungherese che, in larga parte, rimane prudente rispetto a un coinvolgimento profondo nel conflitto, e con una dipendenza energetica da Mosca che non si liquida in pochi mesi. È probabile che Budapest scelga una linea di riallineamento euro-atlantico, ma senza gesti eclatanti di rottura con la Russia: un pragmatismo che, se gestito con trasparenza, può rafforzare la credibilità europea, ma che, se male interpretato, rischia di alimentare nuovi sospetti nei partner orientali più esposti, da Varsavia a Vilnius.
La stessa ambivalenza emerge sui dossier interni più divisivi: migrazione e allargamento. Péter Magyar ha già chiarito che non sosterrà il Patto su migrazione e asilo nel suo attuale impianto, giudicato troppo penalizzante per i Paesi di frontiera come l’Ungheria, e che guarderà con cautela a una corsia iper-rapida per l’adesione ucraina. Qui, la discontinuità con Orbán è più di tono che di merito: finisce la retorica incendiaria, restano molte delle riserve strutturali che attraversano l’Est europeo e che, in verità, trovano eco anche in altre capitali. Il cleavage Est–Ovest sulla gestione dei flussi migratori, sulla ripartizione delle responsabilità, sulla definizione stessa di “solidarietà obbligatoria” non si chiude con il tramonto del leader di Fidesz.
L’Unione, però, non può ignorare il messaggio di fondo che arriva da Budapest. Per anni, il caso ungherese è stato la prova vivente di come l’unanimità in politica estera e di bilancio potesse trasformarsi in un’arma di ricatto. Ora, proprio nel momento in cui l’ostacolo principale appare rimosso, in alcune capitali – Berlino e Parigi in testa – cresce la convinzione che questo sia il momento giusto per completare il passaggio a maggioranze qualificate, almeno in alcuni settori chiave. È il paradosso politico: solo quando il “nemico interno” scompare, diventa politicamente più facile riformare le regole che gli hanno permesso di prosperare.
In questo quadro, l’Ungheria di Magyar rischia di trasformarsi in un laboratorio della “seconda età” dell’integrazione. La prima è stata quella del mercato, dell’euro, dei grandi allargamenti. La seconda si gioca su tre assi: sicurezza e difesa comune, transizione verde e digitale, stato di diritto come criterio materiale di appartenenza. Su tutti e tre questi terreni, Budapest sarà osservata con una attenzione che sfiora la diffidenza. Se saprà ricostruire l’indipendenza della magistratura, disinnescare la cattura dei media, ristabilire un rapporto fisiologico con le istituzioni europee, l’UE potrà rivendicare di aver trovato, per via di diritto e di politica, gli anticorpi all’illiberalismo interno. Se invece la trasformazione si ridurrà a una mano di vernice su strutture di potere sostanzialmente intatte, la “sconfitta di Orbán” rischierà di apparire, col senno di poi, come un cambio di personale più che di paradigma.
Il destino dell’Europa, in fondo, è racchiuso in questa tensione. Da un lato, l’aspirazione kantiana a un ordine giuridico sovranazionale capace di imbrigliare la forza bruta delle maggioranze nazionali e degli interessi particolari. Dall’altro, la persistenza di Stati che, come ricordava Schmitt, rivendicano la decisione ultima, soprattutto “nello stato di eccezione”. L’Ungheria che volta pagina mette l’Unione davanti a un bivio: continuare a contare sulla fortuna – che ha voluto che fossero gli elettori ungheresi a liberare Bruxelles dal suo problema più spinoso – o assumersi finalmente il rischio politico di riformare le proprie regole, il proprio lessico, il proprio modo di intendere sovranità e appartenenza.
Se l’UE saprà cogliere la lezione, la notte elettorale di Budapest non sarà solo il capitolo conclusivo dell’era Orbán, ma il prologo di una nuova fase dell’integrazione. Non sarà soltanto l’Ungheria ad aver voltato pagina: sarà l’Europa intera ad aver riscritto una parte, ancora tutta da definire, della propria storia costituzionale.
