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di Flavio De Septis

Nel Golfo Persico cresce il ricorso a tecniche di occultamento navale, mentre il nuovo blocco statunitense sul traffico da e verso i porti iraniani inizia a produrre effetti concreti sul comportamento delle imbarcazioni.
Secondo quanto riportato dal New York Times, gli esperti di intelligence marittima stanno osservando un aumento significativo di pratiche elusive nello Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici per il commercio energetico globale. Da quando, lunedì, è entrata in vigore la misura americana, diverse navi legate all’Iran hanno iniziato ad adottare strategie per sfuggire ai controlli e ridurre la propria tracciabilità.

Fino a poche settimane fa, nonostante le tensioni e gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele, le esportazioni iraniane proseguivano senza particolari accorgimenti per nascondere i movimenti. Nelle ultime ore, però, lo scenario è cambiato rapidamente. Alcune imbarcazioni stanno intervenendo direttamente sui sistemi di identificazione automatica (AIS), obbligatori per gran parte delle navi commerciali secondo il diritto marittimo internazionale.
Le tecniche utilizzate vanno dal cosiddetto “spegnimento radar” ovvero la disattivazione temporanea dei transponder fino a pratiche più sofisticate di spoofing. Lo spoofing è una tecnica ingannevole con cui una nave altera o falsifica i dati che trasmette, ad esempio posizione, rotta o identità. Nel contesto marittimo serve a far apparire l’imbarcazione in un punto diverso da quello reale, oppure a mascherarne i movimenti per evitare controlli e tracciamento.
In questi casi, i comandanti possono modificare deliberatamente le informazioni trasmesse, falsificando origine e destinazione o simulando persino l’identità di un’altra nave.
Si tratta di metodi già ampiamente utilizzati in altri contesti geopolitici. Il New York Times sottolinea infatti come queste strategie richiamino quelle adottate dalla cosiddetta “shadow fleet” russa dopo l’introduzione delle sanzioni legate alla guerra in Ucraina. Un sistema che ha permesso a Mosca di continuare a esportare petrolio aggirando le restrizioni internazionali.
Oggi, secondo diverse analisi tra cui un report della società Windward, dinamiche analoghe stanno emergendo anche nel contesto iraniano. Alcune navi risultano temporaneamente “oscurate”, mentre altre già oggetto di sanzioni o registrate sotto bandiere sospette continuano a operare testando i limiti dell’applicazione del blocco.
Questa dinamica mostra anche come un settore tradizionalmente analogico come quello marittimo stia sviluppando una capacità di adattamento sempre più simile a quella osservata nel mondo della cybersecurity: quando i controlli diventano più stringenti, gli operatori rispondono subito con nuove tecniche di evasione, manipolazione e mascheramento per continuare a operare.
Questo fenomeno rischia di rendere lo Stretto di Hormuz un ambiente informativo sempre più opaco e difficile da monitorare. L’uso combinato di identità fittizie, segnali alterati e proprietà distribuite su più giurisdizioni complica l’attribuzione e il tracciamento delle imbarcazioni. Nel sistema marittimo globale, infatti, una nave può essere posseduta da un Paese, gestita da una società di un altro e battere bandiera di un terzo, creando un mosaico giuridico e operativo complesso.
Nonostante queste tecniche, i limiti fisici restano un fattore determinante. Lo Stretto di Hormuz è un passaggio obbligato e relativamente ristretto: attraversarlo senza lasciare tracce rilevabili resta estremamente difficile. Proprio questa combinazione di vincoli geografici e crescente sofisticazione tecnologica rende l’area uno dei principali fronti di confronto tra controllo navale e strategie di elusione.
La cybersecurity non è solo per sistemi digitali: permea vita reale, trasporti e supply chain globali. Conoscerla è essenziale per navigare rischi ibridi da Hormuz ai nostri dati personali proteggendo economia e sicurezza quotidiana.

17-04-2026
Autore: Flavio De Septis
CyberSecurity SME
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