di Gianni Lattanzio
in un Mediterraneo segnato da fratture, incertezze e conflitti che sembrano non trovare sbocco, il Regno del Marocco si staglia come un raro punto fermo. Mentre ai suoi confini si moltiplicano crisi e instabilità, Rabat ha scelto una via diversa: stabilità interna, apertura internazionale, costruzione paziente di partenariati strategici. È questa traiettoria, più che un semplice dato di cronaca, a farne oggi un pilastro di stabilità nel fianco sud dell’Europa e un ponte naturale tra Italia e America Latina.
Il cuore di questa trasformazione passa anche da una vicenda che per decenni ha congelato il dibattito internazionale: il Sahara Occidentale. Per lungo tempo considerata una questione irrisolvibile, è proprio su questo dossier che si è consumata una svolta silenziosa ma decisiva. Con la Risoluzione 2797 (2025), il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha impresso un cambio di passo: pur ribadendo i principi della Carta e il riferimento all’autodeterminazione, la comunità internazionale ha riconosciuto nel Piano di Autonomia presentato dal Marocco nel 2007 una base realistica, credibile e pragmatica per una soluzione politica giusta, duratura e reciprocamente accettabile. Non è un dettaglio tecnico, ma un salto politico: dal mito sterile del “tutto o niente” a una prospettiva di autonomia sostanziale sotto sovranità marocchina, da costruire al tavolo dei negoziati.
A questa svolta si è intrecciato un altro passaggio chiave: la nuova posizione dell’Unione Europea. Nel quadro del rinnovato Consiglio di Associazione UE–Marocco, Bruxelles ha scelto di allinearsi a quel nuovo realismo, esprimendo apprezzamento per la Risoluzione 2797 e riconoscendo il piano di autonomia marocchino come la proposta più realizzabile e praticabile sul tavolo. L’Europa, in modo inedito, ha parlato con una voce più coesa, invitando le parti – Marocco, Algeria, Mauritania, Fronte Polisario – a impegnarsi in negoziati senza precondizioni, proprio sulla base di quel piano. È un messaggio chiaro: la soluzione non sta nel perpetuare lo status quo, ma nel premiare il pragmatismo di chi si assume la responsabilità di avanzare proposte concrete.
Questa convergenza fra ONU e UE non è solo un successo diplomatico di Rabat. È il tassello che mancava per consolidare il profilo del Marocco come attore responsabile in un’area, il Maghreb e il Sahel, in cui l’Europa ha un urgente bisogno di partner affidabili. Nel dialogo con la NATO, il Paese è ormai riconosciuto come cerniera tra Mediterraneo e Nord Atlantico, impegnato nella lotta al terrorismo, nella sicurezza marittima, nella cooperazione di intelligence. Nel rapporto con Bruxelles, il lessico è quello di un partenariato strategico e comprensivo: sicurezza, migrazioni, energia, investimenti, formazione. In una regione dove spesso dominano fragilità e polarizzazioni, il Marocco si propone come architrave di una nuova stabilità mediterranea.
Ma la portata della sua ambizione va oltre il solo bacino mediterraneo. Rabat ha scelto di guardare anche verso ovest, abbracciando una vera vocazione atlantica. Negli ultimi decenni il Paese ha costruito relazioni sempre più fitte con l’America Latina, intrecciando scambi commerciali con giganti come Brasile e Argentina e collocandosi al centro di una rete Sud–Sud in piena evoluzione. I fertilizzanti marocchini, alimentati dalle immense riserve fosfatiche del Paese, sono diventati un pilastro della sicurezza alimentare latinoamericana; in cambio, dal subcontinente arrivano prodotti agricoli, materie prime, opportunità industriali. È un circuito di interdipendenza che unisce, in modo molto concreto, i destini di Africa e America Latina.
Il segnale politico forse più emblematico è arrivato dall’Alleanza del Pacifico. La decisione di aprire a Casablanca la prima trade office in Africa non è solo una scelta logistica: è il riconoscimento del Marocco come porta privilegiata verso il continente africano. In altre parole, per le economie latinoamericane Rabat è sempre più il punto di ingresso naturale in un’Africa che cresce, si urbanizza, chiede infrastrutture, energia, alimenti, formazione. E su questa dorsale atlantica, che unisce Africa, Europa e Americhe, si apre uno spazio che l’Italia non può permettersi di ignorare.
Da oltre vent’anni Roma investe nel rapporto con l’America Latina attraverso la Conferenza Italia–America Latina e Caraibi, costruendo una rete di dialogo politico, economico e culturale unica nel contesto europeo. Allo stesso tempo, negli ultimi anni, l’Italia ha rilanciato con decisione la propria proiezione nel Mediterraneo allargato, riconoscendo nel Marocco un partner strategico per sicurezza, energia, gestione delle migrazioni, cooperazione economica. È qui che il triangolo Italia–Marocco–America Latina assume un senso nuovo e concreto.
Il Marocco può essere per l’Italia un pivot operativo su più piani. Sul piano logistico, gli hub portuali marocchini – a cominciare da Tanger Med – offrono ai porti italiani la possibilità di connettersi alle grandi rotte dell’Atlantico e del Sud Atlantico, creando corridoi che superano la dipendenza dai choke‑points tradizionali e dalle aree di conflitto più instabili. Sul piano politico e della cooperazione, Rabat può diventare il perno di progetti triangolari che coinvolgano Italia, Paesi latinoamericani e partner africani, in settori cruciali come energia rinnovabile, agricoltura sostenibile, gestione dell’acqua, formazione tecnica e universitaria. I nuovi strumenti europei di cooperazione triangolare offrono già un quadro operativo entro cui questa intuizione può trasformarsi in programmi, finanziamenti, risultati tangibili.
Tutto ciò si inserisce in una cornice più ampia: il bisogno dell’Europa di rileggere il proprio fianco sud non più solo come fonte di rischi, ma come spazio di opportunità condivise. In questa rilettura, il Marocco, forte di un consenso internazionale che va dalla Risoluzione ONU 2797 al sostegno dell’Unione Europea al piano di autonomia, appare come un alleato naturale per l’Italia. Un Paese che, al crocevia tra Mediterraneo e Atlantico, tra Africa e Americhe, ha scelto la strada della stabilità, della modernizzazione e del dialogo.
In un mondo che si frammenta in blocchi e sfere di influenza, il Marocco propone un’altra immagine: quella di un ponte. Un ponte politico, economico e culturale che unisce, invece di dividere. Per l’Italia, potenza mediterranea con radici profonde in America Latina, è un invito a ripensare la propria proiezione esterna in chiave più ampia: non solo Est–Ovest, ma anche Nord–Sud e Nord Atlantico–Sud Atlantico, facendo del rapporto con Rabat uno dei cardini di una nuova geopolitica euro–afro–latinoamericana.
In questo scenario, non si tratta più di chiedersi se il Marocco sia un partner importante per l’Italia e per l’Europa. La vera domanda, oggi, è quanto velocemente saremo in grado di valorizzare fino in fondo il suo ruolo di pilastro di stabilità nel Mediterraneo e di ponte strategico verso l’America Latina.
