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di Gianni Lattanzio

Le elezioni in Bulgaria del 19 aprile e quelle ungheresi del 12 aprile ridisegnano, in pochi giorni, una parte sensibile della geografia politica dell’Unione. In due Paesi entrati nell’Ue nel 2004 e nel 2007, nel cuore di quella “nuova Europa” che avrebbe dovuto consolidare la democrazia post‑comunista, gli elettori hanno mandato messaggi diversi ma convergenti: basta status quo, serve una nuova sintesi tra sovranità nazionale, integrazione europea e giustizia sociale.

In Bulgaria il partito Bulgaria Progressista, guidato dall’ex presidente Rumen Radev, ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi, attestandosi intorno al 45% delle preferenze e superando con largo margine sia il GERB di Boyko Borissov, crollato poco sopra il 13–15%, sia la coalizione liberale PP‑DB, ferma nella fascia del 14–15%. È un risultato che chiude un ciclo di instabilità: otto tornate elettorali in cinque anni, governi fragili, proteste contro la corruzione e un bilancio contestato che ha fatto esplodere le piazze a fine 2025.
Radev, generale dell’aeronautica, già rieletto presidente nel 2021, ha costruito la propria immagine sulla critica dell’oligarchia post‑comunista, del sistema clientelare che ha accompagnato la transizione e della sudditanza verso interessi esterni, fosse Bruxelles o Mosca. Nella sua “vittoria della speranza”, com’è stata definita dai media bulgari, ha promesso una Bulgaria “forte in un’Europa forte”, giocando su un doppio registro: sovranismo soft interno, con enfasi sull’anticorruzione e sulla difesa dei ceti popolari, e rifiuto di una rottura frontale con l’integrazione europea.
Per comprendere la portata del voto di Sofia occorre tornare alla storia profonda del Paese. La Bulgaria moderna nasce come Stato indipendente alla fine dell’Ottocento, dopo secoli di dominazione ottomana, in un contesto segnato dalla forte influenza russa, tra panslavismo, protezione ortodossa e ambizioni geopolitiche nel Mar Nero. Il Novecento bulgaro è scandito da alleanze sbagliate – due guerre mondiali al fianco degli sconfitti – e da un quarantennio di socialismo reale sotto l’ombrello di Mosca, che ha lasciato una società divisa tra nostalgia e rifiuto, tra memoria della sicurezza sociale e ferite della dittatura.
Dopo il 1989, l’adesione alla Nato (2004) e all’Ue (2007) è stata letta come ritorno all’Europa, ma il modello di transizione ha prodotto privatizzazioni opache, concentrazione di ricchezza, emigrazione massiccia, e l’emergere di élite politico‑economiche percepite come autoreferenziali. In questo quadro, le posizioni di Radev – scettico sull’invio di armi a Kiev, favorevole al dialogo con Mosca, duro sulle ingerenze esterne ma al tempo stesso capace di presentarsi come difensore dei valori europei – parlano a un Paese stanco tanto dei dogmatismi atlantisti quanto del cinismo filo‑russo.
A Budapest, a pochi giorni di distanza, il voto ha prodotto uno shock di segno opposto: la fine di 16 anni di governo di Viktor Orbán e la vittoria di Péter Magyar, destinato a guidare un esecutivo forte di una super‑maggioranza dei due terzi. Gli ungheresi, nelle parole del nuovo leader, “hanno detto sì all’Europa”, rivendicando una normalizzazione dei rapporti con Bruxelles dopo anni di conflitto sullo stato di diritto, sui media, sui diritti civili e sulle politiche verso Russia e Ucraina.
Magyar, tuttavia, non è l’opposto simmetrico di Orbán: mantiene scetticismo sul sostegno militare a Kiev, ma appare intenzionato a sbloccare rapidamente il prestito Ue da 90 miliardi per l’Ucraina, per recuperare credibilità e fondi strutturali congelati a causa delle violazioni dello stato di diritto. La promessa di un referendum sull’eventuale adesione di Kiev all’Unione conferma una linea di “europeismo condizionato”: riavvicinarsi a Bruxelles, ma preservare un margine di veto nazionale sulle grandi scelte strategiche, a partire dall’allargamento.
La storia ungherese aiuta a capire questo equilibrio: nazione di frontiera dell’impero asburgico, trauma del Trattato di Trianon, insurrezione del 1956 soffocata dai carri armati sovietici, anni di “comunismo gulasch” più morbido ma sempre eterodiretto. L’ingresso nell’Ue nel 2004 è stato percepito come la terza grande “svolta” del XX secolo, dopo Trianon e il 1956, ma la lunga stagione orbaniana ha trasformato il rapporto con Bruxelles in un braccio di ferro permanente, usando l’euroscetticismo come strumento identitario e di potere.
Bulgaria e Ungheria offrono oggi due narrazioni apparentemente divergenti ma in realtà legate da una stessa domanda: come conciliare sovranità democratica, sicurezza e benessere in un’Unione esposta a guerra, competizione geoeconomica e crisi interne? Radev rappresenta una sfida euroscettica “sistematica”: chiede un’Europa meno moralista e più pragmatica, più attenta alla potenza industriale e all’architettura di sicurezza, meno pronta a imporre pacchetti di riforme percepiti come estranei alle realtà locali.
Magyar incarna invece il tentativo di reinserire Budapest nel flusso principale dell’integrazione, scambiando lo sblocco dei fondi e il recupero di influenza con una maggiore cooperazione con la Commissione – a partire dal sostegno finanziario all’Ucraina – pur mantenendo strumenti di pressione come il ricorso al referendum. In entrambi i casi, il rapporto centro‑periferia cambia: non è più la candidatura all’ingresso (come negli anni 2000), ma la ridefinizione di cosa significhi essere “al centro” di un’Unione a 27 (o 30+) in un mondo frammentato.
Qui si inserisce una dimensione culturale spesso sottovalutata. Le società dell’Europa centro‑orientale portano con sé un doppio patrimonio: da un lato la memoria della dominazione imperiale, sia ottomana che asburgica o sovietica; dall’altro una forte tradizione nazionale, linguistica e religiosa, che non si lascia facilmente assorbire in un racconto unico europeo. In Bulgaria come in Ungheria, la politica contemporanea mobilita miti storici, simboli religiosi, narrazioni sulla “difesa della nazione” o sulla “ritrovata normalità europea”, con media e social network che amplificano conflitti simbolici ben oltre la dimensione economica.
Le conseguenze per l’Unione sono tangibili. A Bruxelles, l’uscita di scena di Orbán apre uno spazio per rivedere il meccanismo del veto su sanzioni, politica estera e allargamento, tema già discusso per superare l’unanimità su alcune decisioni chiave. Allo stesso tempo, l’ascesa di Radev, con il suo profilo critico verso le sanzioni alla Russia e riluttante a un coinvolgimento militare diretto a favore di Kiev, inserisce nel Consiglio un attore che potrebbe coalizzarsi con altre capitali prudenti, rallentando scelte troppo ambiziose su difesa e allargamento a Est.
Per la politica europea, il doppio voto di aprile 2026 è un monito. Non esiste un’unica forma di euroscetticismo, né un solo modello di europeismo: si passa dall’euroscetticismo di potere – quello orbaniano, usato per consolidare un sistema illiberale – a un euroscetticismo sociale come quello che Radev intercetta, legato a disuguaglianze, corruzione e percezione di doppio standard tra “vecchia” e “nuova” Europa. Specularmente, esistono europeismi critici, pronti a usare i meccanismi NGEU, i fondi di coesione, la politica energetica comune per ricostruire un rapporto di fiducia senza rinunciare alla difesa dell’identità nazionale.
La sfida per l’Ue, oggi, è politica e culturale insieme. O l’Unione riuscirà a trasformare queste domande di protezione e riconoscimento in un nuovo patto – che tenga insieme Stato di diritto, sicurezza, coesione sociale e rispetto delle specificità storiche – oppure vedremo moltiplicarsi leader capaci, come Radev, di tenere un piede dentro e uno fuori, usando l’Europa più come argomento di consenso interno che come progetto condiviso. Al contrario, se l’esperimento Magyar riuscirà a coniugare riforme interne, recupero dei fondi, lealtà europea e difesa dell’interesse nazionale, potrebbe offrire un modello alternativo a molte opposizioni dell’Europa centrale e balcanica che cercano oggi la via per dire, credibilmente, “sì all’Europa, ma a modo nostro”.

21-04-2026
Autore: Gianni Lattanzio
Direttore di Meridianoitalia.tv
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