di Gianni Lattanzio
Nel secondo mandato di Donald Trump, con una guerra in Iran che divide l’Occidente e un’Ucraina logorata da un conflitto senza sbocchi chiari, la visita di Stato di re Carlo III negli Stati Uniti non è una parentesi di folklore monarchico, ma un’operazione di alta geopolitica. Dentro il rituale delle parate, dei brindisi e delle foto a beneficio dei social si è consumata una partita delicata: usare il linguaggio delle cortesie di Corte per mettere limiti, almeno simbolici, all’unilateralismo della Casa Bianca e ricordare a Washington che l’“alleato naturale” europeo non è disposto a seguirla in ogni sua avventura.
Sullo sfondo c’è un “special relationship” ai minimi da decenni. Londra ha rifiutato di entrare in guerra contro l’Iran al fianco degli Stati Uniti, attirandosi gli strali di Trump, che ha definito “giocattoli” le portaerei britanniche e accusato il governo Starmer di codardia per non voler essere trascinato in un nuovo conflitto mediorientale. Allo stesso tempo, sulla guerra in Ucraina la Casa Bianca ha progressivamente ridotto il sostegno a Kiev, mentre il presidente americano coltiva un dialogo diretto con Putin fino a ipotizzare un cessate il fuoco “simbolico” legato alle celebrazioni del 9 maggio, in parte contro il sentimento prevalente nelle capitali europee.
Per Londra, che continua a leggere il proprio ruolo come potenza‑cerniera tra Europa e mondo anglosassone, il rischio è duplice: da un lato essere percepita nel continente come longa manus di Washington, dall’altro scoprire che l’America di Trump considera ormai opzionale il parere dell’alleato storico. La risposta a questa impasse non poteva essere solo diplomatica o militare, tanto più dopo la Brexit; doveva parlare anche la lingua più sottile del soft power, quella in cui la monarchia britannica rimane imbattibile.
È in quest’ottica che va letto il discorso di Carlo davanti al Congresso, solo la seconda volta nella storia per un monarca britannico. Dietro la cortesia, l’ironia e le citazioni letterarie c’era una griglia concettuale precisa. Il re ha evocato la Magna Charta e ricordato che la U.S. Supreme Court Historical Society ha censito oltre 160 sentenze che vi hanno fatto riferimento, “non da ultimo come fondamento del principio per cui il potere esecutivo è soggetto a checks and balances”. In un’aula legislativa che ha visto, negli ultimi anni, un presidente intenzionato a spostare in avanti il perimetro dei propri poteri – dal commercio ai conflitti armati, dall’immigrazione alle sanzioni – il messaggio non poteva essere più trasparente: la tradizione anglosassone non è quella dell’uomo forte, ma del potere limitato da regole e contropoteri.
Quando Carlo richiama l’alleanza atlantica, cita l’Articolo 5 della NATO dopo l’11 settembre e collega quel precedente all’obbligo morale di sostenere l’Ucraina, sta dicendo a Trump e ai repubblicani scettici che la sicurezza europea non può essere oggetto di un calcolo a breve termine, né barattata in una trattativa bilaterale con il Cremlino. Quando insiste su “una pace giusta e duratura” e sul rispetto del diritto internazionale, mentre a Washington si rivendicano successi militari e sanzioni unilaterali contro Teheran, mette in scena – con la delicatezza di chi non fa politica – la distanza fra una visione ordinamentale del mondo e la realpolitik transazionale della Casa Bianca.
L’asse Iran–Ucraina–NATO è il triangolo in cui la visita acquista un significato pienamente geopolitico. Sul dossier ucraino, Carlo ha parlato di “risolutezza incrollabile” nella difesa di Kiev proprio mentre Trump intrattiene conversazioni dirette con Putin per un cessate il fuoco legato al Giorno della Vittoria russo e riduce gli aiuti militari, in nome di priorità interne e del logoramento dell’opinione pubblica americana. L’intervento del re suona come un promemoria ai parlamentari americani – più che al presidente – che l’unità occidentale di fronte all’aggressione russa rimane, per Londra, condizione non negoziabile.
Sul fronte iraniano, la divergenza è ancora più netta: gli Stati Uniti hanno imposto un duro embargo energetico e guidano operazioni militari che molti in Europa percepiscono come una nuova “guerra di scelta” mediorientale; il Regno Unito, pur allineato sul fronte anti‑proliferazione, ha rifiutato di essere co‑belligerante e rivendica, anche attraverso le parole del re, una postura più prudente, radicata nella legalità internazionale. Quanto alla NATO, Carlo ha di fatto contestato, senza mai nominarlo, il mantra trumpiano del “pagare o non sarete difesi”, riportando l’Alleanza alla sua natura originaria di comunità di destino, non di club a gettone. È un passaggio cruciale per un Paese che, uscito dall’Unione europea, non può permettersi che la credibilità del pilastro atlantico venga erosa da anni di messaggi ambigui provenienti da Washington.
Se i discorsi a Washington parlano ai decisori, le immagini di New York parlano al Paese. Harlem, l’urban farm, il 9/11 Memorial, la New York Public Library, l’incontro con il mondo degli affari e della cultura a Rockefeller Center e da Christie’s compongono un contrappunto narrativo alla polarizzazione trumpiana. Nel visitare un’azienda agricola urbana e nell’insistere sul dovere condiviso di “salvaguardare la natura, il nostro bene più prezioso e insostituibile”, il re costruisce un’alleanza simbolica con quell’America che non si riconosce nel negazionismo climatico, e che guarda con favore alle politiche di transizione energetica europee. Nel commemorare le vittime dell’11 settembre, ricorda che l’ultimo grande appello all’Articolo 5 della NATO venne proprio da Washington, e che fu l’Europa – Londra in testa – a rispondere.
È in quella dimensione, fatta di memoria condivisa, cura per l’ambiente, dialogo interculturale, che il Regno Unito tenta di recuperare margine di influenza su una società americana lacerata: prendendo le distanze dalle scelte concrete dell’amministrazione, ma evitando la tentazione – che sarebbe suicida – di trasformare la monarchia in un attore apertamente anti‑Trump.
Alla fine di questi quattro giorni, nulla di sostanziale cambia: Trump resta convinto della bontà delle sue mosse, dalla guerra in Iran al braccio di ferro con Kiev; la NATO continua a interrogarsi su come finanziare la propria sicurezza in un contesto di stanchezza bellica; le capitali europee, Roma compresa, misurano ogni parola per non bruciare ponti con Washington.
Eppure, nella coreografia della visita, Londra ha giocato le poche carte che ancora possiede in modo abile. Ha ricordato agli Stati Uniti che esiste una tradizione comune – quella della Magna Charta, del parlamentarismo, dei contrappesi istituzionali – che non è mero ornamento retorico, ma fondamento della stessa leadership occidentale. Ha mandato a Mosca e Teheran il segnale che la coesione dell’asse euro‑atlantico non è esaurita, nonostante le frizioni. Ha segnalato a Bruxelles, Berlino e Parigi che, al netto della Brexit, il Regno Unito non intende rinunciare al ruolo di “coscienza strategica” dell’Occidente, capace di parlare a Washington senza complessi né sudditanze.
In un tempo in cui la politica internazionale appare dominata da leader che twittano, minacciano da podi improvvisati e misurano le alleanze sulla base dei punti di share o delle oscillazioni di Borsa, la diplomazia della corona ricorda che il potere può ancora esercitarsi per interposta persona, con frasi soppesate, allusioni costituzionali e un campanello di ottone che arriva da un sommergibile di un’altra guerra. È un’arma spuntata? Forse. Ma in un Occidente così disorientato, anche le armi simboliche, se maneggiate con cura, possono incidere più di quanto ammettano i protagonisti ufficiali.
